La vita difficile di Attila JÓzsef

Dario Lodi


METTI LA MANO

Metti la mano
sulla mia fronte
come se la tua mano
fosse la mia mano.
Sorvegliami, come se
mi si volesse uccidere
come se la mia vita
fosse la tua vita.
Amami, come se
tu lo volessi
come se il mio cuore
fosse il tuo cuore.

La poesia citata, sicuramente fra le migliori del ‘900, è dell’ungherese Attila József (1905-1937). Attila è figlio di un operaio e di una contadina. Il padre lascia la famiglia quando lui ha tre anni. Viene affidato ad un’altra famiglia, dove conosce patimenti derivati da un duro e degradante lavoro. Scappa e ritorna dalla madre (strazianti le sue poesie su di lei), il cognato della quale si preoccupa di farlo studiare. E’ brillante negli studi ed è inquieto: non si sente a suo agio nel mondo, non si sente accettato per quel che vale.

Sente di avere molte cose da dire, cose importanti, determinanti per sé e per l’umanità. Non sono velleitarismi. Il giovane ha una sensibilità speciale, scrive poesie non legate all’ambiente o al tempo in cui vive. Le sue composizioni sono rivolte al problema esistenziale: c’è il desiderio del protagonismo assoluto in esse, c’è la disperazione di non poterlo raggiungere. Ma non siamo a qualcosa di decadente, di esangue e forzato, non c’è vittimismo in Attila József. C’è un ritmo vitale quanto mai articolato, pensato e partecipato nel momento stesso dell’enunciazione. Attila vive intensamente la parola e ancora più intensamente il concetto che si forma legandola ad altre. Si avverte l’opportunità dell’espressione proposta in quel modo e si ammira, come una sinfonia, la modulazione dei versi: un crescendo irresistibile di rivelazioni del sentire interiore di un uomo ideale.

L’idealità non è nella sublimazione di uno stato d’animo, ma nella vivezza della tensione verso la massima chiarezza possibile del proprio dire. E’ un dire che parla di un volere sentito come necessario da soddisfare. Non è una necessità qualsiasi, è qualcosa di spirituale che invoca la perfezione.

Siamo ad una perfezione rivolta allo sfogo delle virtù umane: Attila predica purezza d’intenti ed impegno intellettuale, invita alla tesaurizzazione dei sentimenti, al rispetto della propria personalità e alla sua giusta esaltazione: sono modi per sfuggire alla convenzione e per vivere la vita personalmente, con consapevolezza piena e con responsabilità assoluta. Sono cose che, secondo il poeta, portano ad una vita degna di essere vissuta: l’uomo completo è in grado, finalmente, di trovare una propria collocazione nell’esistenza del tutto. Egli non sarà una parte qualunque di esso. Avrà i suoi sentimenti maturi e soddisfatti ad elevarlo.

La condizione povera del poeta lo costrinse a mille lavori, umili e malpagati. Ma qualcuno apprezzava le sue poesie e alcune gli furono pubblicate e pagate. Attila visse, negli ultimi anni della sua vita, di quei magri guadagni. Avvertiva il peso dell’emarginazione.

Gli pesava di più quella materiale, non per ergersi a martire, ma per una delusione interiore che si riferiva sia alla sua difficoltà di esprimere interamente ciò che aveva nella mente e nel cuore sia al disinteresse esterno per la sua sofferenza spirituale. Il mondo non lo capiva né l’avrebbe mai capito.

Lui stesso non si capiva: questo aveva scoperto, così come aveva scoperto che sapeva soffrire in modo sublime. Questo ci ha lasciato e questo, quando si entra, pur parzialmente, nel suo universo ci fa riflettere profondamente, a dovere, facendoci inchinare di fronte alla sua straordinaria sensibilità.

Della sua morte precocissima si sa che fu provocata da un treno: stava attraversando i binari? S’era disteso su di essi? Incidente o suicidio? Distrazione fatale?

Chi scrive non crede al suicidio, sarebbe la banalizzazione di una figura eccezionale, di un maestro della sofferenza e della giusta, esemplare, reazione (la sua stupenda, originale, immortale poesia).

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Testi di Attila József


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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Letteratura
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Aggiornamento: 25-04-2015