L’incisività di Karl Kraus

Dario Lodi


Il diavolo è ottimista se pensa di poter peggiorare gli uomini.

Di Karl Kraus (1874-1936) sono celebri gli aforismi. E giustamente perché abbiamo a che fare con una coscienza quanto mai lucida e con una personalità quanto mai rispettosa dell’intelligenza umana. Kraus era ceco di origine ebrea e visse interamente la sua vita a Vienna. La classica questione della “finis Austriae” non lo toccò più di tanto, anzi il crollo dell’impero austro-ungarico lo visse con una certa contentezza.

Il nostro scrittore – vero emulo di La Rochefoucauld e in parte di Montaigne – non riuscì a sopportare la mentalità dogmatica dei rabbini né a soffrire certa ottusità del sistema che separava gli Ebrei dai Cattolici durante l’ora di religione. Se di fede si doveva parlare perché mai fare del settarismo?

Spirito ribelle, per via di un grande senso libertario, sensibilità eccezionale, come dote naturale, e agguerrito giustizialista, Kraus lottò tutta la vita per la dignità dell’essere umano, per la vera meritocrazia e per la difesa delle virtù dianoetiche, assai poco impiegate nel mondo folle della prima guerra mondiale, e del suo triste seguito, in cui si era ritrovato costretto a vivere.

Lo scrittore, in realtà un raffinato intellettuale, godeva di una buona rendita (la famiglia produceva carta). La fortuna economica gli diede la possibilità di frequentare ambienti ricercati, con personaggi in posa, ma anche con veri artisti. Tutto questo gli consentì di avere collaboratori straordinari per la sua rivista “La fiaccola” che Kraus fondò nel 1899 e che tenne sino alla morte. Dal 1911 fu l’unico redattore, ma prima aveva avuto Kokoscha (più noto come pittore), Strindberg, Wedekind, Trakl, Oscar Wilde, ovvero fra il meglio dell’intelligenza del tempo.

Kraus amava esibirsi in pubblico. Lo faceva leggendo spesso brani di grandi autori (Brecht, Hauptmann, Goethe, Shakespeare) o cantando arie di Offenbach. Si trattava di conferenze quasi improvvisate, prive di qualsivoglia sussiego, molto apprezzate dai giovani. Il nostro scrittore si esibiva con passione e con la speranza che a qualcosa servissero veramente: era, in quei frangenti, un altro Kraus, un Kraus sorprendentemente ingenuo.

Del resto, che fosse ingenuo, se si riflette bene, è dimostrato dalla sua instancabile missione contro i corrotti e gli ipocriti che infestavano la vita sociale. Non avrebbe insistito se gli fosse venuta a mancare la convinzione che le cose sarebbero cambiate anche grazie alla sua ostinazione. L’evidenza, che lui seguitava a mettere in mostra in tutti i modi – molti alla fine saranno gli articoli, i libri, i pamphlet praticamente monotematici – avrebbe prevalso sull’indifferenza.

La vittoria del bene è fra le righe degli scritti di Kraus, è sottinteso, è una speranza di natura romantica. Molto più dure, intelligenti ed eleganti, sono le reprimende contro il sistema e contro gli uomini che lo alimentano per pigrizia e per ignoranza. Lo scrittore austriaco non ammette che l’uomo abbia dei limiti.

All’homo faber egli oppone l’homo sapiens con una pervicacia notevole, pur mostrando, come contrappasso desolato, il disappunto per la difficoltà di un’operazione del genere. Questo disappunto assume toni disperati, riscattati da un’ironia acuta e da una satira impietosa che mettono alla berlina certe pretese umane. Che affondano come lame nella pochezza dell’uomo.

Per Kraus, l’impiego sistematico della satira diventa una specie di divertimento intelligente, una prova di ulteriore acutezza di pensiero su un tema generale – l’uomo – che conosce mille particolari significativi e allo stesso tempo insignificanti ai fini di una speranza di promozione intellettuale. Una promozione pertinente se non fosse per le mille perdizioni in cose di poco conto, effimere, e per il conseguente degrado personale fatto di accettazioni meschine e di compromissioni vergognose.

Il nostro scrittore tesse una fitta trama di controindicazioni al vivere tradizionale, pensando a un sistema filosofico che, tramite aforismi acuti e pungenti, possa scuotere le coscienze: in effetti, secondo Kraus, perché si ottenga qualcosa è indispensabile che qualcuno si decida a dire come stanno le cose esattamente. Se uno capisce, prima o poi capiranno tutti.

A questo punto, subentra un realismo spietato, vissuto come teoria estrema e inevitabile (l’inevitabilità è un portato della resa per una sorta di masochismo, eredità di ogni mente superpensante e stanca), che porta, chi la formula a considerazioni amarissime: troppa è la differenza fra aspirazioni e risultati, ed è nettamente a favore dei secondi. Così Kraus arriva ad assaporare il disappunto più crudo e per evitare d’ingerirlo si mette a giocare seriamente con i concetti. Vive considerazioni facili, difficili, convenzionali, originali, con finto distacco e con passione soffocata: deve vincere la razionalità, ma non troppo.

Kraus ci dice che siamo meglio di come pensiamo, ma che non vogliamo crederci, non vogliamo impegnarci a essere ciò che dobbiamo essere. La sua satira coglie nel segno e allo stesso tempo ci trasmette un dolore autentico per ciò che sottintende. Questo dolore è la grandezza di Karl Kraus.

Dello stesso autore:

Testi di Karl Kraus


Web Homolaicus

Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Letteratura
 - Stampa pagina
Aggiornamento: 25-04-2015