Il temperamento di William Faulkner

Dario Lodi


William Faulkner (nato Falkner, 1897-1962) fu insignito del Nobel per la letteratura nel 1949, quando ormai, e da qualche tempo, lavorava nel cinema, soprattutto al soldo di Howard Hawks, come sceneggiatore. Non smise di scrivere romanzi e racconti, anche gialli, ma la vena era ormai esaurita. L’ultimo, importante, è I saccheggiatori del 1962.

Il Nobel gli arrivò grazie alla fama che s’era conquistato in Francia, dove trovò l’appoggio di Gide, Malraux, Sartre e dell’editore Gallimard, grandi ammiratori della sua prosa bizzarra, basata sul “flusso di coscienza”. Forse nessun autore è stato tanto avvantaggiato dall’uso di questo escamotage, peraltro ben noto in Europa (Dujardin, che forse ne fu l’inventore, già a fine ‘800, e Proust, Joyce, la Woolf, il nostro Svevo e molti altri).

Il “flusso di coscienza” consente una narrazione emotiva pressoché incontrollata. Gli scrittori eccezionali riescono a domarla (su tutti Proust e Joyce) e a servirsene sino in fondo, quelli bravi a conviverci. Faulkner fa un po’ eccezione per l’estro sanguigno che gli condiziona la consistenza concettuale. Molto di più avrebbe da dire lo scrittore, dall’alto di un’indignazione psicologica ben precisa e come marchiata a fuoco nel suo cuore di americano del sud, di sconfitto.

La sconfitta di Faulkner è quella di un uomo che vede crollare il suo mondo senza poter intervenire. Il crollo è in realtà una frana che continua a scendere nel suo animo dai tempi della Guerra Civile americana, allorché avvenne la fine dell’Eden (il Sud) a favore dell’inferno portato dall’industrialismo del nord. Grazie a questo industrialismo, il Mississippi, dove lo scrittore era nato e viveva (nella contea di Lafayette e precisamente nella città di Oxford: la contea prese il nome, fantasioso, di Yoknapatawha County nella maggior parte dei suoi romanzi e racconti), il Mississippi dunque si era completamente trasformato in pochi anni, sino a diventare irriconoscibile rispetto al ricordo dei nonni e bisnonni.

Lo scrittore americano non rimpiangeva certo lo schiavismo sudista, semmai quel paternalismo che consentiva un certo ordine sociale e un buon equilibro fra natura ed esigenze umane. Quel paternalismo, fatto di conservatorismo illuminato, era basato sul merito intellettuale e sulla tenuta morale. Un eden precostituito nella mente, intendiamoci, e di quasi impossibile attuazione, che fu rovinato dalla grossolanità delle macchine.

Faulkner non si da comunque pace e negli anni ’30 concepisce e attua almeno tre romanzi memorabili: L’urlo e il furore, Santuario e Assalonne, Assalonne!. Il primo narra la caduta di una famiglia, i Compson, che è paradigma della fine delle belle maniere e dell’avvento di brutalità e corruzione. Le due cose si ritrovano ampliate in Santuario, primo romanzo “pulp” dove la violenza e il vizio prevalgono senza alcun freno; nel terzo, amato da Borges, lo scrittore americano evidenzia la decomposizione civile portata dal freddo pragmatismo.

Come sceneggiatore cinematografico, Faulkner contribuì alla confezione di polpettoni melodrammatici non lontani da quelli indigeribili di Tennessee Williams. Due titoli dicono tutto: La lunga estate calda e Il trapezio della vita. Lo scrittore americano, alla pari del suo conterraneo Theodore Dreiser, è, in fondo, una sorta di ripropositore del romanzo romantico ottocentesco, visto attraverso il rigore calvinista e la relativa macerazione formale che vorrebbe essere invece sostanziale. Contava, allora, la sceneggiatura cinematografica, ma doveva adeguarsi alle esigenze produttive e a un pubblico vasto, di non grandi pretese intellettuali.

Altra cosa, Faulkner, fa con la scrittura dei suoi romanzi e racconti. Pur preda di barocchismo, il nostro scrittore si divincola dagli abbracci troppo stretti della forma inventata sul momento e tenta di proporre una visione allargata delle cose, nell’intento di dimostrare quanto l’uomo perda limitandosi al materialismo. La lotta è disperata, ma Faulkner non vi si sottrae, facendo emergere un temperamento denso di coraggio e determinazione. Un certo puritanesimo vigila su tutto, ma non è qualcosa di dozzinale, bensì di razionale, benché irraggiungibile. Tuttavia non ha senso, è anzi vergognoso, rassegnarsi al peggio: Faulkner ce lo dice con la certezza di non trovare della indifferenza. La sua bella ingenuità andrebbe davvero premiata.

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Letteratura
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Aggiornamento: 25-04-2015