L’umiltą di Mario Luzi

Dario Lodi


Vola alta parola
Vola alta, parola, cresci in profondità, - tocca nadir e zenit della tua significazione, - giacché talvolta lo puoi - sogno che la cosa esclami - nel buio della mente - però non separarti - da me, non arrivare, - ti- prego, a quel celestiale appuntamento - da sola, senza il caldo di me - o almeno il mio ricordo sii - luce, non disabitata trasparenza... - La cosa e la sua anima?  - O la mia e la sua sofferenza? - Vola alta, parola.

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Fra le tante raccolte di poesie di Mario Luzi (1914-2005) la penultima ha un titolo assai rappresentativo: “”Dottrina dell’estremo principiante” (2004, l’ultima raccolta è “Lasciami, non trattenermi”, postuma). Perché rappresentativo? Perché rispecchia il carattere del poeta fiorentino: un finto principiante, convinto e auto persuaso di esserlo davvero. Il tutto con straordinaria, autentica, umiltà.

E’ una questione che si rifà al porsi di fronte all’esistere nelle sue implicazioni e complicazioni estreme. La realtà non può che fermarsi al formalismo espressivo, ovvero all’atteggiamento classico da tragedia greca nei confronti della grandi domande della vita e di quella capitale che riguarda l’esistenza. Il vero nodo da sciogliere sta in questa discesa nell’incomprensione della propria presenza. Nella constatazione dell’insussistenza della propria volontà nei confronti del vivere. Il vivere personale è condizionato dal mistero generale dell’esistenza e dalle sue leggi che travolgono l’individuo con apparente, ma palpabile, indifferenza.

La poesia di Luzi si muove su questi binari, su questa disperazione sottotraccia, esposta con coraggio e fierezza, che spesso tocca le corde più riposte della sensibilità, dello spirito inteso come animo remoto, inconfessabile. La natura impedisce negatività insopportabili. L’istinto di sopravvivenza vince in ogni circostanza (o quasi) anche a dispetto della ragione.

Luzi non arriva certo a pensare al peggio, non è un nichilista, anzi reagisce, con grazia, con gentilezza, ai pensieri profondi che lo vogliono portare a suggestioni dolorose e deludenti. Il poeta ha rispetto della vita e di ciò che la giustifica (l’esistenza del tutto), ma non si adegua passivamente al corso delle cose. Alza la testa umilmente, ma con molta determinazione interiore, e fa domande, intreccia osservazioni, essenziali, radicali. Potrebbe essere pericolosa, per sé stesso, questa insistenza. Il poeta la volge invece a proprio favore, indugiando sulle sospensioni di giudizio, sugli incantamenti interiori che divengono perle nel loro dispiegarsi esteriormente per un bisogno, giustificato, di riferimenti nobili.

La nobiltà è data dalla purezza del pensiero e dalla limpidezza del sentimento, entrambi scavati con discrezione e quasi con timore di non ritrovarvi i tesori immaginati. Luzi descrive degli stati d’animo che si rincorrono a formare logiche nascoste dal pudore di dire, dal dubbio di esprimere, dalla liceità dell’esposizione e dal dovere di una testimonianza. L’essere colto da una prova di vita. La prova è eccezionale per impegno, l’essere dovrebbe tenerne conto. Lo farà? La domanda è probabilmente azzardata, ma va posta.

Luzi è autore, fra il molto altro, di una raccolta di poesie, “Avvento notturno”, che il critico Francesco Flora definì testo per eccellenza dell’ermetismo (inventando anche quest’ultimo termine). L’ermetismo finì poi nel bagaglio degli addetti ai lavori e passò per esercizio legato a fenomeni di retorica cerebrale. C’è della verità in tutti questo: ogni movimento ha le sue degenerazioni, i suoi manierismi. Per di più, la poesia italiana in generale è prona verso la grammatica, è un fatto principalmente tecnico che il verso libero ha solo parzialmente eliminato. Intendiamoci, senza tecnica, senza grammatica, l’espressione letteraria, e la poesia in particolare, non conoscerebbe l’ordine compositivo, che è poi ordine mentale. Ma non è indispensabile esagerare.

La novità e la complessità del modo di comporre “ermeticamente” non poteva che comportare problemi di linguaggio. Alla base di novità e complessità si trova il “flusso di coscienza” per cui l’espressione su più piani concettuali è inevitabile (ammesso, poi, che i concetti siano dello stesso tenore, della stessa consistenza). La mentalità letteraria italiana, fortemente accademizzata, non poteva tollerare la dispersione espressiva: da qui i continui tentativi d’indirizzare sul “binario giusto”, e cioè di “mantenere la rotta” (anche non sapendo esattamente quale, ma certo sapendola formalmente), la composizione.

Luzi non si distacca dagli ermetici nella diseguaglianza espressiva né dal tentativo di mettere ordine alle idee. C’è, però, nella sua poesia, un filo rosso che lo porta alla decisione di far confluire tutto nelle braccia dell’idea forte, da cui ogni altra idea si dipana, come i rami da un tronco e questo da una radice: l’emozione. Quest’ultima diventa sentimento proprio grazie all’operazione del poeta e diventa sentimento importante se la sensibilità del poeta stesso è straordinaria.

A questo punto, il vero problema sta nella sublimazione, da cui deve derivare l’essenza del sentire. Luzi la raggiunge sicuramente nelle composizioni brevi, anche perché l’ermetismo, essendo portato alla sintesi, non ama l’affabulazione, bensì l’aforisma. Ovviamente l’aforisma in questione non può essere un semplice pensiero, ma una serie di pensieri concatenati, ridotti all’essenziale, guidati da un’etica esemplare.

Ecco ad esempio una poesia del primo Luzi: Nelle stanze la voce materna – senza origine, senza profondità s’alterna – col silenzio della terra, è bella – e tutto par nato da quella. Un capolavoro!

Conscio delle difficoltà date dall’ermetismo, nel libro “Spazio, stelle, voce – il colore della poesia” a cura di Doriano Fasoli (ed. Leonardo) il nostro poeta ammette (a pag. 84): Ho attraversato, sì, momenti di totale rigetto della Cultura,, ma si trattava di in verità del culturalismo imperante e del suo vezzo di complicare inutilmente cose semplici e serie.

E’ l’ammissione di un intellettuale autentico, cosciente di dover ritornare alle origini, a quando sentiva la necessità di esprimersi tramite il verso ridotto all’osso e significativo, a favore del tema di fondo che doveva risolversi, così, in modo ancora più significativo di come si era ritenuto, in partenza, di risolverlo. Una composizione ispirata dalla gioia del comporre.

Quando seppe del Nobel a Dario Fo per la letteratura, Mario Luzi (più volte candidato), come altri, restò molto male. Non aveva senso quel riconoscimento, va detto per onestà intellettuale. Luzi era sicuramente fra i meritevoli. Lo tradì l’umiltà. Quest’ultima non è riconosciuta come una virtù. Il nostro poeta, nominato senatore a vita verso la fine dei suoi giorni, alzò la voce solo per commentare amaramente la condizione politica italiana di quegli anni. Fu profeta dicendo che la vera crisi della penisola stava lì.

Mario Luzi ha lasciato parecchie raccolte di poesie, del teatro e delle prose sintetiche e lucidissime, particolarmente incisive e interessanti, da saggio autentico, da guida perfetta.

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Testi di Mario Luzi


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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Letteratura
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Aggiornamento: 25-04-2015