Carlo Emilio Gadda

Carlo Emilio Gadda

Dario Lodi


In un’intervista del 1968 (il 5 maggio per la precisione), Carlo Emilio Gadda (1893-1973), diceva a Dacia Maraini di “avvertire l’esistenza di qualcosa di superiore a lui”, per poi aggiungere “io parlo con questa superiorità, chiamiamola pure dio, ma non so se lui può ascoltarmi”. Adombrava, il “Gran Lombardo” – convinto agnostico – una inesistenza angustiante, ma non troppo per una mente libera. Arrivava a scherzarci sopra. Gli dispiaceva certamente non avere un punto di riferimento superiore bell’è confezionato, così come è per tutti quanti, ma nel contempo intendeva favorire la razionalità e magari arrivare vicino all’utopia hegeliana. Per altro verso, Gadda preferiva non prestare troppa attenzione al problema spirituale, dandolo per scontato in sé stesso: ingombrante e insieme stimolante.

Di certo, il Gran Lombardo esclude il totem, comunque si presenti. Ma qualunque rappresentazione totemica si va a legare al fatto religioso, causando spesso reazioni persino sproporzionate, per via del sospetto di dabbenaggine che la religione stessa comporta. E’ una dabbenaggine al calor bianco che va a giustificare la reazione di pancia prima di quella razionale.

La prova di tutto ciò, Gadda la dà nel suo libro forse più riuscito, fra i molti che scrisse in modo originale, anzi  assolutamente personale (compreso quello di cui parliamo, quanto mai congeniale al nostro ragionamento): l’”ingegnere” (lo era davvero) è in possesso di un linguaggio complesso, “abbondante”, strabocchevoli addirittura, fantasioso, bizzarro, incontenibile, con arzigogoli barocchi a volte incantevoli. Ma non c’è nulla di fine a se stesso nei suoi scritti, a parte un godere folle da parte dello scrittore nello sciorinare allegramente le sue doti, forse inarrivabili, di intrattenitore, di affabulatore innamorato di parole e di concetti ricchi, aperti oltre qualunque orizzonte. Ma c’è anche una sicurezza ammirevole nell’esposizione, una padronanza senza pari dei mezzi espressivi, al servizio di una curiosità inesauribile e di una ragione risentita, al fondo, per la sostanziale imprendibilità delle cose e in particolar modo per certa grossolanità nel trattarle (l’approssimazione, la superficialità, la presunzione).

Eros e Priapo

Il libro in oggetto è “Eros e Priapo”, praticamente un saggio, disordinatissimo, e volontariamente tale, sulla figura di Mussolini (mai nominato) e sul regime fascista (neanche il termine fascista appare mai). Il libro è un susseguirsi ininterrotto di contumelie verso la fallocrazia (è evidentemente quella fascista, nel testo: un tradimento per lo scrittore, fascista della prima ora, in quanto incapace, il regime in questione, di abbattere la vecchia mentalità dirigistica, sostituendola, invece, e addirittura peggiorandola).

Le contumelie cono corredate da considerazioni acide, sia particolari, sia generali, sulla mancanza delle reazioni doverose ad una simile condizione di vita: ergo, fa intendere Gadda, il fallimento della civiltà e, dunque, svegliatevi, svegliamoci, nel nome della dignità! La figura del duce e quella del regime sono pretesti per spingere una tesi precisa, una tesi secondo la quale non è accettabile un sistema, qualunque sistema, autoritario e oscurantista (perché sempre rivolto su se stesso), così come non è accettabile il servilismo, e guai all’imposizione dello stesso con armi dirette e indirette. Le indirette, rappresentate soprattutto dalla seduzione religiosa, sono molto più subdole, davvero pericolose per la crescita psicologica umana, quando non chiaramente paralizzanti il progresso della conoscenza.

