La lezione di Primo Levi

I - II

Primo Levi

Dario Lodi

Devo dire che l'esperienza di Auschwitz è stata tale per me da spazzare qualsiasi resto di educazione religiosa che pure ho avuto. C'è Auschwitz, dunque non può esserci Dio. (Primo Levi)


Primo Levi abbandonò la fede ebraica – e la fede tout court – dopo la terribile vicenda che visse ad Auschwitz, da cui era scampato per miracolo. Torinese, chimico, antifascista e partigiano, Levi fu catturato nel 1943 e spedito nel peggior campo di concentramento e di annientamento tedesco, riuscendo a sopravvivere (un amico lo nutriva a rischio della vita) insieme ad altri 20 compagni sui 650 del suo gruppo. Fu liberato dai Sovietici all’inizio del 1945. Era ovviamente prostrato fisicamente e mentalmente.

Solo molto più tardi, Levi sarà sicuro dei propri mezzi letterari. Aveva scritto Se questo è un uomo di getto (l’assistenza della moglie Lucia Morpurgo fu la chiave dell’operazione), sull’onda delle emozioni per la libertà riconquistata. Aveva urgenza di portare una testimonianza che fosse di rivelazione di ciò che era accaduto: si sarebbe trasformata, secondo lui, in importante monito generale. Einaudi rifiutò la pubblicazione (c’era ancora molta incredulità intorno ai lager). Solo un piccolo editore (De Silva) accettò di pubblicare il libro che divenne poi fra i classici della letteratura sulla Shoah e sulla incredibile brutalità dell’uomo (la seconda cosa stava più a cuore al Nostro).

Divenne scrittore a tempo pieno dopo il 1975: era andato in pensione, aveva lasciato la sua occupazione di direttore tecnico di una fabbrica torinese di vernici e si mise a scrivere con calma. Nel frattempo, Einaudi aveva stampato Se questo è un uomo con grande successo di vendita e Levi aveva steso il testo de La tregua, un’opera sempre in tema, ma più meditata, che ebbe lo stesso successo del primo libro (ne fu ricavato anche un film: non memorabile, va detto). Seguirono altri romanzi minori e, poco prima di morire misteriosamente (suicidio, disgrazia?) lasciò una sorta di saggio estremamente interessante, estremamente umano: I sommersi e i salvati.

Determinante la figura di Primo Levi per quanto riguarda il discorso della realtà fisica incombente rispetto all’invenzione religiosa, particolarmente viva presso gli Ebrei, come ben si sa. I tempi di allora, con il tallone nazista sull’Europa (una congrega di ladri e assassini, altro che civiltà teutonica!), non erano certo propizi per la fede.

I nazisti, per quanto esibissero il motto “Gott mitt uns” (Dio è con noi), non erano affatto religiosi: praticavano al massimo cerimonie esoteriche, richiamandosi ad antiche saghe nordiche. Cose pagane, più assurde delle religioni moderne, più selvagge e più crudeli.

Levi, esasperato e provato, dichiara ad un certo punto di essere diventato ateo, coinvolgendo nella sua dichiarazione l’intero impianto religioso che comunque aveva affiancato (rimanendo impotente, salvo casi clamorosi, ma casi) regimi sanguinari, consentendo un disastro civile senza precedenti.

Dio respinto porta chiaramente ad una forte delusione di fondo e ad un senso di smarrimento impensabile. Ma la tragedia consente ed anzi sollecita questa decisione.

Da semplice strumento di una società addormentata su se stessa, Primo Levi diventa un uomo pensante a tutti gli effetti: egli deve riconoscere, sotto questa veste nuova, il fallimento della religione nei confronti della tenuta sociale. Affermando “non credo più in Dio” sulla scorta dell’osservazione per cui “Dio non c’era ad Auschwitz” (un’osservazione popolare presso i deportati, molti convertiti, per questo, al deicidio), Levi collabora a smantellare un impianto storico durato troppo a lungo e, in pratica, inutilmente. E’ un po’ la storia dell’uomo platoniano che esce dalla caverna e scopre che esiste la luce del sole.

In questo caso, esiste la luce della ragione umana. I disastri del ‘900 nascono anche dalla ribellione psicologica verso autorità fossilizzate e inerti. Certo, il materialismo non è moralmente a posto, ma è altrettanto certo che senza un’opposizione convinta e giustificata (non era più tanto giustificabile una Chiesa lontana sostanzialmente dalla gente), il materialismo non avrebbe potuto fare quel che ha fatto, sino a conseguenze impensabili (il nazismo, appunto). Il mondo laico deve continuare a riflettere sui gravi errori commessi, sulle tragedie che ha prodotto. Ma i passi verso il rifiuto di istituzioni convenzionali, chiuse in se stesse, e soprattutto l’avanzata della responsabilità personale contro l’irresponsabilità abituale favorita dalla fede nel totem, quanto si voglia modernizzato, sono cose che hanno acceso la coscienza e l’hanno portata a considerare la necessità della fiducia negli uomini, in qualcosa cioè di concreto e non di astratto (la divinità prodotta dalla paura di vivere e dalla consapevolezza di esistere).

Chiaramente in Levi tutto questo è abbozzato: egli ha sulle spalle un’esperienza terrificante, ma nei suoi libri non manca la speranza di un futuro migliore per l’umanità proprio grazie ad un ravvedimento della stessa, grazie ad una relativa presa di posizione, di assunzione dei problemi del vivere e dell’esistere in prima persona.

Dio non c’è più, ovvero l’idea che sosteneva il totem che risolve tutto, che provvede a tutto, è sparita. Non è stata capace di evolversi, di concretizzarsi in azione con coerenza. Allora l’uomo deve prendere in mano la situazione. Con tenerezza, con amore (dopo lo sbigottimento e l’angoscia per quanto vissuto) Levi fa capire, specialmente in Sommersi e salvati che l’uomo può e deve liberarsi dalle catene che si era costruito per pavidità (la spiritualità pura è altro discorso) e camminare con le proprie gambe. Il problema è andare diritti e con la testa alta. Ma si sa che si deve e si può. La fine di Primo Levi (che era depresso e quindi disgrazia o suicidio appaiono molto vicini) può essere vista come una coda della tragedia patita e come una sorta di esortazione a procedere affinché disperazioni del genere (disperazioni di fondo per l’esperienza patita) siano eliminati per effetto di una giusta presa di coscienza umana, tutta umana.  Siano eliminati per sempre.

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Testi di Primo Levi


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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Letteratura
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Aggiornamento: 25-04-2015