Eugène Ionesco

Eugène Ionesco

Dario Lodi


Eugène Ionesco (1909-1994) dichiarava, con qualche preoccupazione, di non avere coraggio abbastanza per avere fede. In realtà non aveva intenzione di averne una. La religione era per lui come un alzare le mani di fronte ai problemi della vita. Nel suo caso, però, si può parlare di vita come di esistenza.

L’assurdità del vivere, e quindi dell’esistere, era un refrain abituale ai tempi giovanili di Ionesco. Il Decadentismo aveva cercato di rimediare – con il suo impegno sentimentale provato dall’euforia della Belle Epoque – all’allegra volgarità di un’epoca senza guerre in Europa (senza guerre dal 1871, dopo il conflitto franco-prussiano a favore dei prussiani: nascita conseguente della Germania, sino al 1914, inizio della Prima guerra mondiale), ma i suoi timori sotterranei, di grave crisi del freddo pragmatismo, si concretizzarono con un conflitto di dimensioni mondiali. Il sistema industriale stava collassando e voleva evitare il collasso con il confronto armato fra concorrenti. Conseguenza: una immane ed inattesa carneficina che in parte Ionesco – la famiglia emigrata in Francia – visse da bambino, rimanendone fortemente colpito.

Più tardi, Ionesco ritornò in Romania, sua terra natale, divenendo insegnante e pedagogo, e più tardi ancora fu di nuovo (e per sempre) in Francia, ottenendo la cittadinanza francese.

Lo Ionesco che interessa di più è quello che scrive teatro. Non si tratta per niente di un teatro tradizionale. L’esperienza bellica, che elimina l’ubriacatura della Belle Epoque, incide profondamente negli animi: il mondo non può più essere come prima, cioè non può essere quel mondo nuovo imposto dal materialismo (non sarà così, come e ben noto: tuttora quel mondo domina l’umanità, creando differenze artificiali basate sulla legge del più forte).

Col materialismo non si risolvono i problemi esistenziali, ma solo quelli alimentari (e non è per tutti). Il sistema materiale si involve umanamente, cancellando quelle sistemazioni (discutibilissime) all’interno della società che erano tipiche del mondo aristocratico ed ecclesiastico. Il materialismo ha di fatto accentuato la competizione individuale, mascherandola nelle corporazioni perché inevitabile, data la crescita numerica sociale.

Onnipotenza inventata

Il mondo che ne deriva è volutamente accattivante e fa sorgere una certezza di onnipotenza sulla base di una potenza contingente (peraltro mai vista prima e dunque facilmente abbagliante).

La differenza fra il mondo vecchio e il mondo nuovo è che nel secondo è scomparso del tutto l’umanismo come principio. L’umanità agisce in maniera disordinata. Tutto questo provoca una perdita di valori diciamo metafisici che non viene per niente compensata da valori materiali in quanto falsamente risolutori in toto a causa della loro superficialità (per lo meno attuale).

Sono cose che deprimono animi sensibili come quello di Ionesco e che ne offendono l’intelligenza.

Per questo lo scrittore si impegna quasi in senso contrario alla bisogna. Egli va a scrivere testi assurdi (lo stesso fa Samuel Beckett, quasi suo coetaneo: ma Beckett sta in aspettativa di un miracolo – “Aspettando Godot” - pur insinuando una sfiducia totale, quasi per vezzo, per “innocente presunzione”: i due daranno vita al Teatro dell’assurdo) e carica questi testi di ironia profonda quanto lieve. C’è un vero e proprio distacco con la realtà perché Ionesco la ritiene inutile ai fini di una esistenza di spessore, così come sarebbe possibile date le qualità “nascoste” dell’uomo. L’insistenza dello scrittore nel presentare situazioni agli antipodi di un significato accettabile, e di inventare storie senza capo né coda, con attori immersi “a bagno maria” nella nulla fatto passare per una specie di tutto, è un’insistenza che dimostra la preoccupazione di Ionesco di uscire dall’inferno da un sistema borghese così limitato, così dequalificante, per indurre a reagire a favore di un minimo di dignità e decenza.

Lo scrittore franco-romeno non crede alla riuscita della operazione: egli ha un cedimento di fondo, è pessimista suo malgrado. Molto pessimista e molto suo malgrado. 

La cantatrice calva e dintorni

Le sue opere teatrali, “La cantatrice calva” e  “Rinoceronti” in particolare (ma la cantatrice è irresistibile, è la commedia che meglio rappresenta l’estro di Ionesco), sono caratterizzate da un linguaggio incomprensibile, concepito apposta per criticare un pensare (?) e un fare squilibrato, e sono gravate da un sarcasmo ferocissimo che si ritorce sullo stesso autore, nel senso che quest’ultimo si punisce per l’ingenuità della denuncia che fa, pensata come importante, e ancora di più per un’allusione estrema riferita ad una possibile palingenesi.

