La vitalità di Curzio Malaparte

Curzio Malaparte

Dario Lodi


Milan Kundera definisce “La pelle” un arciromanzo, uno dei romanzi migliori del ‘900. Curzio Malaparte (1898-1957) lo scrisse nel 1949, rifacendosi ad esperienze dirette e ricamandoci sopra con un compiacimento sinistro e probabilmente indiretto. La brutalità delle descrizioni contenute nel romanzo non è una cosa perseguita, se non all’inizio, ma quasi subita dall’incalzare delle emozioni nel proseguo della narrazione. Malaparte (al secolo Kurt Erich Suckert, noto, dal 1925, col nome d’arte costruito attraverso una paronomasia umoristica di Bonaparte) non aveva la costanza di sviluppare una vicenda, ma l’abilità di evidenziarne gli aspetti più immediati, più facilmente recepibili da chiunque.

Lo scrittore toscano, personaggio non da poco, sanguigno e velleitario oltre ogni dire, è un po’ il nostro Hemingway, ma, se possibile, con più carica vitale dell’americano.

Nella vita si prese molto sul serio nell’imporre la propria persona, meno sul serio per quanto riguarda la ricerca di una coerenza comportamentale e culturale.

Ad esempio, fu un fascista convinto, partecipando persino alla marcia su Roma (una pagina fra le più farsesche della nostra storia), arrivando a giustificare l’assassinio di Giacomo Matteotti, ma poi non esitò a criticare il partito di Mussolini e pure gli alleati tedeschi che seguì nella conquista della Jugoslavia. Subì anche il confino. Ma fu allo stesso tempo amico di Galeazzo Ciano e mai esitò a cambiare bandiera purché ne avesse un tornaconto (esemplare la vicenda che lo vide fra i protagonisti della querelle “Strapaese e “Stracittà” alimentata da Mino Maccari e Leo Longanesi: il Nostro si divertì a sostenere entrambe le posizioni). Massima preoccupazione di Malaparte fu quella di mettersi in mostra, di fare notizia. Un po’ per vanità, ma molto di più per soldi. Fu direttore di varie testate, fra cui la “Stampa”, e guadagnò somme enormi dal suo esibizionismo, arrivando a farsi costruire una villa hollywoodiana a Capri.

Malaparte è noto internazionalmente soprattutto per due libri: “La pelle” citata e “Kaputt”. In entrambi egli ha accenti sinceri e non lesina condanne alla guerra, per quanto, in tutto questo, la superficialità ha sempre la meglio. Lo scrittore non accende suggestioni particolari: si limita a picchiare duro e un po’ a caso sui luoghi comuni riguardanti la brutalità dell’uomo e sulle orribili imprese dello stesso. Certo è che la sua scrittura giornalistica è sempre viva, è spesso elegante, ed è essenziale ed incisiva per quanto riguarda la presentazione dei fenomeni. Non esiste scavo concettuale: Malaparte non va oltre una certa genericità espressiva, che però arricchisce d’insolita vigoria. Il risentimento è epidermico è fugace, lo scrittore toscano cerca di trattenerlo, ma in realtà fa fatica a giustificare questa lodevole iniziativa. Ha più presa su di lui uno stupore sotterraneo per ciò che avviene sotto i suoi occhi e che la pagina scritta rievoca colpendolo al cuore in maniera forse inaspettata.

E’ notevole questa ripresa del fatto come se il fatto stesso riuscisse ad avere prevalenza sulla descrizione relativa. Lo scrittore, a questo punto, diventa un notaio suo malgrado coinvolto interamente nella questione.

Malaparte è un esempio illuminante e coerente di neorealismo se si va a considerare il neorealismo come una “discesa negli inferi” da vedere alla pari di uno scivolamento negli stessi con qualche grado di consapevolezza e dei gradi maggiori di stupore per la forza delle cose, oltre le convenzioni, che va a trovare un proprio spazio espressivo e ad accendere un’attenzione primaria.

Dotato di un sicuro snobismo, lo scrittore toscano non ne abusa perché non riesce ad abusarne: col tempo, riesce a far valere la coscienza interiore che lo guida verso prese di posizione più nobili, inducendolo persino a difenderle. Si dice questo perché non è difficile immaginare un Malaparte che di malavoglia prende un impegno solenne. Il suo vitalismo, più che la sua vitalità, domina la persona, o per lo meno la condiziona a tal punto da spingerlo a continue avventure mentali e comportamentali.

Malaparte è sempre irrequieto, ma tenta, istintivamente, di far pagare la sua irrequietezza agli altri, esibendola come una virtù, come un’intelligenza superiore. Non siamo con lui a preoccupazioni speculative particolari, né ad imprese intellettuali di notevole spessore: il “toscanaccio” è coraggioso ed audace nelle intenzioni e in certe risoluzioni eterodosse, ma pur sempre in un ambito ortodosso e tradizionale. Egli va a testa bassa contro la tradizione, ma non la sconvolge, al massimo la confonde, la fa arrossire. Scrittore interessante al tempo, oggi appare un pezzo da museo. Un pezzo da rispettare, intendiamoci, e da cui c’è molto a imparare. La freschezza e la disinvoltura della prosa su tutto.

E un ragguardevole spessore espressivo nell’impostazione narrativa, nel programma insito nella narrazione. Forse qui si davvero esaurisce la carica del “toscanaccio”. Malaparte ti prende bene alla gola e per un po’ non ti fa riflettere. Poi t’accorgi che non mantiene quel che promette. Ma lo perdoni volentieri per via della promessa, persino esagerata. E di un suo certo calore remoto nel sostenerla.

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Letteratura
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Aggiornamento: 25-04-2015