La scienza di Georg Groddeck

Dario Lodi


Scrittore o scienziato? Miracolosamente entrambi, ma che scrittore Georg Groddeck, considerato il padre della psicosomatica! Era nato in Germania nel 1866, morirà in Svizzera ne 1934. Ci era dovuto andare, dall’oggi al domani, per evitare l’ira di Hitler, al quale aveva indirizzato parecchie lamentele, anche vigorose, per la persecuzione degli Ebrei. Groddeck appare l’erede del romanticismo tedesco, quello più puro. Egli si concentrò sull’uomo nella sua totalità (questo il fine della psicosomatica), cercando l’unione fra il corpo e la mente. Troppa mente l’avrebbe portato decisamente verso Freud (i due si stimavano, si veda il loro nutrito carteggio, e questo benché Freud non amasse chi praticava psicoanalisi in modo non ortodosso; da Groddeck il psicoanalista austriaco prese il termine “Es”, peraltro di probabile coniazione nicciana, riconoscendolo pubblicamente). Troppo corpo, l’avrebbe portato verso quel materialismo che predicava superiorità umana assoluta attraverso semplici e super stimate equazioni oggettive.

Per tutto questo, Groddeck aveva sempre evitato definizioni specialistiche del suo operato, declinando persino l’invito di Freud ad entrare a far parte della scienza a tutti gli effetti. Sarebbe stata, ai suoi occhi, una sorta di discriminazione. Il tedesco preferiva il soggetto uomo nella sua interezza. Quando parla di “Es” egli intende essere anteposto a Io e a Super-Io, non perché l’uomo debba essere limitato ad una concezione di sé e del mondo, quanto perché al momento la sua coscienza non può andare oltre il concetto di essenza unito a quella di individualità, nel significato ultimo di consapevolezza di sé e della realtà di cui si è circondati e nella quale si vive.

L’iniziativa privata, per il nostro amico, deve tenere conto dell’ambiente nel quale l’individuo si muove. L’essenza è l’essere in generale e l’Io in particolare che si adegua alla circostanza, provando a ricavare da tutto questo il meglio delle leggi naturali: anche quelle artificiali sono naturali, mascherate o sublimate. Nel suo libro più popolare, “Il libro dell’Es” (c’è una splendida edizione Adelphi, con traduzione di Laura Schwarz e prefazione di Lawrence Durrell, il grande scrittore inglese), Groddeck immagina una carteggio epistolare con un’amica che gli chiede consigli.

Egli usa lo pseudonimo di Patrik Troll, sotto il quale può dispiegare l’intera sua filosofia medica applicata alla psicoanalisi. Il libro è godibilissimo perché, giova ripeterlo, scritto magnificamente, con semplicità, bonomia, sensibilità, intelligenza e modestia. A volte esso raggiunge soavità poetica, rendendo leggera ed attraente la materia che tratta, in sé pesante e cerebrale. Sono stupende le dichiarazioni, ben argomentate, di sostanziale semplicità umana, resa complessa da una serie ininterrotta di rinunce che puntualmente si ripresentano come frustrazioni la cui guarigione è ardua. Groddeck non dà ricette salvifiche, semmai fornisce consigli comportamentali da lui stesso collaudati. Del resto, il suo vero lavoro consiste nell’alleviare le pene di malati cronici gravi: un calvario che egli stesso vive intensamente e da cui ricava grandi insegnamenti morali e spirituali.

A questo proposito, va citato un altro suo libro: “La natura guarisce, il medico cura”, titolo quanto mai esplicito sulla mentalità di questo grande osservatore del mondo: una persona straordinariamente intelligente e stranamente umile che ci insegna a guardare tutto e a vedere altrettanto, dando valore ad ogni cosa. Groddeck si sofferma spesso sulla dinamica del pensiero umano, espone mentre pensa, evitando preconcetti, ma non trascurando la via maestra che comporta un grande impegno speculativo da soddisfare con una certa diffidenza nei confronti delle capacità umane codificate. Qualche anno prima della sua morte, i rapporti con Freud diminuirono, si raffreddarono a seguito di una divaricazione sempre più forte fra le continue sperimentazioni olistiche da una parte (il nostro Groddeck) e la categoricità scientifica dall’altra (Freud, appunto). Al tedesco pareva eccessiva la sicurezza dell’austriaco.

Quest’ultimo non teneva conto della molteplici variabili dovute all’influenza dell’ambiente, il cui condizionamento  storicizzato sulla razionalità non era affatto sparito (troppo giovane la ragione rispetto alla cosiddetta irrazionalità). Per Groddeck lo si doveva prendere in carico, questo condizionamento,non certo per esaltarlo e proseguirne l’operato, ma per armonizzarlo con la ragione. Detto brutalmente, il tedesco partiva dalle fondamenta mentre l’austriaco partiva dal tetto, dal principio cartesiano di res cogitans e res extensa. Per Groddeck tutto è res cogitans, sempre detto brutalmente. La sua opinione, che non poneva l’uomo in primissimo piano, non poteva essere accolta dall’accademia scientifica. Per la filosofia di fine ‘900 avranno ragione entrambi, ma apparirà più convincente Groddeck: il mondo è maestro di occhi che vogliono guardare, non di occhi che pretendono di vederlo. Va ricercata e stabilizzata la complementarità fra i due estremi (fra l’uomo protagonista e quello osservatore).

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Letteratura
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Aggiornamento: 25-04-2015