L’indignazione di Nadine Gordimer

Dario Lodi


Della copiosa opera letteraria di Nadine Gordimer (1923-2014), Nobel nel 1991, forse la parte più interessante è rappresentata dai saggi Scrivere ed essere e Vivere nella speranza e nella storia. Note del nostro secolo. Sono scritti articolati composti con una calma riflessiva e veramente incisiva che nei suoi romanzi sembra mancare o latitare.

La scrittrice sudafricana, di origine ebraica – e quest’origine le fu per così dire d’aiuto -, ragiona, nei saggi, intorno a problemi esistenziali, insistendo sulla tutela della dignità umana. Questa tutela si basa – e la Gordimer lo dice a chiare lettere – sul rispetto e sull’uso della razionalità. E’ una razionalità ad ampio spettro, comprende anche il sentimento, finalmente riconosciuto nella sua importanza oggettiva. Sentimento è, specie nel primo saggio, dare ascolto all’intimità del proprio essere.

Nel secondo saggio, la Gordimer fa una panoramica sulla condizione civile attuale, da un punto di vista intellettuale. Questo punto di vista è centrale per la scrittrice. Intorno ad esso si allarga a macchia d’olio, o così dovrebbe essere, lo sviluppo della conoscenza responsabile. La nostra scrittrice non transige: la responsabilità è tutta personale, e bisogna avere fiducia in se stessi. Ciò significa che nulla deve essere affidato al caso e che l’inconoscibile va affrontato come conoscibile: si hanno le forze per farlo.

Nei suoi numerosi romanzi c’è chi soffre per emarginazione o per esclusione. I suoi Un mondo di stranieri e La figlia di Burger rivelano la realtà dell’apartheid sudafricano e del destino dei dissidenti politici. Queste denunce possono essere viste come una metafora per condannare severamente, con fiera indignazione, il ricorso all’irrazionalità, alla brutalità e alla crudezza di un esistere solo fisico. C’è un altro libro, Luglio, che in qualche modo completa questa indignazione.

A questo punto, si può disquisire sulla scelta fatta dalla Gordimer nell’avanzare una tesi e magari sostenere che il ricorso all’apartheid e al carcere, alla tortura, per motivi politici ha un che di facile e di superficiale nello sviluppare la tesi stessa, incentrata, sostanzialmente, sulla vergogna della persecuzione fisica nel rapporto fra le persone di una “tribù” diversa, invece di trovare un punto di accordo fra le varie esigenze vitali: la scrittrice sostiene, in definitiva, che la convivenza è possibile.

La convivenza è possibile perché la Gordimer parla di uomini, di umanità, e non di loro parodie. Tanto meno parla di uomini d Neanderthal. La nostra scrittrice trattiene a fatica un’indignazione assoluta di fronte ad una realtà, quella razziale sudafricana appunto, che non dovrebbe avere alcun seguito nel mondo evoluto del XX secolo, pur piagato – e anzi anche per questo – dall’orrore nazista e da quello staliniano. Specie dal primo per questioni culturali di partenza.

Il Sudafrica, colonizzato da Olandesi e da Inglesi – e cioè per lo meno da una grande democrazia, quella britannica – non avrebbe dovuto subire certe arretratezze. La loro presenza, tuttavia, consentiva una denuncia particolarmente risentita e particolarmente viva. L’evidenza incivile era scomoda e doveva essere rimossa almeno a parole e che fossero parole forti.

La Gordimer non si limitò certo a formalismi, ma attraverso conferenze, letture pubbliche, articoli e molto altro, fece valere il suo dissenso e deplorò con efficacia ogni ideologia perversa di cui il Sudafrica era un laboratorio per eccellenza, con il grande Nelson Mandela, una sorta di Gandhi moderno, incarcerato per lunghi anni.

La nostra scrittrice non si limitò a denunciare una situazione incivile, ma tramutò poi la denuncia in una serie di considerazioni che andavano a toccare le caratteristiche genetiche, con il risultato di valutazioni sconfortanti sulle reali possibilità umane di superare l’istinto, l’autodifesa elementare. La Gordimer non è ottimista sull’evoluzione intellettuale ma possibilista.

La sua dottrina è a favore dell’impegno, del tentativo, dell’azzardo persino. Come pochi è conscia delle difficoltà da affrontare, ma si sente pronta alla sfida: ha dalla sua la capacità di adoperare un linguaggio composito, in grado di analizzare a fondo la realtà, le cose, il fenomeno uomo. La sua scrittura non si ferma all’eleganza espressiva, allo svolazzo formale, né si perde in cerebralismi, o per lo meno prova a distaccarsi da tutto ciò ed ha l’ambizione, il coraggio, di riuscirci, come si evince specialmente dai suoi saggi e come accade sovente in essi.

Una certa asciuttezza nei suoi romanzi è particolarmente efficace e logica per quanto si vuole esprimere. Su tutti aleggia una commozione e un rammarico per il poco che si fa rispetto al molto che si potrebbe fare a cominciare proprio dalla lucidità nell’evidenziare i problemi nella loro interezza.

La Gordimer si concentra su un problema specifico, ma poi ne assume uno complessivo scatenato dalla trattazione del primo. In realtà lei aveva da sempre in animo di sviluppare la tematica maggiore, partendo da una considerazione esistenziale e osservando quanto la stessa nobiliti l’animo umano, vilipeso e barattato per un materialismo da quattro soldi.

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Letteratura
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Aggiornamento: 25-04-2015