PROFILO DELLA LETTERATURA ITALIANA
TRA LA META' DELL'800 E I DECENNI POST UNITARI
Intorno alla metà dell'800 un critico letterario, Carlo Tenca, tracciava un bilancio piuttosto negativo dei suoi tempi dal punto di vista letterario: egli diceva che dopo la grande stagione di Manzoni e di Leopardi (Manzoni era ancora vivo, ma ormai era dedito ad opere di linguistica e di storia) la nostra letteratura era caduta in uno stato di stagnazione e di generale povertà.
In realtà la letteratura romantica italiana dell'800, a parte i nomi dei "grandi", non aveva prodotto opere importanti: la ragione è nel fatto che il romanticismo, in Italia, era stato adottato come lo strumento letterario e culturale più adatto a combattere, anche con la penna, una battaglia civile e politica, quella del Risorgimento. Di qui il predominio dei temi patriottici, nazionali e il tono di propaganda, spesso enfatica e ingenua, che assumevano versi e prose.
Come sappiamo, del grande romanticismo tedesco in Italia si accettò il filone realistico e popolare e le punte più originali del movimento romantico (la lezione degli stürmer, l'ansia di infinito, la visione tragica della vita, il fascino della morte ecc.) vennero smussate o dimenticate.
In Italia il romanticismo si ridusse spesso a una serie di luoghi comuni e di convenzioni un po' scontate, spesso espresse in una forma anche sciatta e con versi "facili": le figure più ripetute furono quelle dell'esule infelice, del martire dell'Ideale, dell'amante sfortunato, del poeta incompreso e solo, della fanciulla povera costretta a matrimoni forzati, dell'amore impossibile, dei giovani che parlano coi fiori o con la luna ecc. L'opera che riassume bene questo clima generale è forse La Bohème, di Murget, musicata splendidamente da Puccini verso la fine dell'800.
I generi letterari più sviluppati furono dunque:
E' interessante rammentare almeno due aspetti di questa stagione letteraria:
FRANCESCO DE SANCTIS
Dopo il Risorgimento, come era naturale, cominciò una riflessione critica impegnata a rispondere ad urgenti domande: cosa era stato il Risorgimento? Quale via era stata tracciata per l'Italia futura dalle idee, dalle passioni, dagli ideali del Risorgimento? Qual era l'eredità del Risorgimento?
L'opera che meglio di ogni altra svolse questo compito, che era di analisi del passato e di proposizione del futuro auspicabile, fu la STORIA DELLA LETTEARTURA ITALIANA di Francesco De Sanctis, di Morra Irpina (oggi Morra De Sanctis) presso Avellino. De Sanctis fu professore universitario a Zurigo e a Napoli, critico letterario, patriota ("fece" il 48 a Napoli), esule e uomo politico (esponente della Sinistra e Ministro della P.I.).
La "Storia" comparve nel 1870-71, come manuale per la scuola.
In esso De Sanctis ripercorreva, attraverso la storia letteraria, la vicenda plurisecolare della storia italiana complessiva e vedeva riflessa nelle grandi opere di Dante, Machiavelli ecc., l'evolversi di una cultura nazionale che sempre più si era allontanata dalla trascendenza del Medioevo e dalla sottomissione cortigiana al potere per diventare cultura laica, realistica (Boccaccio, Machiavelli, Galilei) e moralmente seria (Parini, Alfieri).
Nella sua opera [cfr. Dotti] De Sanctis prendeva chiaramente posizione a favore del realismo nella letteratura e della ferma coerenza fra attività letteraria e coscienza morale: basta, egli diceva, col poeta che parla solo di se stesso e versa solo le sue lacrime, perché ci sono "le lacrime delle cose" che chiedono di essere rappresentate. Basta con lo scrittore indifferente ai problemi della sua società, che vive solo si sogni, di languori, di fantasie per non disturbare il potere.
Nel dopo Risorgimento la lezione di De Sanctis fu molto importante: egli interpretò il Risorgimento come rinascita nazionale, che invitava i giovani a proseguire sul cammino del realismo in letteratura, della serietà morale, della partecipazione democratica alla vita pubblica.
LA SCAPIGLIATURA
Baudelaire (m.1867) è uno dei padri della Scapigliatura. I motivi fondamentali mutuati dagli scapigliati, e presenti ne Les fleures du mal sono:
CLETTO ARRIGHI, LA SCAPIGLIATURA E IL 6 FEBBRAIO (1862)
Protagonisti del romanzo erano sei giovani riuniti in un'associazione allo scopo di godersi spregiudicata mente la vita e di promuovere la rivolta della Lombardia contro l'Austria; uno di essi, Emilio, trovatello, diventa l'amante della moglie di un vecchio conte. Ne è sfidato a duello, ma viene a sapere che lo sfidante è il suo vero padre. Disperato, si getta nella cospirazione politica e partecipa all'insurrezione del 1853, trovandovi eroicamente la morte.
Nel romanzo, "scapigliatura" designa un gruppo sociale, rappresentato dai sei giovani, di vario ceto, irrequieti, turbolenti, in lotta con la società borghese, protestatari, pronti ad entusiasmarsi "per ogni causa bella, grande o folle" e insieme dediti al giuoco e al vizio.