Sotto la fallocrazia che Gadda mette in evidenza, c’è un richiamo alla credulità in generale, prodotta da secoli di storia passiva per la razionalità: il Gran Lombardo denuncia le malefatte di un regime, ma soprattutto denuncia le imprese assurde di un soggetto (il Duce) sotto le cui vesti si nasconde la vecchia ed eterna figura del Dio che tutto può e che pretende lo si applauda comunque. La rabbia di Gadda per la costruzione religiosa tradizionale che non regge alla logica e che si allontana dalla richiesta di responsabilità personale, individuale, si concretizza nella messa al bando di un regime che civilmente fa acqua da tutte le parti e che culturalmente si attesta ostinatamente sulla quota di zero (salvo eccezioni meccanicistiche e contingenti).

Il sistema oligarchico è conservatore ed oscurantista, così come la Chiesa, che è un’oligarchia per eccellenza, conservatrice e oscurantista lo è stata per secoli. Dio e il mondo trascendentale, istituzionalizzati, sono della forzature tenute in piedi da dottrine superfetate e senza sviluppo. La spiritualità è un’altra cosa. Mussolini e Hitler sono una degenerazione di questa mentalità e la degenerazione mostra chiaramente, agli occhi di Gadda (lo scrittore lo lascia ampiamente intendere attraverso il suo sarcasmo) la pochezza, persino involontaria, di questa mentalità. L’uomo che non si evolve non è degno di essere chiamato uomo. Mussolini e Hitler sono la forza primitiva metaforizzata, e neanche tanto metaforizzata. La Chiesa, che comandava prima, non era meno brutale, anche se indossava guanti di velluto. Il mondo superiore rappresentato dalla spiritualità era una chimera ed un’utopia: starci sotto offende lo stesso concetto di spiritualità, che è un concetto aperto, non chiuso. 

Tutte cose alle quali Gadda allude, usando mille modi per farlo, e non sentendosi neppure sicuro del fatto suo: teme la dabbenaggine biologica, fra le righe, e allora addio reazioni, ma anche delusione eccessiva, fondamentalmente ingiustificata.

La generosità di Gadda

Il Gran Lombardo, insomma, si riprende e dà sfogo al suo risentimento per la dimensione assurda delle cose, lo fa con una energia che fa ben sperare nelle doti umane più riposte. Le sua armi intellettuali sono davvero potenti. Si apprezzano bene nello scritto. Si godono. Danno vita a “fuochi artificiali” di ineguagliabile bellezza.

“Eros e Priapo” non è un libro di facile lettura. Tutto sta nel primo capitolo, praticamente. Gli altri ne ripetono i concetti, con ampliamenti discorsivi e divagazioni, anche strambe, che richiedono una certa concentrazione: ne verrà un piacere insolito per la capacità gaddiana di creare suggestioni a non finire, con fine intelligenza e grande sensibilità (nonché ironia, anche greve, a iosa). Si coglie un fondo di amarezza nello scritto per l’incredulità che colpisce Gadda nel constatare l’effettivo verificarsi di certi fatti, la cui grossolanità gli appare veramente impensabile. Egli scrive freneticamente, senza mai perdere la lucidità, cercando di far conciliare la rabbia di pancia con quella di testa per l’infantilismo vincente dell’ uomo. Secondo Gadda, potenzialmente la razionalità è molto superiore all’istinto: lo scrittore non capisce come la cosa non sia evidente e come da potenziale la razionalità non diventi effettiva. Anzi.

Addirittura – come lui afferma con evidente disagio e con rabbia palpabile, maledicendo, in un certo senso, la propria impotenza – addirittura la Chiesa, depositaria anche di moralità superiore, s’inchina al potere temporale (si riferisce ai Patti lateranensi del 1929, ne scrive non poco) nonostante la chiara volgarità relativa (quella fascista, ma la cosa, insomma, è estensibile). E’ la sconfitta del buonsenso, ora è chiaro, ed è la dimostrazione di cosa l’uomo non deve fare: non deve legarsi ad alcun carro, deve pensare con la propria testa, deve onorare il proprio orgoglio (sano), la propria intelligenza. Deve avere fiducia in se stesso. Può crescere, se vuole, in tutti i sensi. Chissà. Intanto Gadda, vigila pazientemente dal cimitero acattolico di Roma. Aiutiamolo rileggendo il divertentissimo attacco del suo “Eros e Priapo”:

