Il realismo di Thomas Hardy

Anche solo una speranza remota continuava pur sempre a vivere come fanno le speranze.

Dario Lodi


Thomas Hardy (1840-1928) è ben presente in questa sua frase: non la speranza come estrema ratio, e quindi abbandono fra le sue braccia, ma speranza come dabbenaggine in fondo simpatica e ancora più in fondo tipica di un essere, quello umano, secondo lui, molto limitato. Dunque indulgenza, ma non troppa, e pronto richiamo alla realtà. Schopenhauer docet, Hardy lo amava.

Nella sostanza, la letteratura di Thomas Hardy è estremamente legata all’influenza intellettuale operata dal miglior romanticismo, quello che costringeva a riflessioni profonde messe in pericolo dal materialismo senza precedenti provocato dalla rivoluzione industriale. Dickens aveva messo la situazione su un piano civile e sociale, sollecitato dall’orrore delle città industriali inglesi, dove l’uomo era schiavo, Hardy userà gli effetti del materialismo moderno per esprimere uno sconforto oltre la contingenza.

Lo sconforto di Hardy sorge da una considerazione più articolata di quella dickensiana. Ai suoi occhi, l’uomo industriale (l’imprenditore) ha raggiunto il massimo grado di presunzione, arrivando a credere che con le sue sole forze cambierà il mondo e tutto per un benessere materiale effimero. Di conseguenza, il materialismo, secondo lo scrittore inglese, non avrà mai la possibilità di “sapere” e di “dominare”.

C’è da ritenere che il pessimismo di Hardy sia stato sollecitato da un’elaborazione un po’ affrettata dei dati in suo possesso, a causa della visione di una società, quella vittoriana in cui viveva, immersa nella più tremenda ipocrisia: egli ampliava questa visione sino a portarla a una degenerazione civile insopportabile. Il ‘900 dimostrerà che gli effetti del romanticismo non erano per niente scomparsi e che l’umanità un desiderio di pensare più che di agire lo manteneva comunque e anzi lo sviluppava, accettando persino un ridimensionamento della figura umana e riuscendo a vivere in un nuovo clima relativistico.

Ma certo le preoccupazioni di Hardy non erano mal riposte, per quanto le sue soluzioni libresche risentissero del fare romantico francese e russo, notoriamente impegnato nella composizione di romanzi crudi e disperati. Si pensi a Zola e alla sua saga dei Rougon-Macquart. Lo scrittore inglese non si accodò a certi peana melodrammatici, ma prese le cose di petto, dividendo le questioni teoriche da quelle pratiche, come un novello Occam, e sposando, non si sa quanto a malincuore (ma, fieramente, poco gli importava), le pratiche.

I suoi romanzi, e specialmente Il sindaco di Canterville e Tess d’Uberville, denunciano certo comportamento umano (volontario e addirittura involontario, come vittima quasi consenziente della circostanza) conducente all’inevitabile rovina personale. Ogni volta, dice l’autore, che l’uomo fa più di quanto gli è consentito trova la punizione. Appare doveroso pensare che in fondo l’atteggiamento di Hardy sia animato più da una volontà di avvertire che da quello di condannare qualsivoglia iniziativa dell’uomo oltre a quelle quotidiane, alimentari.

Il terzo suo romanzo importante è Via dalla pazza folla, noto per le numerose trasposizioni cinematografiche, generalmente modeste. Hardy qui onora la mentalità romantica primitiva, rifacendosi al poema Elegia scritta in un cimitero campestre di Thomas Gray, del 1751: Se non accetti le leggi naturali e non cerchi di conviverci in armonia, sei perduto, questa la sostanza estrema dello scritto hardyano.

La chiusura col romanzo avviene per Hardy con Giuda l’oscuro, nel quale l’autore tocca il punto più acuto del suo realismo pessimista. Il mondo vittoriano non gradì e Hardy si mise a scrivere solo poesie sino alla morte. Spicca, in esse, un tono vagamente ironico che alleggerisce il peso di una sentenziosità ormai di maniera, per quanto sapientemente disposta.

Thomas Hardy vanta un’espressività moderna. I suoi studi di architettura gli consentirono di effettuare descrizioni minute della realtà, come se potesse maneggiarla a suo piacimento: e questo per un amore e un rispetto nei confronti della natura straordinari. Tutto ciò era probabilmente una risposta oggettiva alle tentazioni metafisiche offerte dalla natura e fortemente predicate da un puritanesimo, quello vittoriano, senza pari. Hardy sta alla larga dalle conclusioni metafisiche, preferendo concentrarsi sulla concretezza degli spettacoli naturali, ai quali affida il senso della vita e della stessa vita umana: qualcosa che palpita per leggi proprie, non scardinabili. Alla sensibilità umana è dato di cogliere questi palpiti, per cercarvi una sistemazione e per goderli anche intellettualmente. E’ un pretesto, in Hardy, la questione sociale, in quanto semplicemente legata alla sopravvivenza, per risolvere il problema esistenziale. Che egli risolve sognando coraggiosamente ad occhi aperti.

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Letteratura
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Aggiornamento: 25-04-2015