"In tutte le grandi città del mondo incivilito esiste una certa razza di gente, tra i venti e i trentacinque anni, non più; pieni d'ingegno quasi sempre; più avanzati del loro secolo; indipendenti come l'aquila delle Alpi; pronti al bene quanto al male; irrequieti, travagliati, turbolenti... Questa classe, vero pandemonio del secolo, personificazione della storditaggine e della follia, serbatoio del disordine, dello spirito d'indipendenza e di opposizione agli ordini stabiliti, questa classe che a Milano ha più che altrove ragione di esistere, io, l'ho battezzata la Scapigliatura... essa mi rende il concetto di questa parte di popolazione tanto diversa dall'altra per i suoi misteri, le sue miserie, i suoi dolori, le sue speranze, i suoi traviamenti, sconosciuti ai giovani morigerati e dabbene ed agli adulti gravi e posati, che della vita hanno preso la strada comoda, senza emozioni come senza pericoli...
Essa inoltre ha due aspetti: il buono e il cattivo... da un lato focolare di idee generose, che ogni causa o grande o folle fa balzar d'entusiasmo, che tra le lacrime del fanciullo sul ciglio e le memorie feconde nel cuore...
Dall'altro un volto smunto, solcato, cadaverico, su cui stanno le impronte delle notti passate nello stravizio e nel gioco, su cui si adombra il segreto del dolore infinito, e i sogni tentatori d'una felicità inarrivabile, e le lacrime di sangue e le tremende sfiducie e la finale disperazione..."
PROTESTA SOCIALE DEGLI SCAPIGLIATI.
G. Mariani traccia prima un profilo delle polemiche sociali e politiche, condotte da posizioni "socialiste" (in senso lato) e anarcoidi, su giornali milanesi, da un gruppo di giovani animosi e antiborghesi. Spicca Cletto Arrighi, con la sua Cronaca grigia, che promette di rivelare i retroscena politici e illuminare il lettore sul dramma delle diseguaglianze sociali.
Agostino Bertani, garibaldino, fonda La Riforma. Enrico Bignami, garibaldino, combatte su La plebe, di Lodi, nel 1868, dove, accanto all'ironia sulla ricchezza (Milano è ricca...), brutalmente compaiono notizie atroci (padre di otto figli s'impicca per la miseria). Tagliente è la polemica contro le diseguaglianze sociali e l'omertà della classe dirigente ("La legge è uguale per tutti, ma un ladro comune si manda in galera e un ladro d'élite al ministero o al consiglio di stato... La virtù?... ma è permesso ai virtuosi di morire di fame... ").
C'è una sorta di ribelle e inconsulta critica di ogni tipo di società organizzata, che si esprime, per esempio, nel radicale rifiuto dell'idea di matrimonio.
I giovani redattori del Gazzettino rosa (impegno sociale e letterario) sono chiamati "perduti" dagli avversari. Essi si appropriano dell'epiteto, lo sbandierano: siamo i "perduti"... gli scontenti, i disillusi, gli spostati, coloro che non sanno adattarsi alla soluzione moderata."
E infatti sono quelli che hanno seguito Garibaldi nel 1860, e che tornano a battersi per il socialismo nella Comune parigina del 1871.
Nasce così la "scapigliatura" dei perduti, il cui leader è Felice Camerana ("La scapigliatura è la negazione del pregiudizio, la propugnatrice del bello e del vero, l'affermazione dell'iniziativa individuale contro il quietismo...").
L'opera di Camerana, di Praga, Tarchetti e Rovani veniva etichettata con "realismo scapigliato" e si poneva nel solco zoliano, perché anche gli eredi di Manzoni, provatisi a misurarsi con i temi dell'"emarginazione", mancavano del retroterra culturale e della carica di questa "scapigliatura" zoliana.
Questo passo avanti, dall'epigonismo manzoniano al socialismo zoliano, lungo la via della rappresentazione degli "umili", porta gli scapigliati a sparare bordate non più solo contro i manzoniani, ma anche contro Manzoni stesso, che è ora accusato di non poter suggerire ai suoi continuatori altro che un socialismo umanitario, del tutto ormai inadeguato al clima "scientifico", ateistico, di instaurato da Marx e da Zola.
SCAPIGLIATURA E ROMANTICISMO
Il "terzo romanticismo" è quello che, per così dire, 'scoppia' dopo l'Unità... Gli scrittori canonici della seconda metà del secolo detestano questi lombardo - piemontesi che imprecano alle consuetudini letterarie e al conformismo sociale (ma anche, e con tanto realismo, alla miseria)... La cultura ufficiale li lascia da parte.
Proprio dagli scapigliati è ripreso e ravvivato l'autentico romanticismo, con loro sembra attuarsi quella rivoluzione romantica mai completata in Italia, con tutto quanto comporta... di senso del mistero e insieme di insistenza espressionistica su una realtà a varie facce: la miseria e le brutture, l'orrore che si vede e si tocca, il fantastico, il gotico, il "nero" e quell'altro orrore che sta al di là dei sensi.