Li associati cui per più d’un ventennio è venuto fatto di poter taglieggiare a lor posta e coprir d’onta la Italia, e precipitarla finalmente a quella ruina e in quell’abisso ove Dio medesimo ha paura guatare, pervennero a dipingere come attività politica la distruzione e la cancellazione della vita, la obliterazione totale dei segni della vita. Ogni fatto o atto della vita e della conoscenza è reato per chi fonda il suo imperio sul proibire tutto a tutti, coltello alla cintola. Si direbbe che la coscienza collettiva, e la singula, oltraggiate dal coltello, dal bastone, dall’olio, dall’incendio, e di poi messe in bavaglio da disperati tramutatisi per scaltrita suasione in soci nel grido e nell’armi, dalle carceri, dalle estorsioni, dal veto imposto per legge, se legge fu quella, a ogni forma del libero conferire e prima che tutto alle stampe, dalla sempiterna frode ond’era spesa la parola e l’intendimento e poi l’atto, dalla concussione sistematica esaltata al valore e direi al decoro formale di un’etica nicomachèa, dalla tonitruante logorrea d’uno o d’altro poffarbacco, dalla folle corsa verso l’abisso e, ad ultimo, dalla strage, dalla rovina del paese, si direbbe codesta coscienza l’abbî trovato ricetto, quasi oltre lor lagune i Veneti, così ella in una zona munita dall’acque, contro la storia spaurata. Si direbbe riparasse, codesta coscienza, di là dall’odio e dalla bestiaggine: tra profughi, perseguitati, carcerati, oltraggiati e congiunti e figli di deportati e di fucilati: e la risorga alfine come dal nero fondo della miniera alla luce, chiedendo a Dio di poter proferire le parole della vita. Con proibire tutto a tutti, la delinquente brigata ha garentito a sé ogni maggior comodità e sicurezza, dello illecito contro eventuali masnade concorrenti; simile a chi crea una riserva da cacciare e da raccogliere a sua posta, senza tema e senza pericolo, e’ suoi adepti simulare grinta e ringhiare, dormir soavi o sedere al gioco senz’opera quanto gli è piaciuto e paruto; e dar di mazza o di stocco, fucilare, deportare, bavare e gracidare nelle concioni e delirare nelle stampe; il Vigile dei destini principe ragghiare da issu’ balconi ventitré anni, palagiare la campagna brulla di inani marmi e cementi, e voltar gli archi da trionfo, anticipati alla cieca ad ogni sperato trionfo e assecurata catastrofe. Seminato il vento machiavello d’una sua brancolante alleanza, ricolse tempesta issofatto dalla maramaldosa pugnalata inferta a un morente popolo. Ruggente lïone di tutto coccio stivaluto e medagliuto, lungimiranza ve’ ve’ di tremebondo bellico lo strascinò di forza alla smargiassata africana, a spargere ne’ deserti feral morbo con porger l’otre alla sete degli eroi e de’ martiri, non anco patita la volontà del socio di ferro di cui, vaso di tutto coccio, così ciecamente s’era costituito prigione. Securo come il fulmine di quel tal securo, largì alti alpini del Piemonte alla morte senza scarpe, poche mitragliatrici bastarono nella tormenta e nel luglio senza scarpe, i tremila metri aiutando. Tempista ed arùspice de’ più dotati di bel tempo, ora viene il bello. No, no, no, Polonia, Danemarca, Norvegia, Franza, Scrotoslavia, Lucimburgo, Turchia, Sguizzara, tutta Grecia e Spagna, e dimenticavo Portogallo, e fino l’Andorra e ’l San Marino, che son minime repubblicuzze ne’ monti, no, no, le non si sono alleate alle belve, le non sono slittate sfinctericamenie alle guerre omicidiali dell’imbianchino.

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Letteratura
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Aggiornamento: 25-04-2015