I tramonti di Tomasi di Lampedusa

Tomasi di Lampedusa

Dario Lodi


Si deve a Giorgio Bassani la scoperta di Giuseppe Tomasi di Lampedusa (1896-1957). Il nobiluomo siciliano era sempre stato ai margini del mondo letterario convenzionale, preferendo la solitudine (e la buona lettura) ai salotti e alle luci, non proprio chiare, dei premi letterari (ne vinse dopo la morte).

Spinto da comprensibile ricerca di gloria, Tomasi di Lampedusa tentò di pubblicare l’unico suo romanzo, il poi famosissimo Gattopardo ricevendo rifiuti che lo amareggiarono parecchio, specialmente quello di Elio Vittorini, noto talent scout di autori nuovi e operatore culturale di rilievo (fu soprattutto  lui a far conoscere la letteratura americana, svecchiante quella nostrana).

Giorgio Bassani, il noto romanziere dal piglio ottocentesco riveduto e corretto dal neorealismo, fu invece entusiasta del romanzo e lo fece pubblicare da Feltrinelli: fu un successo di pubblico strepitoso.

Il Gattopardo è un caso più unico che raro. Tomasi di Lampedusa era un outsider per quanto riguarda il mondo letterario ufficiale, la chiusura del quale al nuovo, non importa di quale provenienza, era ed è un vero e proprio scandalo civile. Guido Morselli, ad esempio, uno scrittore sopra le media, ma non inserito nel sistema, fu spinto al suicidio dall’indifferenza della macchina editoriale, che invece lo incensò e lo sfruttò da morto. Un’opera di sciacallaggio portata a termine con freddo cinismo.

Non è pensabile che Tomasi di Lampedusa, pur amareggiato dai rifiuti editoriali, finisse come Morselli. Per il nobiluomo, la letteratura era una specie di esercizio mnemonico e nostalgico (lo si vede bene nei suoi Racconti  essenziali e incisivi in maniera esemplare) eseguito con la massima cura estetica.

Il Gattopardo è  un piccolo gioiello di saggezza avvolta nella malinconia. E’ una malinconia che porta alla riflessione e alla considerazione di ciò che scompare con il mondo che sta scomparendo con la nascita dell’Italia. La considerazione non ha carattere di egoismo per la perdita di privilegi storici, ma di preoccupazione per l’eclissarsi di un ordine sociale che bene o male teneva insieme una comunità senza traumi particolari. La tenuta non positiva si rifaceva allo spadroneggiare di latifondisti senza scrupoli e di mafiosi al loro servizio. La tenuta invece positiva era qualcosa di idillico, tutto da compiersi, ma nel cuore e nel cervello di gente per bene come il

Nostro, che stava scomparendo del tutto, sotto occhi increduli e sognatori, grazie al “progresso”. Un mondo al tramonto, ed è un tramonto irreversibile.

Chiaramente, la realtà borbonica non propendeva per chissà quale promozione individuale e dunque sociale (le operazioni industriali, la prima ferrovia italiana Napoli-Portici, furono cose teatrali senza seguito significativo). L’analfabetismo nel Regno delle Due Sicilie era drammatico. La gente “inferiore” era vista come poco più di un animale (nel resto della Penisola, tuttavia, la situazione non era molto migliore). Tomasi di Lampedusa riporta, in un racconto, che durante le visite  giovanili in campagna, dove aveva una tenuta di considerevoli dimensioni, spesso di presentavano gruppi di girovaghi che per quattro soldi e l’offerta di un abbondante colazione, sciorinavano reperti persino shakespiriani. L’Amleto egli lo conobbe così. Il nobiluomo passa poi a rimpiangere la scomparsa di questi figli del Teatro dell’Arte, commentando che almeno allora la povera gente qualcosa riusciva a mangiare. Che ne sarebbe stato dei contadini sotto il Piemonte? (Purtroppo lo sappiamo grazie alla terribile esperienza del brigantaggio: un fenomeno che fece più morti italiani di tutte e tre le guerre d’indipendenza messe insieme.)

Torniamo al Gattopardo e alle malinconie sul tramonto di quel paradiso, se non reale, possibile.

Tomasi di Lampedusa pensava alla Sicilia come ad  un’Arcadia con tanto di zampogne e di contadini soddisfatti (alla Teocrito) mentre vedeva contadini alle prese con una novità che non prometteva, civilmente, nulla di buono. Si rendeva conto, tuttavia, della inevitabilità del cambiamento e, smettendo i panni dell’idealista aristocratico, capiva il mutare dei tempi e l’incalzare di nuove istanze e di nuove esigenze: l’umanità doveva diventare tutta quanta umanità vera, con tanto di diritti e di doveri individuali tutti uguali. La cosa si sarebbe dovuta fare in casa, tra nobili, tra aristocratici: sarebbe stata più controllabile e, grazie alla saggezza acquisita più lineare. Ma l’uso della saggezza era sempre stato rimandato e il popolo continuava a vivere accanto all’asino, nella miseria e nella sporcizia.

I Piemontesi promettevano di risolvere questi problemi. Ma Tomasi di Lampedusa vedeva lontano: la povertà fu ancora più dura (non c’erano più le elargizioni borboniche) e gli obblighi più pressanti ed esosi (la coscrizione militare, le tasse). Alto sarà

il debito da pagare per piccoli passi in avanti (l’istruzione, l’inurbazione, i diritti salariali, l’igiene: cose date più per convenienza che per giustizia).

Tomasi di Lampedusa celebra la fine di un mondo paternalistico – senza però essere troppo paterno, in concreto – con parole dolci e appassionate, ma anche con fermezza ed orgoglio, accettando, infine, il tramonto. Il Gattopardo è fra i pochi libri italiani del ‘900 che convince e Tomasi di Lampedusa è uno scrittore speciale, veramente speciale.

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Letteratura
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Aggiornamento: 25-04-2015