La bontà di Alberto Manzi

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Alberto Manzi

Alberto Manzi

Dario Lodi


Fa quello che può, quello che non può non fa

La scritta sopra si riferisce a ciò che attuò Alberto Manzi (1924-1997) in risposta alle pretese valutative espresse alla scuola negli anni Ottanta. Lo fece dapprima con un timbro, poi a mano libera. Mai accettò la nuova legge della “schede”: egli temeva la cristallizzazione del valore intellettuale del ragazzo, il giudizio definitivo della sua capacità speculativa.

Manzi fa parte del quartetto degli eroi della pedagogia italiana, insieme a Gianni Rodari, Mario Lodi e don Milani. La riconoscenza gliela si deve grazie alla lunga e felice trasmissione televisiva del suo programma “Non è mai troppo tardi. Corso di istruzione popolare per il recupero dell'adulto analfabeta”. Si tratta di 484 lezioni di 30 minuti ciascuna dal 1960 al 1968: lezioni molto preziose contro l’analfabetismo, sia reale, sia di ritorno.

Rivedere oggi “Non è mai troppo tardi” fa molta tenerezza. C’è un episodio, presente il simpatico Carlo Campanini (noto soltanto e ingiustamente per il tormento televisivo dato dal “Sarchiapone” con Walter Chiari), in cui lo stesso Manzi si commuove di fronte ad una classe di anziani volonterosi e attenti alle sue bonarie spiegazioni. Ma la bonarietà del nostro maestro elementare (lo fu per trent’anni in una scuola romana) era solo comprensione delle difficoltà dei suoi alunni, era rispetto per le i loro sforzi, ed era affetto sincero per l’umanità. Manzi era un umanista radicale.

Che fosse un umanista radicale, il maestro Alberto Manzi lo dimostrò nei suoi viaggi in Sud America dal 1955 al 1977. Non erano viaggi di piacere, ma di studio. Era stato chiamato per studiare, appunto, la vita di un nuovo tipo di formiche, ma, fra Ecuador e Perù, si imbatté in una serie di problematiche sociali talmente gravi che lo portarono rapidamente ad interessarsi di esse. In particolare, egli insegnò ai contadini a leggere e scrivere per poter accedere a determinate occasioni lavorative. Si trattava di un interesse che secondo le autorità locali erano intrusioni indebite, punibili in moti modi, persino con la morte. A Manzi andò bene, si fa per dire, in quanto gli furono strappare le unghie, dopo varie incarcerazioni. Il nostro maestro continuò ugualmente a rendersi utile a quelle popolazioni, in vari altri modi, tanto che fu definito una sorta di Che Guevara.

Si dirà che Manzi operava bene in una realtà povera e vergognosa su cui sarebbe però meglio tacere. E perché mai? Rievocare quell’Italia spaccata fra boom industriale e archeologia agricola fa bene al pensiero che può contemplare figure come quella di Alberto Manzi. Un uomo orientato solo a fare qualcosa di buono per l’umanità. Non è che siano molte le persone del genere.

Sul piano letterario, il nostro maestro ha dato il suo contributo con diversi volumi d’impronta civile, fra cui “Orzowei”, un libro che vanta numerosissime traduzioni. La sua è considerata una letteratura per bambini, ma in essa non vi è alcun infantilismo. Vi è piuttosto una prosa semplice, lineare, ordinata, una prosa che serve soprattutto a formare il concetto, a ragionare: insomma, la lettera al servizio dell’idea, non l’idea al servizio della lettera. Nessuna ricerca formale, nessuna tentazione accademica, evitate la morte dell’espressione con la frase chiusa, battetevi per la sua continua, eterna, vitalità.

Dello stesso autore:

Testi di Alberto Manzi

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Letteratura
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Aggiornamento: 25-04-2015