Il garbo di Valery Larbaud

Dario Lodi


Il decadentismo di fine ‘800 favorì esitazioni espressive, comportò latitanza di idee. Il motivo è racchiuso nell’avanzata implacabile del materialismo, per cui ogni “sosta” intellettuale e spirituale era vista come indugio inevitabile, come ripiegamento in una sterile malinconia. L’intellettuale che non si arrendeva all’evidenza dei fatti, passava ad interventi eclatanti, forzati, parafisici.

L’Italia, a questo riguardo conobbe due fenomeni particolarmente vistosi: Gabriele D’Annunzio e il Futurismo. Contemporaneamente a quest’ultimo, altrove sorgevano Astrattismo e Cubismo: a parte D’Annunzio, abile manipolatore di parole, questi fenomeni intendevano impossessarsi concettualmente dello strapotere del materialismo. Ne verranno, al contrario, assorbiti.

La Francia, conoscerà invece, una pausa inventiva, durante la quale promuoverà una rivisitazione del Romanticismo con vivo senso nostalgico. Su tutti, ci sarà l’esempio di Marcel Proust.   

Valery Larbaud (1881-1957), proveniente da una ricca famiglia di Vichy, sarà l’anima gentile, delicata, di questa rivisitazione. Lo scrittore è conosciuto anche come A. O. Barnabooth in quanto scrisse un libro, nel 1913, nel quale campeggia questo personaggio.

Il quale personaggio è la fotocopia di Larbaud stesso e la storia è la sua storia: quella di un eccentrico miliardario cosmopolita alla ricerca di se stesso, ma soprattutto alla ricerca della sistemazione della propria sensibilità nei confronti dei personaggi e degli eventi che incontra durante i lunghi viaggi. Davvero notevole questa sensibilità, specialmente nelle poesie. Nelle poesie, Larbaud libera la propria interiorità, dimostrando quanto sia complessa e quanto sia profondo il suo sentire. Lo scrittore francese si esprime in modo personale, originale, senza condizionamenti esterni.

Eppure, la cultura di Larbaud è di tutto rispetto. Egli ama ed impone in Francia James Joyce, conosce ad apprezza il nostro Svevo, avrà contatti con Montale. Il giovane Montale (cioè il migliore) apprezzò in modo particolare l’espressione di Valery Larbaud.

Ne apprezzò il garbo, la levità, l’essenzialità capace di ampie suggestioni. Il Simbolismo, tanto caro ai Francesi, c’è anche nel Nostro, ma non è di tipo formale quanto di tipo concettuale. Cioè, il formalismo compositivo simbolico, pensato per consentire al fruitore un allargamento degli effetti della composizione (pure le interpretazioni personali sono ammesse), nelle mani di Larbaud diventa una sorta di simbolismo concettuale, dove è l’insieme a contare e dove la trasmissione di suggestioni è legata all’invito a recepire un messaggio impegnato, logico, conseguente, per nulla criptico e per nulla anarchico.

Con lo scrittore francese, si ritorna ad una struttura classica, arricchita da suggerimenti sentimentali (non sentimentaloidi) delicati e acuti.

Le poesie di Larbaud fanno riflettere in modo naturale, irresistibile e si fanno apprezzare per la grande umanità di cui sono dotate. E’ un’umanità resa spontaneamente e doverosamente nel rispetto dell’animo umano più vero: quello che si meraviglia del mondo, delle cose e di conseguenza si meraviglia di se stesso, del proprio pensare, del proprio sentire. Un modo, quello di Valery Larbaud, per richiamare l’umanità distratta dal gelido pragmatismo al godimento dello spirito: imbattibile risorsa di vera felicità.

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Letteratura
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Aggiornamento: 25-04-2015