Lo stupore di Edgar Lee Masters

Dario Lodi


Per quanto abbia pubblicato oltre cinquanta volumi, Edgar Lee Masters (1868-1950) è noto solo per  “L’antologia di Spoon River”. Il testo gli fu ispirato dal poeta inglese settecentesco, pre-romantico, Thomas Gray, famoso per “L’elegia scritta in un cimitero di campagna”. Questo tipo di composizioni è mutuato dalla classica Antologia Palatina. Ne fu attratto anche il nostro Ugo Foscolo, al quale si deve il carme “Dei sepolcri” (anno 1809).

La differenza fra le quattro visioni cimiteriali è vistosa: nella classica antologia greca, la morte è vista come una decisione (insensata) del fato, al quale occorre sottomettersi con serenità e con l’orgoglio della consapevolezza delle propria fragilità; Foscolo è per l’esaltazione del defunto in senso spirituale (lo spirito immortale del personaggio, il nostro poeta considera solo i personaggi, è guida dell’eterno progresso umano); Thomas Gray tratta l’argomento con solennità e con quel senso sacro di mistero inquietante, ma non macabro, che sta intorno alla morte, un senso molto ben rappresentato in pittura da Bocklin; Lee Masters, invece, si avvicina alle tombe con imbarazzo e timore, con pietà e commozione, con riflessioni interiori persino involontarie e non gradite che lo portano, suo malgrado, sull’orlo del nichilismo.

Va detto che la sua antologia è un piccolo capolavoro umanitario. Lo sguardo dello scrittore americano è quello più vicino alla sensibilità immediata dell’uomo costretto a considerare l’evento luttuoso. Lee Masters non intende andare oltre. Fermandosi al primo impatto, egli esalta le considerazioni epidermiche e le tramuta in  affermazioni importanti alla pari di una elaborazione approfondita del fatto. Il testo non si ferma ad una pietas comunque di riporto, né decade a commiserazione manieristica, ma insiste nella direzione dello stupore per una realtà inafferrabile che procede ciecamente nella cancellazione di ogni cosa, e tanto più di una figura umana ben individuabile, teoricamente dotata di sostanziale incorruttibilità. La sostanziale incorruttibilità, di fronte ad una lapide, diventa un flatus voci, si trasforma in amara illusione ed in sconcerto incalcolabile. Lee Masters è in questo sconcerto che cerca di rimuovere attraverso evocazioni di caratteristiche appartenenti al soggetto divenuto oggetto. Per cercare di evitare questo divenire, pur già divenuto, lo scrittore indugia su particolari che contraddistinguono il soggetto, nella speranza di portarlo ad una sopravvivenza eterna fatta di parole che hanno un senso compiuto, un significato incisivo.

La questione si complica allorquando Lee Masters si rende conto che essa è più grande di lui. All’americano manca la freddezza necessaria per accettare la morte come un fatto normale. Ovviamente una freddezza del genere non manca soltanto a lui, anzi è una cosa congenita del genere umano, purtroppo dotato di intelligenza superiore al proprio essere. Il Nostro reagisce con una commozione orgogliosa che reitera senza sosta, emarginando ogni tentativo di approfondimento del tema. E’ come se si fosse accorto che l’ispirazione, degna della massima sublimazione, non potesse avere sfogo adeguato per la sua eccezionalità spirituale. Avrebbe forse potuto avvicinarsi alla stessa sottintendendola, tramite sottolineature identificative di carattere convenzionale, ma liricizzate. Questa intuizione venne quasi sicuramente a Lee Masters nel corso della composizione (è la logica del work in progress).

Il sistema adottato, ricco di articolazioni in sé, ovvero chiuso nelle proprie formule, e povero di slanci concettuali, è un sistema che non può avere riproposizioni. Ecco perché, in sostanza, lo scrittore americano è generalmente considerato un autore con una sola possibilità di espressione. La sua è un’espressione indovinata e piuttosto nuova, brilla di passione e di sincerità, ma è come un marchio di fabbrica da cui non si può prescindere. D’altro canto, Lee Masters non aveva alcuna intenzione di farlo. Il successo della sua antologia, lo portò a lasciare l’impiego di avvocato per dedicarsi interamente alla scrittura. L’America si dimenticò presto di lui: la seconda antologia fu un fiasco commerciale e un flop letterario perché ricalcava il metodo usato precedentemente. Questa volta l’operazione sembrò meno sincera della prima: era come se egli avesse voluto sfruttare quel successo.

La vena creativa, in effetti, appare zoppicante, nella seconda antologia, per l’abuso dell’intuizione originale, per il ricalco di quelle descrizioni. Il passaggio da scrittore dilettante a scrittore professionista fu traumatico per il Nostro in quanto il tema che gli aveva dato notorietà, nonché il modo con cui l’aveva sviluppato, non poteva avere un seguito. Il professionista si ridusse alla fame, fu mantenuto da amici, vide il sogno di diventare un grande artista svanire nel giro di poco tempo. In certo qual modo egli tradì se stesso, quel se stesso ingenuo e fiducioso che si era impegnato nella realizzazione di una storia essenziale per la coscienza ed esemplare sentimentalmente ed intellettualmente. Lee Masters si fermò, per così dire, alle prime impressioni, abbagliato dai fuochi artificiali prodotti dalla sua grande fatica letteraria che, al di là di un certo ritmo monotono ed ossessivo, è fatica degna di lode e di rispetto, capace com’è di trasmettere un prezioso, caldo, avvolgente, sincero, senso umanitario nei confronti della offesa mortale.

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Letteratura
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Aggiornamento: 25-04-2015