La finezza di Giorgio Manganelli

Dario Lodi


Giorgio Manganelli (1922-1990) è noto soprattutto per aver scoperto la poetessa Alda Merini, con cui ebbe una relazione giovanile breve e turbolenta. È un po’ come la storia di Pigmalione e della fioraia (di Shaw), con quest’ultima sbozzata intellettualmente dal primo, ma con l’aggiunta, nel nostro caso, a quanto pare, da rapporti meno sublimi. Del resto, il mondo intellettuale è pieno di contaminazioni dovute al fascino del “genio” da una parte e della giovane femminilità dall’altra.

Anche l’irreprensibile Montale cadde in questa specie di trappola con Maria Luisa Spaziani, riservandole un’attenzione eccezionale, scrivendo lodi imbarazzanti su una sua raccolta di poesie. Si ripeté con Annalisa Cima, bellissima, dedicandole “Diario postumo” (le cui poesie forse non sono tutte sue), non si sa, in entrambi i casi, con quale tornaconto (Montale era un noto dongiovanni, benché discreto, ma a quanto pare non fortunato come avrebbe voluto). La Merini non era tipo da fioraia e forse per questo la relazione con Manganelli – che allora era poco noto (a differenza di Montale) – finì quasi sul nascere.

Ma Manganelli è stato ben altro che l’amante della Merini. Uomo di vasta cultura, traduttore dall’inglese, autore della Rai (“Le interviste impossibili”), articolista per varie testate, collaboratore editoriale (sposò l’avventura dell’Adelphi, il cui fondatore, Luciano Foà aveva rotto con Einaudi; alla fondazione partecipò anche Roberto Olivetti, figlio del grande Adriano), saggista, critico letterario: una personalità intellettuale assolutamente notevole. Questa personalità si rivela magnificamente in due opere: “Hilarotragoedia” e “Letteratura come menzogna”, entrambe scritte in pieno anni Sessanta.

“Hilarotragoedia” è una specie di avventura nell’essenza delle cose. Manganelli faceva parte del Gruppo 63, questo scritto ne è una parziale conseguenza. La parzialità risiede nella sperimentazione linguistica che, tuttavia, nel caso del Nostro è dichiarata nella misura in cui essa si traduce in sperimentazione concettuale. Manganelli era troppo innamorato della scrittura tradizionale per tradirla. Nel caso, infatti, egli non si discosta dalla tradizione, ma cerca di rinnovarla attraverso divagazioni che ne arricchiscano le possibilità espressive. Ovvero il nostro intellettuale presume un esito del genere, pur ammettendo, alla fine, delle possibilità contenute, proprie di un rimuginare più che di uno speculare. È l’assenza di soluzione finale a impedire la speculazione ideale. Lo scrittore se ne rende conto e ricorre a un’ironia sottile, riportando tutto a uno sberleffo, anche nei confronti di se stesso, della propria pretesa. La sua prosa, sontuosa, diventa essenziale nel sostenere l’impianto analitico, altrimenti traballante.

“Letteratura come menzogna” rappresenta l’allontanamento di Manganelli dalle teorie del Gruppo 63. Il libro tratta un problema enorme che l’autore alla fine risolve con un sarcasmo dolce-amaro. Il problema è l’identificazione della verità. Lo svolgimento chiama in causa tutte le risorse umane e la soluzione emette una specie di sentenza per cui l’uomo, con le sue parole, non può che inventarla questa verità. Ergo, l’uomo non può che mentire, altrimenti, peraltro, la verità gli impedirebbe di vivere. Il testo è molto complesso, si sviluppa su più piani. Incide laddove l’autore rende evidente la potenza delle parole, intendendo il valore delle stesse per quanto riguarda il concetto.

Poiché il concetto è ideale e le parole riflettono cose pratiche, ecco che l’incontro fra i due fenomeni diventa impossibile: è questa la tesi fondamentale di Manganelli. Verso questa tesi convergono logiche diverse che non possono essere sorrette da un’organizzazione verbale codificata. La codifica stabilisce un tipo di mezzo operativo. Se mi fermo alla stabilizzazione e mi compiaccio della sua forma, non passerò sicuramente a un’operatività efficace. D’altro canto, la forma è una conquista anche intellettuale e va rispettata. Forse nei suoi meandri si scoprirà anche la chiave per operare come si deve, ma di sicuro già così com’è, la forma storicizzata è una specie di ancora di salvezza (ma lì ci si aggrappa e lì si rimane).

Per tutto questo, Manganelli non si dispera. L’araba fenice da qualche parte sarà, importa cercarla, ma non con l’assillo di trovarla. Meglio pensare di riuscirci usando le parole, ma per una qualche malia, meglio ancora scoprire di raccontare bugie sul ritrovamento, al fine di trovare la felicità, o anche solo una soddisfazione, nel mondo ricreato dalla bugia, dalla menzogna. In questo modo, la menzogna diventa una verità augurabile e a portata di mano, mentre la verità vera una non esistenza che, per fortuna, sfugge al potere delle parole.

La conclusione di questo giro vizioso si reperisce nella trattazione barocca del tema, con la finezza della frase, con quel limare elegante e dispersivo del discorrere, con quelle ornamentazioni, senza che mai vi sia pesantezza nel linguaggio. Manganelli rasenta la retorica, ma non vi cade. Allo stesso tempo, non affonda i colpi, ma taglia l’aria in mille pezzi con fendenti studiati. Quasi un balletto, una finzione. Ma le intenzioni, in definitiva, sono serie. È serio anche lo scetticismo, anche se gode d’incertezze. Esiste, infine, una tentazione più forte ed è nel desiderio irresistibile di trovarsi fuori dal problema, di assistere al suo svolgimento da lontano, con il solo coinvolgimento letterario.

La letteratura come coscienza superiore, dunque. Ovvero un mezzo che è anche un fine. Il potere della parola che comprende tutto. La prova scritta della capacità di giungere ad una verità inoppugnabile, chiamandola persino menzogna. Se dico che è menzogna sarò io nel vero e quindi nel vero sarò sempre, qualunque cosa dica. È un gioco intellettuale che prende e che appaga, se se ne accettano le regole. Manganelli le accettò con un intelligente sorriso sulle labbra. Con misurata ironia. Con bonario sarcasmo. Molto bonario.

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Letteratura
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Aggiornamento: 25-04-2015