Quello degli scapigliati (e di Tarchetti in particolare ) è infatti un ambiguo rapporto con il reale: attratti da una realtà che si sta trasformando nella vita e nella società - l'Italia in movimento del dopo Unità - ne vogliono vedere tutti gli aspetti, tutte le facce anche opposte e contraddittorie.
Ecco quindi l'interesse per il deforme, lo strano, la miseria e i casi insoliti: come se tutto, anche il mentale, anche ciò che sta dentro e dietro l'uomo fosse elemento del reale... Inventano, così, e soprattutto Tarchetti contribuisce a questo quadro totale, una superrealtà, che comprende l'orrido e il sovrannaturale, la lotta sociale e lo spiritismo.
Da quella concezione del reale come totalità che comprende il "qui" e "l'oltre"... scaturisce l'interesse del Tarchetti per le apparizioni, le allucinazioni, le storie insolite... Tuttavia... i racconti fantastici di Tarchetti e di altri scrittori scapigliati e post - scapigliati devono molto anche al tardo romanticismo nordico.
SECONDO OTTOCENTO IN ITALIA
LO SFONDO CULTURALE: IL POSITIVISMO
SUBORDINAZIONE DELL'ARTE AL METODO 'POSITIVO'. IPPOLITO TAINE. (1866)
TEORIZZAZIONI DEL LEGAME TRA SCIENZA E ROMANZO CON IL NATURALISMO FRANCESE E CON ZOLA. (1880)
NATURALISMO (definizione e profilo)
Il naturalismo è una forma di realismo nella quale con particolare insistenza si manifesta l'ambizione di raggiungere la verità (= cioè la conoscenza dell'uomo e dell'ambiente sociale in cui egli vive) attraverso metodi simili a quelli delle scienze naturali. L'artista, come se fosse uno scienziato, parte dall'osservazione dei fatti (esempio, la prostituzione è inevitabile in chi ha genitori alcolizzati) e arriva alla verifica sperimentale (cioè al romanzo, detto, appunto, "sperimentale").
Tale atteggiamento presuppone, evidentemente, la convinzione (propria dei positivisti) che l'uomo e la società non siano diversi in sostanza dalla realtà fisica e materiale (materialismo) e che anzi essi obbediscano necessariamente a certe regole, a certe leggi universali, simili a quelle che regolano il mondo fisico (determinismo).
Per dirla con Ippolito Taine: "Agli occhi del naturalista l'uomo non è una ragione indipendente, superiore, ma è una qualunque forza, dell'ordine di tutte le altre, la quale riceve dalle circostanze il suo grado e la sua direzione... Egli, come seziona altrettanto volentieri il polipo o l'elefante, così scomporrà (cioè dividerà nei suoi elementi costitutivi) un portinaio o un ministro altrettanto volentieri (senza preferenze e senza differenze). Agli occhi suoi un rospo vale una farfalla, il pipistrello lo interessa più che l'usignolo (perché è un essere strano, interessante)... siccome ama le forze naturali... offre in spettacolo le deformità, le malattie e le mostruosità... al naturalista manca l'ideale."
Ovviamente tali posizioni suscitarono, tra gli stessi naturalisti, discussioni a non finire e ci fu chi si spinse al punto di affermare: ditemi che cosa mangiava Beethoven e vi spiegherò il perché della sinfonia "L'eroica"; mentre Taine ribadiva: il vizio e la virtù sono prodotti come lo zucchero e il vetriolo, cioè così come occorre, per fare e disfare il vetriolo conoscere gli elementi chimici di cui esso si compone, altrettanto, per creare, nell'uomo, una virtù (sincerità), occorre cercare quegli elementi psicofisici che, combinati, producono quella virtù.
Comunque un principio era sicuro: dati l'ambiente, il momento storico e l'eredità biologica (oltre alla razza), l'uomo è perfettamente conoscibile, nulla di misterioso resta in lui, nulla che sfugge alla scienza (perché nulla di non materiale, di spirituale ha l'uomo).
Poste tutte queste premesse (e bisogna anche tener conto degli eccezionali ritrovati della tecnica e dei passi da gigante della scienza, di cui quell'epoca si vantava, il che creava un'atmosfera di generale esaltazione per la cultura positiva e le sue affermazioni), ecco le conseguenze:
Tutte queste, si sa, sono teorie. Alcuni le applicarono ottusamente e le loro opere riuscirono veramente fredde e senza vita, aride, noiose; altri (Zola, Maupassant...) nonostante queste convinzioni avevano un temperamento artistico talmente spiccato da creare comunque potenti romanzi.
Intanto bisogna ricordare che il naturalismo, nonostante la sua fragilità teorica, assolse ad un compito notevole:
Va infine ricordato che se Balzac e Flaubert, prima del 1860, furono gli anticipatori del naturalismo, è intorno al 1870 che la scuola naturalista prende fisionomia e intorno al 1890 essa entra in crisi.
In Italia, naturalmente, le date sono un po' tutte spostate in avanti.
Andrea de Lisio a.delisio@aliseo.it direttore@altromolise.it
Enrico Galavotti - www.homolaicus.com