L'ironia di Ennio Flaiano

Ennio Flaiano

Dario Lodi


Il suo cattivo umore, Ennio Flaiano (1910-1972) lo riversò ne il “Diario notturno”, riuscendo tuttavia a temperarlo con grazia e saggezza, unite ad una sorta di rassegnazione per le belle maniere di cui, potendolo, avrebbe volentieri fatto a meno.

La questione del non potere stava nell’attività del noto scrittore, sceneggiatore, umorista pescarese approdato a Roma dal’età giovanile. Ragazzino dodicenne, aveva viaggiato addirittura in compagnia degli squadristi della Marcia su Roma, descrivendo più tardi, con gusto, la variopinta masnada.

Nelle descrizioni gustose di gente approssimativa, ma desiderosa di chissà quali riconoscimenti, Flaiano si rivelò un maestro. La sua ironia confina spesso con il sarcasmo e solo una residua, estrema indulgenza gli impedisce di affondare il bisturi nella carne molle della borghesia. Sono aforismi che riguardano sì la società nella quale egli vive, ma che, appunto per il sormontare dell’indulgenza, sanno andare oltre, sanno abbracciare certa stupidità umana atemporale e trasversale.

Flaiano viveva principalmente di cinema, dove operava come abile sceneggiatore. Decine e decine i suoi contributi cinematografici, specie con Fellini, ma certo non solo. Nei confronti del cinema, il Nostro nutriva amore ed odio insieme. Le esigenze cinematografiche gli toglievano estro creativo. Lo costringevano ad essere schematico e talvolta grossolano. Il cinema non gli riconosceva il suo talento. Flaiano si sentiva un mestierante qualsiasi e ovviamente ne soffriva. Illuminante il trattamento che Fellini o la produzione una volta gli riservò facendolo viaggiare in seconda classe durante un trasferimento. Fu un’umiliazione insopportabile e la dimostrazione che il suo lavoro era paragonabile a quello di un elettricista o poco più.

Il malumore di Flaiano si accentuò con la disgrazia in famiglia (la figlia cerebrolesa) e si manifestò con un’amarezza insanabile, trasformata in espressione dolente e acuta sulla condizione in genere dell’umanità.

Centrale, nella produzione letteraria di Flaiano, è il suo “Diario notturno”, testo che contiene il cammino intellettuale dello scrittore e che ne sottolinea i passi più importanti e significativi. Grande è il suo scetticismo nei confronti della capacità borghese di evolversi intellettualmente e civilmente.

Straordinaria la sua ironia sottotraccia che affonda come un bisturi nella carne viva dell’ignoranza e della presunzione. Imbattibile la denuncia dell’ingiusta prevaricazione che si compie quotidianamente a danno dell’impegno culturale: Flaiano è sconsolato, ma tiene virilmente la posizione e si batte per una catarsi, anche se sa che mai potrà avvenire con questa borghesia ipocrita e selvaggia.

Accettando un invito di Longanesi, compose in soli tre mesi il suo unico romanzo, “Tempo di uccidere”, vincitore poi di un premio prestigioso, lo “Strega” (nel 1947). Lo scrittore racconta una vicenda surreale e tragica che si conclude banalmente. Il personaggio si macera per quel che ha fatto, ma appare più una posa che un pentimento vero. Interessante la morale al traino che recita sgomento per una realtà in fondo cinica.

Lo scrittore pescarese, ma romano d’elezione (per quanto non amasse Roma), mise in scena anche opere teatrali (“Un marziano a Roma”, forse l’opera meglio riuscita) sempre con l’occhio rivolto alla satira. Cosi come satiriche sono le sue notazioni di costume raccolte nel volume “Le ombre bianche”.

Da quest’ultimo traspare una specie di cattiveria verso il prossimo, come se, a differenza dei suoi racconti, odiasse più che amare la gente e il mondo. Flaiano non si sentiva “gente”, ma neppure si atteggiava a snob. La sua è un’intelligenza acuta e immediata, sorretta da una sensibilità ipercritica: nel cuore di tutto questo esiste una nobile visione di come la vita dovrebbe essere, di come l’uomo dovrebbe comportarsi. Il mondo ha perso ambizioni aristocratiche, si è lasciato andare alla volgarità borghese, alla mentalità bottegaia. Ecco l’affermarsi di mostri presuntuosi e incapaci. Flaiano riporta in letteratura ciò che vive nel cinema. Non dimentichiamo che è costretto a sceneggiature per un pubblico di bocca buona, accanto ad altre molto più qualificate, per quanto non abbastanza, secondo la filosofia del Nostro, perché soffocate da pretese che nulla hanno a che vedere con lo scopo intellettuale.

Flaiano si difende ricorrendo ad un’espressione quasi surreale e sulfurea, dove la derisione del tutto suona come rassegnazione al peggio. Ma in definitiva si tratta di un peggio in qualche modo finto: la finzione viene dalla volontà dello scrittore di non prendere nulla sul serio, tranne la capacità di denunciare che nulla è serio e di conviverci, in qualche modo. Il modo, per Flaiano, non deve essere frutto di trascuratezza, ma di attenzione sottile e accurata. Essa garantisce partecipazione agli eventi, anche se volontariamente distaccata: è questa volontà a fare grande Flaiano, è la lotta, poi, quasi casuale, per mantenere il distacco non troppo distaccato. Il che fa vivere il nostro scrittore in una specie di acquario dall’acqua limpidissima che consente di vedere tutto da una posizione in qualche modo privilegiata, ma che determina impotenza (una dannazione e al contempo una benedizione: è evitato il contagio!).

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Letteratura
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Aggiornamento: 25-04-2015