Lo sguardo di Katherine Mansfield

Katherine Mansfield

Dario Lodi


La grandiosità dei racconti di Katherine Mansfield (1888-1923) sta nella semplicità. La scrittrice inglese (neozelandese di nascita) amava Cechov e il suo modo di raccontare richiama alla mente la sensibilità dello scrittore russo. Ma a sua differenza, la Mansfield fa emergere una capacità osservativa che risulta essere analisi psicologica e solidarismo insieme. Cechov è grande nella commemorazione della persona e in seconda battuta della vicenda. La Mansfield è notevole nel trattamento della vicenda che, ai suoi occhi, condiziona la persona: è come se l’individuo vivesse sotto l’imperio di obblighi che non riesce a comprendere. Di fatto, gli uomini, e specialmente le donne, della scrittrice inglese sono vittime di convenzioni sociali, ma anche di costrizioni naturali verso cui non sa proprio come reagire.

Le vicende personali della Mansfield (un amore clandestino, culminato con un aborto, a quanto sembra naturale, la contrazione della gonorrea, quella della tubercolosi) lo dimostra. La donna è fragile, spaventata e trasmette tutto questo ai suoi personaggi, lo vive in essi. I suoi racconti sono una specie di sfogo, un mettere sulla carta le proprie ansie ed angosce per poterne avere   contezza inoppugnabile. La trasmissione, poi, ai personaggi dei propri problemi esistenziali è un modo infallibile per poterne piangere a ragion veduta. La scrittrice, tuttavia, non piange, bensì sublima ciò che la angustia, trasportando il dolore personale per l’inevitabilità del vivere in una sorta di mondo fatato dove esiste una vera e propria rassegnazione attiva. E’ come se tutto accadesse perché deve accadere. Ma nulla sfugge all’attenzione del soggetto interessato. Egli sa e non approva, ma capisce e giustifica perché non ha altra maniera di fare.

Subisce? Subirebbe veramente se non fosse cosciente dei fatti. Dunque, assiste, mettendoci del suo in termini di speranza e di malinconia per la speranza disattesa. Ma quest’ultima non muore mai. La Mansfield si aggrappa a questa visione delle cose e finge abilmente di non ingannarsi. Vuole non avere bisogno della consolazione. Non intende cadere nella rassegnazione vera, quella che non dà scampo.

Il gioco funziona solo nell’ambito della finzione letteraria: ecco perché la Mansfield scrive parecchio negli ultimi anni della sua vita. Scrivendo, allontana il momento della resa dei conti, confonde la sorte, allenta la tensione. Riversando nei personaggi le proprie pene, chiede compassione, una compassione che non sia ipocrita. Si tratta di personaggi che fanno parte di se stessa, quindi non la possono tradire. Del reso, ne abbellisce il carattere, crea personalità, inventa possibili verità, disbriga le questioni con indulgenza: è tenera, attenta, dolce nelle sue esposizioni: è quasi ottimista. Lo è nel fondo del suo cuore. La vita è una cosa molto seria e non va trascurata. La vita è preziosa. Tutti hanno diritto al rispetto e alla considerazione.

Lei tratta tutto come fossero parte della sua carne, del suo spirito, del suo sentimento.

La Mansfield morirà all’improvviso, giovanissima, nonostante cure “mirabolanti”. Non credette sino all’ultimo alla sua fragilità.

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Letteratura
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Aggiornamento: 25-04-2015