Lo spirito di Hašek

Jaroslav Hasek

Dario Lodi


Dobbiamo ad Angelo Maria Ripellino, grande slavista, la scoperta del ceco Jaroslav Hašek (1883-1923), autore del capolavoro “Il buon soldato Švejk”, peraltro da lui incompiuto (č la versione principe: c’č un seguito, ma vale meno in quanto ricostruito su appunti reali e presunti). Ma Hašek fu autore anche di circa 1500 racconti, su varie riviste, con vari pseudonimi, racconti scritti, secondo lui, soprattutto per ragioni alimentari.

Straordinario il suo spirito camaleontico che gli faceva scrivere commenti di destra e subito dopo di sinistra: una versione delle cose e il suo contrario, con la massima disinvoltura e il massimo disincanto. Fermiamoci a Švejk, tuttavia, vale a dire ad un personaggio fra i piů rappresentativi del XX secolo. 

Švejk, ovvero Hašek, non prende nulla sul serio, neppure se stesso. Il romanzo inanella una serie di assurditŕ comportamentali che la dicono lunga sull’equilibrio mentale umano. D’altra parte, la vita č presa come una cosa occasionale, sul cui significato non č consigliato puntare qualcosa. L’uomo di Hašek si muove come un sonnambulo consapevole sia di trasognare sia di vedere la realtŕ com’č e di sfidarla come si puň: cioč ironizzandoci sopra, prendendola alla larga, evitando qualsivoglia impegno serio.

Nulla č serio, per lo scrittore ceco, neppure la morte. Tanto meno le vicissitudini del vivere, con quell’ostinazione burocratica nello scandire i tempi e i modi di un pensare e di un agire che fa solo sorridere. Sono polvere che si dissolve al primo colpo di vento. Allora, č meglio ricamarci sopra senza alcuna intenzione di prendere un partito. Vivere per vivere ed esistere per esistere. Godendo l’attimo, per quel che si puň godere: soffi inaspettati di piacere fisico ed intellettuale. Il secondo certamente piů raffinato e piů appagante.

Hašek non perde tempo a scervellarsi alla ricerca di una filosofia e dunque di un riferimento forte che faccia da perno al significato delle sue esibizioni. Egli intuisce, o vuole intuire, che certa recita umana č tutta una finta per cercare una valida auto-consolazione e una gratificazione. Tutto questo per annientare la paura di un’eclissi senza gloria.

Il piccolo genio di Praga non cede certo alla facile ironia, né sposa cause snobistiche: egli fa parte dell’umanitŕ che descrive, ne č anzi una sorta di notaio comunque coinvolto nelle storie che racconta. Nelle storie, la sua presenza č inconfondibile ed č necessaria. La facilitŕ di scrittura di Hašek, la sua verve naturale, la sua intelligenza profonda, la vocazione al guardare e al considerare con attenzione, il volontario disimpegno nel valutare il tutto, ebbene sono cose che affascinano enormemente e che entusiasmano.

Hašek sa intrattenere e sa creare suggestioni originali. La persona, poi, č simpaticissima. E’ una sorta di canaglia cui si deve perdonare ogni cosa perché si ha a che fare, in definitiva, con un cantore quanto mai ispirato della veritŕ ultima che c’č nell’uomo: la sua fragilitŕ, ma nel contempo la sua consapevolezza relativa e dunque la sua capacitŕ di conviverci degnamente ed anche di piů. Hašek passava molte sue giornate a bere birra a fiumi in compagnia di allegre e spensierate brigate. Si dice che scrivesse su tavoli di bettole, in mezzo al rumore. Pare che Švejk sia nato nel mezzo di una sbornia.

Non c’č sicuramente la volontŕ di esaltare un alcolizzato, ma nel caso di Hašek un po’ di indulgenza, e di simpatia, appaiono indispensabili. Egli cercň di ubriacare la vita, non se stesso. Cercň di ubriacare la vita per distrarla da ciň che č vestita da uomo. Poneva se stesso come campione dell’umanitŕ, in certo qual modo sacrificandosi. Švejk intanto vigilava scuotendo la testa, con una grazia che lascia senza parole, con un candore arguto e spiazzante.

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Letteratura
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Aggiornamento: 25-04-2015