La fragilità di Francis Scott Fitzgerald

Dario Lodi


Come vivere a cento all’ora con la testa fra le nuvole: questo si potrebbe dire dell’esistenza di Francis Scott Fitzgerald (1896-1940), forse il più fortunato degli scrittori statunitensi. La fortuna deriva dalla capacità con cui lo scrittore riuscì a evidenziare un’epoca particolare, i favolosi anni Venti, l’età del jazz.

L’Occidente usciva da una guerra mondiale, l’umanità voleva dimenticare e diede spazio ai giovani, alla loro frenesia di vita. Negli Stati Uniti, la libertà giovanile non portò ai drammi sociali europei (da questi drammi sociali sarebbero scaturite le dittature), ma incoraggiò un vitalismo spensierato e non fece nulla per frenarlo. Si trattava di un vitalismo sostanzialmente lontano dalla realtà e quindi buono come evasione dalle preoccupazioni pratiche determinate dalla ripresa economica dopo le batoste della guerra, ma di sicuro non incidente sull’andamento del sistema. E’ un sistema che porterà al disastro economico del 1929 (il tristemente famoso “venerdì nero di Wall Street”), ma che nel decennio precedente mostrò un entusiasmo e un ottimismo che non si erano mai visti nella storia umana. Un entusiasmo e un ottimismo superiori persino alla precedente Belle Epoque (1871-1914). “The roaring twenty” furono qualcosa di veramente spettacolare, qualcosa d’unico e Fitzgerald li rappresentò con un’efficacia eccezionale.

Va detto che questa efficacia è dovuta principalmente al personaggio: lo scrittore statunitense viveva al di sopra dei propri mezzi e si era messo con una donna stravagante come nessuna (la moglie Zelda). Faceva, facevano spettacolo e scandalo ovunque con il loro anticonformismo e la loro disinvoltura. Erano cose che Fitzgerald, dotato di un grande colpo d’occhio, metteva nei suoi romanzi e nei suoi racconti (quelli non strettamente “alimentari”) contrastandole con una moralità di fondo di stampo cattolico (gli veniva dalla madre). Il mix, apprezzabile soprattutto ne il “Grande Gatsby”, porta inevitabilmente nei dintorni del melodramma, seppure di qualità. Lo scrittore non approfondisce il tema, bensì si sofferma sugli effetti della relativa trattazione, insistendo appassionatamente sull’ingiusta e dissennata brutalità del capitalismo. C’è in tutto questo un’evidente contraddizione, perché Fitzgerald va a criticare aspramente il sistema che gli consente di vivere nella stessa maniera. Il fenomeno non è avvertito immediatamente in quanto il romanzo è costruito abilmente e si sviluppa intorno ad un sentimento fortissimo, quanto mai “fuori posto” rispetto all’ambiente in cui è immerso.

L’ingenuità è la carta vincente di Fitzgerald. Il lettore avverte la sincerità della confessione dello scrittore (una confessione, ne il “Grande Gatsby” fatta per interposta persona, fatta cioè dal personaggio del narratore) e simpatizza immediatamente con lui. Non è tanto lo scritto ad attrarre, quanto è l’immedesimazione nei guai del personaggio principale, di Gatsby insomma. Si acquisisce dell’affetto incondizionato per lui, data l’atmosfera, molto più smaliziata, in cui egli si viene a trovare. Gatsby è un donchisciotte eterno che, nel mondo moderno, spicca in modo evidente, persino imbarazzante. Non è difficile parteggiare per i suoi buoni sentimenti e commuoversi per come sono trattati dal prossimo.

Una certa incoscienza e la durezza della vita portarono Fitzgerald a un rapido declino. Grave fu l’internamento per schizofrenia della moglie Zelda. Finiti gli anni Venti, conosciuta l’esperienza della crisi di Wall Street, lo scrittore dovette rendersi conto che il Carnevale era finito per sempre. Sperperato il denaro, Fitzgerald si arrangiò con scritti frettolosi e con sceneggiature per film (sceneggiature, peraltro, non tutte andate a buon fine). Alcolizzato, egli morì prematuramente per un attacco di cuore.

Notevole fu la sua schiettezza e ammirevole quanto incisiva la sua perplessità sulla corsa dell’uomo verso il futile a costo di sacrificare i sentimenti. Scaltro il sostegno al personaggio da parte dei media, a costo di esaltare scritti buoni, ma non eccelsi: inquietante, però, l’insieme per via di forzature non secondarie tenute a bada o addirittura trascurate dal mito: un’inquietudine fondamentale che umilia l’uomo Fitzgerald e caricaturizza lo scrittore.

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Letteratura
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Aggiornamento: 25-04-2015