Giancarlo Fusco: una voce fuori dal coro

Giancarlo Fusco

Dario Lodi


Fusco ha la grande qualità di illuminare tutto quello che scrive - sacro e profano - ai bagliori di un'umanità aperta e cordiale.

L’osservazione più sopra (di Luigi Silori) è contenuta nella prefazione al saggio divulgativo su Papa Giovanni di Giancarlo Fusco (1915-1984). Il giornalista-scrittore spezzino (ma nel suo caso, meglio sarebbe dire scrittore prestato al giornalismo per motivi di sopravvivenza) è un personaggio dei più affascinanti fra i nostri intellettuali.

Senza darsi arie, minimizzando anzi il proprio mestiere di scrittore (quasi uno stare con le mani in mano per lui), Fusco creò su di sé una sorta di bonario mangiafuoco, si disegnò addosso le vesti di un Falstaff elegante e credibile, per sostenere la propria propensione al buon vivere e alla follia (intelligente) di andare anche oltre ogni regola. Gran bevitore, irraggiungibile affabulatore (sono le testimonianze di chi lo ha conosciuto bene, di chi lo ha frequentato cercando di non farsi coinvolgere nelle sue notti interminabili: Manlio Cancogni (il suo scopritore), Dino Buzzatti, Enzo Biagi, Andrea Cammilleri, Lucio Lami, e molti altri), Fusco fu uno scrittore instancabile ed eclettico, licenziando libri (da suoi articoli sull’Espresso, su il Mondo, sul Giorno e su altre pubblicazioni, opportunamente ampliati) di grande ricchezza letteraria. Lo scrittore ha una sicura padronanza della parola scritta ed è dotato di un’ironia finissima sotto veste di grossolanità. Fusco ama la battuta, vuole épater le bourgeois, ride soddisfatto delle sue trovate, immagina le reazioni del lettore e si sente appagato del prezioso lavoro svolto: è un lavoro che evidenzia una certa chiarezza di idee e un desiderio, in qualche modo improntato a solidarietà umana, di far aprire gli occhi sulla realtà alla massa credulona.

Nel genio telegrafisti durante la stupidissima guerra greco-albanese, Fusco prese nota delle bravate fasciste (generali incompetenti, soldati mandati allo sbaraglio senza uno straccio di strategia degno di questo nome) e le immortalò nel suo libro forse migliore Le rose del ventennio (un testo essenziale per capire il regime di Mussolini: il culmine della cialtroneria fascista viene raggiunto da una rivelazione nella quale il duce nel corso di una visita al fronte, puntò il binocolo e commentò che vedeva davanti a sé molta neve; avuta conferma dal solito generale ossequioso che gli stava accanto che di neve ce n’era veramente molta il duce chiese come niente fosse se fosse sciabile!).

Figlio di due Italie, quella fascista appunto, e quella della ricostruzione democratica, Fusco si divertì ad evidenziare le esagerazioni e le approssimazioni sia dell’una che dell’altra, ponendosi, per scherzo (ma uno scherzo serio) su una specie di piedestallo. Vantava un’esistenza precedente di vita pratica sin nelle pieghe più oscure (diceva di essere stato pugile e di essere vissuto a Marsiglia, nei bassifondi, divenendo un esperto del mondo della malavita: vedi Duri a Marsiglia, il suo libro meno vero, ma per certi versi più affascinante: vi si ritrova un Jean Gabin all’italiana, con tanto di spacconate innocenti) e sosteneva, quindi, di sapere cosa fosse vivere davvero.

Per nulla considerato seriamente, Fusco si consolò, si fa per dire, con il libro intitolato Gli indesiderabili, dove riversò tutta la sua malinconia per le sorti dei piccoli gangster espulsi dall’America e costretti ai lavori più umili, persino al’accattonaggio. Nel frattempo molto si divertì con il progetto sul de profundis, da lui stesso proposto,  per la chiusura dei bordelli (Legge Merlin, 1958), progetto (al quale parteciparono diversi scrittori di nome, in perfetta sintonia con il Nostro) confluito nel volume – un divertissement a tutto tondo, spensieratamente e acutamente volgare - dal titolo Quando l’Italia tollerava.

Sorprendente, infine, il saggio citato in apertura su Papa Giovanni: ma da Fusco ci si doveva aspettare di tutto, essendo tuttavia sicuri della qualità: una dote istintiva, quanto al contempo curata, accarezzata. Simpatico, estroverso, pieno di vita, il nostro scrittore ebbe (da una critica ingessata) molto meno di ciò che avrebbe meritato. Le cricche accademiche, le caste, le corporazioni che pretendono di discriminare chi non fa parte del presunto gotha, erano e sono una vera iattura per il progresso della cultura e della civiltà.

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Letteratura
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Aggiornamento: 25-04-2015