L'orgoglio di Anatole France

Dario Lodi


la guerra genera la guerra e la vittoria la sconfitta. Il Dio vinto diventerà Satana, Satana vincitore diventerà Dio. Possa il destino risparmiarmi questa sorte spaventosa! Io amo l'inferno che ha formato il mio genio, amo la terra dove ho fatto un po' di bene, se è possibile farne in questo mondo terribile dove gli esseri non esistono che per l'assassinio …

Il brano in apertura appartiene al romanzo Gli dei hanno sete del 1914, l’ultimo di Anatole France (Jacques-François-Anatole Thibault, 1844-1924). L’autore immagina un attacco di Satana a Dio che s’infrange intorno alla considerazione della vanità dell’impresa: cambiando il detentore del potere in realtà non cambia nulla. È una sentenza molto amara che evidenzia la posizione di France (lo pseudonimo lo prende dall’insegna della libreria antiquaria del padre, France Libraire) nella realtà del mondo umano in generale.

La sentenza è in parte un derivato delle delusioni romantiche e decadentiste. Il Positivismo sta vincendo ovunque. France ha ancora nella memoria e nella coscienza l’orrore del 1870, quando fuggì da Parigi, dalle uccisioni dei Comunardi, fatte e subite da essi, e dalla grande tragedia dei Prussiani nella capitale francese (un anno dopo, nel 1871, nacque l’unificazione della Germania in terra, appunto, francese). Nella memoria e nella coscienza del nostro autore c’era anche l’affare Dreyfus (un militare ingiustamente accusato di tradimento). France difese il militare, e fu uno scandalo, ritrovandosi d’accordo con Zola (da lui pesantemente criticato come scrittore) che aveva scatenato la ribellione al governo francese, accusato praticamente di razzismo (“J’accuse”! fece scrivere a caratteri cubitali su un quotidiano parigino, Zola. Accusava d’inciviltà chi voleva Dreyfus colpevole a tutti i costi, anche senza prove).

Anatole France aveva vissuto anche le agitazioni sociali di fine secolo e d’inizio del secolo nuovo, approvando, in particolare, la rivoluzione russa del 1905, schiacciata dallo zarismo, e quella del 1917, fra lo stupore dei suoi amici conservatori. Lui, che aveva avuto fortuna come scrittore classico, lontano dalla retorica e vicino alla prosa illuminista, lui che era stato un progressista, osservando con un certo distacco gli avvenimenti che si opponevano al progresso civile, divenne socialista (ammirò Jean Jaurès) dopo essersi innamorato (amore ricambiato) di Arman de Caillavet.

Molteplici romanzi iniziali, fra cui Il crimine dell’accademico Sylvestre Bonnard e I desideri di Jean Servien, ma di certo più incisivi, più impegnati, quelli successivi, a partire da Taide (1890), La rosticceria della regina Piedoca (1893) e Il giglio rosso (1895; nello stesso anno ecco Il giardino di Epicuro, dove filosofeggia volendo dimostrare l’irrazionalità del suo tempo). Chiara la volontà del nostro autore di valorizzare i problemi culturali e sociali, votandosi a una sorta di buonismo filosofico fondamentale, come volesse rimuovere il fondo dell’animo umano alla Rousseau, per giungere a un ribaltamento del sistema. La volontà è radicale, ma non sembra sviluppata con piena convinzione. D’altro canto, il sistema in cui operava gli garantiva fama e benessere, gli darà il Premio Nobel nel 1921.

I suoi interventi sono edificanti: c’è tanto cuore, tenuto a bada da una forma di saggezza antica non ancora domata. France non è un rivoluzionario, è un riformista teorico. Lo scrittore francese se ne rende conto e quindi si batte per una riforma capace di partire dalla base, capace di riformare l’uomo secondo ragione, stimolando la sua consapevolezza di essere in una condizione moralmente precaria. Sull’impegno verso la moralità France non transige, nei suoi articoli risorge il classicismo che non ammette deviazioni di comodo. Criticherà Zola per il suo Naturalismo, per la sua prosa disadorna, e non sarà tenero neppure con il poeta parnassiano Leconte de Lisle (i parnassiani praticavano la purezza esteriore, la bellezza in sé della poesia) che arriverà a sfidarlo a duello.

Il cuore dell’espressione di Anatole France è nella tetralogia sulla storia contemporanea, quattro romanzi con personaggio tale Bergeret che sarà calato nella realtà borghese, di cui scoprirà ipocrisie e volgarità. L’autore lascia tuttavia una speranza di redenzione che corona il suo desiderio sincero di affermazione razionale generale. L’uomo deve rendersi conto della propria personalità, Anatole France lo aiuta. Il suo aiuto è costituito dall’offerta di un patrimonio culturale storico inestimabile, sul quale si fonda la consistenza presente e futura della crescita umana. Quella presente è ancora gracile per la distrazione imposta dal materialismo, quella futura è garantita, secondo France, da solide basi speculative che gli intellettuali hanno l’obbligo di diffondere a dovere.

Il classicismo di Anatole France è fra i più veri per passione affabulatoria e per rigore stilistico esibito con sobrietà e proprietà di linguaggio. Non è un linguaggio accademico. L’autore si affida alla chiarezza dello stile illuminista, ma lo articola modernamente, secondo pensieri e riflessioni, senza alcuna imposizione sentenziale, senza idealismi esasperati. Un conto è idealizzare astrattamente, un conto è farlo argomentando con lucidità e senso realistico. Per la verità, France del secondo non ne era padrone. In effetti preferiva pontificare, ma lo faceva fra le righe e ne era consapevole: la lezione morale gli pareva uscita tanto bene, grazie ad una prosa semplice e nello stesso tempo raffinata, garbata, pulita, da rassicurarlo. Il suo è un caso in cui la letteratura s’immerge nella forma, entro la quale dovrebbe essere ben custodita la sostanza del discorso. Non è un caso isolato. Tuttavia France non eccede, anzi fa di tutto per rientrare nella logica sostanziale vera e propria e quando non ci riesce, non ci riesce per rigurgiti d’idealismo astratto.

Due cose lo danneggiarono: Anatole France era ateo, la chiesa mise all’indice i suoi libri, la borghesia gli voltò le spalle. Seconda cosa, il Surrealismo fece di tutto per demolire la sua figura. Il poeta Aragon lo sbeffeggiò, tacciandolo di passatismo e di parassitismo. Riferendosi al periodo del primo dopoguerra, con le coscienze scosse dai grandi massacri, il Surrealismo (figlio del Dada e di Freud) qualche ragione l’aveva di abbattere i miti di quella civiltà, ma certo gli abbattimenti furono sommari e questo France non lo meritava di sicuro. Il nostro scrittore fu invece apprezzato da Proust che lo trasformò in uno dei personaggi importanti della sua “Recherche”: un riconoscimento che ad Anatole France avrebbe fatto sicuramente piacere.

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Letteratura
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Aggiornamento: 25-04-2015