In effetti, alla fin fine, Ionesco sembra contare sulla imprevedibilità del futuro, e dunque sulla possibilità che qualcosa di diverso, e magari di meglio, accada davvero.

Il magari ha la vaghezza e il sorriso bonario quanto indulgente, ma con grande raffinatezza speculativa e antispeculativa quasi allo stesso tempo, di quella specie di scienza definita “Patafisica” dal grande Alfred Jarry (1873-1907). E’ la scienza del possibile e dell’inaspettato, che tanto attrasse gli intellettuali del tempo, così come è scienza vera quella di Max Planck (la famosa, ma non ancora ben metabolizzata filosoficamente, meccanica quantistica).

La Patafisica di Jarry è nel mondo della fantasia, ma ha forti addentellati con la realtà capace di fare da sé, senza demiurghi o divinità vere e proprie. Non si tratta affatto di panteismo, per lo meno non si tratta di “quel” panteismo, ma di animo proprio. Planck dimostra che non esiste alcun finalismo prefissato.

Ionesco si batte perché l’uomo esca dall’approssimazione, qualunque essa sia: meglio che l’uscita si affidi alle caratteristiche umane. Sarebbe più facile comprendere anche, se probabilmente più difficile accettare un verdetto sfavorevole (ma certo, grazie alla Patafisica e a Planck il verdetto potrebbe cambiare e l’uomo contribuire seriamente e responsabilmente al cambiamento: Ionesco non è convinto che sia tutto inutile, tanto l’esistenza è un’illusione (ma il concetto nasce da considerazioni in corpore vili, e quale corpore vili!). Le sue prove portano anche altrove. Ed è questo portare altrove che conta e che fa di Ionesco un altro “eroe” del “piccolo” uomo laico, incamminato da solo su un nuovo sentiero.

Vediamo l’inizio de “La cantatrice cala” e alcune battute di questa irresistibile commedia: 

Interno borghese inglese, con poltrone inglesi. Serata inglese. Il signor Smith, inglese, nella sua poltrona e nelle sue pantofole inglesi, fuma la sua pipa inglese e legge un giornale inglese accanto a un fuoco inglese. Porta occhiali inglesi; ha baffetti grigi, inglesi. Vicino a lui, in un'altra poltrona inglese, la signora Smith, inglese, rammenda un paio di calze inglesi. Lungo silenzio inglese. La pendola inglese batte diciassette colpi inglesi.

Signora Smith: Già le nove. Abbiamo mangiato minestra, pesce, patate al lardo, insalata inglese. I ragazzi hanno bevuto acqua inglese. Abbiamo mangiato bene, questa sera. La ragione si è che abitiamo nei dintorni di Londra e che il nostro nome è Smith.
Signor Smith: (continuando a leggere, fa schioccare la lingua).
Signora Smith: Le patate sono molto buone col lardo, l'olio dell'insalata non era rancido. L'olio del droghiere dell'angolo è di qualità assai migliore dell'olio del droghiere di fronte, ed è persino migliore dell'olio del droghiere ai piedi della salita. Non voglio dire però che l'olio di costoro sia cattivo.
Signor Smith: (continuando a leggere, fa schioccare la lingua).
Signora Smith: Ad ogni modo l'olio del droghiere dell'angolo resta il migliore...
Signor Smith: (continuando a leggere, fa schioccare la lingua).

Signor Smith: Un medico coscienzioso deve morire con il malato, se non possono guarire assieme.

Signor Smith: Che tutti i medici sono ciarlatani. E anche tutti i malati. Solo la marina è sana, in Inghilterra.
Signora Smith: Ma non i marinai.
Signor Smith: Beninteso. (scena I)

Signora Smith (che ha una crisi di furore): Non mandarmi più ad aprire la porta. Hai visto che è inutile. L'esperienza insegna che quando si sente suonare alla porta è segno che non c'è mai nessuno. (scena VII)

Pompiere: Molto male. Non accade quasi nulla, qualche sciocchezzuola, un camino, una stalla. Niente di serio. Cose che non rendono. E siccome non c'è rendimento anche il premio di produzione è molto magro.
Signor Smith: Andiamo male. In tutti i campi è la stessa storia. Il commercio, l'agricoltura, proprio come il fuoco, quest'anno... non si riesce a ingranare.
Signor Martin: Niente grano, niente fuoco.
Pompiere: Neppure inondazioni.
Signora Smith: Ma c'è dello zucchero.

Signor Smith: Perché lo fanno venire dall'estero.

Signora Martin: Per gli incendi sarebbe più difficile. Troppe tasse. (scena VIII)

Pompiere: (si dirige verso l'uscita poi si ferma) A proposito, e la cantatrice calva?
Silenzio generale, imbarazzato.
Signora Smith: Si pettina sempre allo stesso modo! (scena X)

Signor Smith: Prendete un circolo, coccolatelo, diventerà vizioso!

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Letteratura
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Aggiornamento: 25-04-2015