La semplicitÓ di Konstantinos Kavafis

Dario Lodi


Le finestre

In queste tenebrose camere, dove vivo - giorni grevi, di qua di là m'aggiro - per trovare finestre - (sarà scampo se una finestra s'apre). - Ma finestre non si trovano, o non so - trovarle. Meglio non trovarle forse. - Forse sarà la luce altra tortura. - Chi sa che cosa nuove mostrerà.

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Della sua produzione poetica, Konstantinos Petrou Kavafis (1863-1933), nato greco e vissuto per lo più ad Alessandria d’Egitto, salvò centocinquantaquattro componimenti. Proveniva da una famiglia facoltosa, impiegata nell’import-export, che per varie vicissitudini esterne si trasferì a Londra nel 1872 rimanendovi sino al 1879. Fu poi a Costantinopoli nel 1885. Il nostro poeta, nello stesso anno, rientrò ad Alessandria e li restò sino alla morte. Fu giornalista, poi trovò lavoro al Ministero egiziano con l’incarico d’interprete. Cominciò a comporre dopo i quarant’anni.

Kavafis era uno scettico convinto. E lo era suo malgrado. Probabilmente cominciò a scrivere poesie per rimuovere il malessere che lo opprimeva. Era un intellettuale costretto a una vita da travet. Non era socialmente allineato. Dichiarava di essere omosessuale. Sognava l’ellenismo nella sua fase decadente. Pensava ad Antonio e Cleopatra, alla legione di giovinetti attraenti, imperdibili, che formavano il corteo del regime tolemaico. Viveva quel clima pagano con garbo esteriore.

Il garbo esteriore di Kavafis è dato da un indugio riflessivo con il quale il poeta sistema la composizione secondo un dettato etico e formale. Dire anche cose eccessive con i dovuti modi. Ma, poi, dire ogni cosa possibile perché ogni cosa ha la dignità di essere. Immaginiamo come fosse considerata l’omosessualità agli inizi del ‘900 presso i cristiani copti. Ci voleva un bel coraggio per andare contro l’eterosessualità.

A uno scettico con i fiocchi come lui, veniva facile professare la bellezza di un sesso libero, pagano, non legato alla riproduzione. Quest’ultima, a occhi sospettosi, diviene una costrizione naturale che pone in secondo piano il godimento sessuale a favore di un risultato non precisamente voluto. Del resto, lo si ottiene essendone solo un tramite.

La poesia di Kavafis è in realtà prosa vagamente lirica. Vi sono non poche illuminazioni, non poche osservazioni felici, non pochi trasporti sentimentali, ma generalmente – ed è la cosa migliore – vige un controllo dotato di amarezza, di sconforto. E’ una specie di dolia intellettuale, insanabile, che finisce col rendere grigio, d’un grigiore tuttavia vivissimo, qualsiasi colore. E’ come se il colore si stemperasse pian piano, inesorabilmente, sotto gli occhi di chi lo sta ammirando con tanto amore e tanta speranza d’inesauribilità cromatica.

Il colore, il sentimento, come offerta di sé, come testimonianza del proprio sentire, come speranza di continuità, come certezza di essere e come importanza della propria essenza. Nulla d’impositivo e nessuna disperazione, bensì una piana esposizione dei propri stati d’animo di fronte ai grandi problemi vitali, di fronte ai grandi, classici, interrogativi meditati a lungo senza trovare una via d’uscita.

C’è stupore nei versi di Kavafis ed è uno stupore radicale, non mediato da intellettualismi, non manipolato da atteggiamenti formali tradizionali, mai nascosto. E’ il filo rosso che unisce le considerazioni esposte con liricità, con sofferenza sublime, con abbandono nel mistero delle cose: è un fluire lento, come un fiume che indugia in anse e si rispecchia in se stesso trovandovi un’immagine ambigua, sfuggente, imprendibile, ma cara.

Il poeta greco non è avaro di composizioni erotiche, ma in esse non si trova morbosità sessuale, bensì una scoperta sensuale caratterizzata dalla voglia di gridare il proprio diritto al piacere, come una poderosa sfida alla decadenza, alla morte.

Kavafis non è avaro neppure di composizioni stoiche, dove parla del flusso della vita, quasi il tema non gli appartenesse, non facesse parte di lui, non lo riguardasse. Una sottile, profonda, malinconia tuttavia lo coinvolge, scuote il suo animo, lo fa sentire partecipe a ciò che esprime. La partecipazione è sommessa grazie ad una riflessione intellettuale che porta il poeta a una certa padronanza ideale del tutto, infine vincente in quanto comprensiva, pur a parole, della negatività estrema (la morte, insomma).

Il poeta greco ha questa originalità espressiva, nella quale l’elemento tardo-bizantino (un certo fatalismo, una certa accettazione del dolore spirituale, qualche risposta, residuale, pagana, pronta a fiammeggiare, pronta ad alzare la schiena, ma con educazione, con raffinatezza), gioca un ruolo importante, ma non è mai essere essenziale. L’essenzialità è nella strofa risolta nell’attesa di una risposta consolatoria che niente e nessuno può darle. Kavafis ne è cosciente, ma insiste.

Dello stesso autore:

Testi di Konstantinos Petrou Kavafis


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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Letteratura
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Aggiornamento: 25-04-2015