I geroglifici di Mallarmè

Stéphane Mallarmé

Dario Lodi


L’espressione di Stéphane Mallarmé (1842-1898) è praticamente intrasportabile in un’altra lingua che non sia il francese. Il grande poeta manipola alla perfezione, secondo una certa volontà di sentire, la lingua che gli appartiene, insistendo sulla sonorità delle parole e sulla congruità degli accostamenti fra un sostantivo ed un altro, fra due aggettivi. Tutto questo non impedisce una certa fruizione della sua opera, anche se tradotta.

Quanto sia oggi possibile la fruizione corretta non è ben chiaro: Mallarmé appartiene ad un mondo che è praticamente scomparso, anche se non del tutto. La parte cospicua della scomparsa è determinata dall’affermazione disinvolta del materialismo.

Quando Baudelaire parla di spleen, ebbene sottintende che la vita che si vive nella realtà materialista è noiosa e persino drammatica. Il romanticismo, che Baudelaire ha assorbito con spirito critico, allontanandosi dalle trappole sentimentalisti- che, esplicita con lui un risentimento fatto di grande speranza. Non siamo al coevo decadentismo che tende a piangere sull’impossibilità del ripristino dei valori spirituali, siamo ad una fiera opposizione al pragmatismo cieco e sordo alle maggiori istanze umane, con esaltazione dei sentimenti profondi dell’uomo. Il Simbolismo che ne deriva come identificazione del richiamo è molto riduttivo: Mallarmé va ben oltre simboli di riferimento e quindi di riconoscimento di un’ancora di salvezza o di consolazione. Il poeta intende aprire interamente il proprio sentire, dando dignità a qualunque moto dell’animo. E’ un’operazione, la sua, di esaltazione della complessità dell’essere ed altro, sostanzialmente, non cerca.

Le sue composizioni poetiche sono permeate di preoccupazione espressiva il più possibile generale, mentre le risoluzioni oggettive risentono inevitabilmente sia dello sforzo eccessivo verso una catarsi ideale, sia di un certo compiacimento dialettico di stampo esoterico. L’esoterismo in questione riguarda il valore esplicativo perseguito soggettivamente: Mallarmé dà un importanza personale alla data parola e alla data costruzione poetica, promuovendole, però, come qualcosa di assodato al pari della poesia convenzionale. Da qui provengono equivoci che di fatto creano perplessità sulla reale portata dell’espressione mallarmeiana.

Per varie ragioni di comodo e per la ricerca del vate nell’ambiente dell’epoca, si tende a considerare la poesia simbolista (al culmine ci sono Eliot e Pound) come qualcosa di estremamente profondo. La profondità, però, non è sinonimo di acutezza. Per la verità, Mallarmé non cercava affatto quest’ultima, preferendo perdersi, giova ripeterlo, nell’abbaglio di una scoperta – il sentimento articolato – che gli apriva orizzonte tutti da esplorare. Correttamente, il Nostro, perseguiva l’esplorazione, anche se certe convenzioni spingevano per le il risultato acquisito. Il mondo intorno, quello materiale che dominava la situazione, era intriso di ricerca di protagonismo.

Mallarmé vide il suo “Il pomeriggio di un fauno” musicato da Debussy (fu, per il poeta francese la più grande soddisfazione della sua vita): ci sono dubbi sulla riuscita dell’operazione, benché essa sia entrata nel mito (un mito appartato, intendiamoci, un mito per intenditori di musica eterodossa e per testi lunari): di sicuro fu un’opera di rottura e fece sorgere nuovi desideri speculativi e compositivi.

Nella sostanza, il fenomeno Mallarmé fu sbilanciato: ottimo per quanto riguarda la sollecitazione a considerare l’uomo più di un mezzo robot, meno buono per ciò che concerne la reiterazione di uno stile propositivo bisognoso invece di evoluzione ed emancipazione. Forse queste erano cose non esattamente alla portata di Mallarmé in quanto egli era accecato dalle mille emozioni che gli procuravano i suoi vigili abbandoni mentali e sentimentali, dal probabilismo eccitante che ne derivava. Tutto ciò è provato dal suo lavoro forse più affascinante: “Un tiro di dadi mai abolirà il caso”.

Dove per caso si intendeva qualcosa di estremamente aperto e costruttivo. E’ questo l’importante testamento che Mallarmé ci ha lasciato: la possibilità di essere oltre quella di vivere.

Il poeta andrebbe recuperato sotto questo aspetto, fuggendo dalla retorica, dall’accademismo. La filologia, poi, va bene, ma deve essere al servizio dei concetti, non deve crearne di nuovi e magari di strampalati tradendo gli originali, che esigono l’individuazione esatta e la giusta celebrazione.

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Letteratura
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Aggiornamento: 25-04-2015