La strada di Jack Kerouac

Jack Kerouac

Dario Lodi


Di Jack Kerouac (1922-1969) è notissimo il suo romanzo “Sulla strada”. Gli altri ricalcano più o meno lo stesso tema: la ribellione dell’uomo alla schiavitù della civiltà moderna, quella sorta due secoli prima dalla rivoluzione industriale ed esplosa negli Stati Uniti, specialmente dopo la Seconda guerra mondiale.

Kerouac era uno scrittore improvvisato, senza malizia. La sua è prosa spontanea (è una definizione sua), in presa diretta, non filtrata dal mestiere. Il filtro, in linea generale, è indispensabile per le limature opportune fornite dalla razionalità e da una certa convenzionalità espressiva che è buona se usata bene. Kerouac è un emarginato per ragioni sociali e per scelta personale: la seconda diventa indispensabile per via del carattere pacifico dello scrittore. Preoccupazione principale di Kerouac è la scoperta del mondo. Vi si approccia con occhi infantili, meravigliandosi ed entusiasmandosi di tutto.

Nel suo viaggiare da “Hobo” (da vagabondo), egli ha occasione di pensare al modo di valorizzare l’esistenza, di toglierla dalle grinfie di un sistema che la deprime. I valori del Nostro sono l’amore, l’amicizia, la poesia della vita. Nel suo romanzo più noto, questi valori sono vissuti con dolore per il timore di non poterli soddisfare. Sal Paradise (che è Kerouac stesso) segue Dean Moriarty (fotocopia di un suo amico) nelle peregrinazioni per l’America ala ricerca affannosa di un porto sicuro. Moriarty, tuttavia, fa di più, va oltre l’operazione culturale per sposare un’irrequietezza cosmica, metafora di una ricerca assoluta e sempre relativa. Grazie a questa logica, Kerouac raccomanda la cattura dell’attimo fuggente e il godimento intellettuale dell’istante, idealmente protratto in eterno. Per quanto la sua prosa sia frettolosa, essa nasconde nella sua dinamica una precisa ambizione culturale, con tanto di recupero di ogni sollecitazione emotiva e sua pronta tesaurizzazione. E’ questa ambizione a determinare la nascita, per mano sua, del concetto di Beat Generation (gli si deve anche il nome). Beat significa ritmato e sottintende vivere la vita secondo i ritmi interiori del proprio animo, con particolare riguardo a quelli più originali, più adatti alla costruzione di una nuova mentalità, di un nuovo rispetto per la sensibilità umana.

Della Beat Generation fecero parte, fra gli altri, Allen Ginsberg, William Burroughs, Gregory Corso, Lawrence Ferlinghetti: scrittori e poeti d’assalto con “armi proprie” ed “armi improprie”, le seconde caratterizzate da un certo compiacimento letterario che di fatto causò qualche involuzione al fenomeno.

Considerato di non grande rilievo intellettuale, Kerouac si dimostra, invece, scrittore di grande sensibilità e di grande coerenza, interamente al servizio della sua missione impossibile.

I letterati come i quattro citati non riescono a raggiungere la sua incisività in quanto vivono la questione agitata da Kerouac da dietro una scrivania (per dire), riempiendo di artifizi da fuochi d’artificio le loro espressioni. Burroughs, ad esempio, ne il “Pasto nudo” riempie le pagine di situazioni esasperate, passando dall’una all’altra con un’abilità soprattutto esteriore, tutta fuoco e fiamme. Ginsberg, invece, è poeta “alato”, pindarico per lo più, garbato e intelligente, ma tendente ad un certo accademismo. Così Ferlinghetti e Corso, ripiegati, anche, su un dolore esistenziale, per così dire, voluto, forse addirittura inseguito.

La Beat Generation fece uso di droghe ed alcool a fiumi, come prova assurda della propria libertà e del proprio disprezzo verso il mondo che pure la manteneva.

Kerouac fece lo stesso con molta più serietà, arrivando a pagare di persona. Era chiara la sua incapacità di adattarsi al mondo nel quale era costretto a vivere. Il processo di autodistruzione cominciò presto e fu perseguito con ostinazione e determinazione.

La scrittura era stata per lui una fonte di guadagno e di celebrità, ma tutto questo aveva tradito le sue aspettative. I suoi epigoni non ebbero mai la sua tensione e la sua speranza (una speranza ingenua, ma a suo modo robusta). 

Aveva solo 47 anni quando il suo fegato cedette. Forse fu una liberazione. Fu anche una sconfitta del mondo, una grave sconfitta, in quanto sacrificò Kerouac con indifferenza.

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Letteratura
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Aggiornamento: 25-04-2015