APPUNTI DI LEZIONI SUI PROMESSI SPOSI

I - II - III - IV


1. Già nelle tragedie (specie nel I coro dell'Adelchi) e nella Pentecoste, che sono opere contemporanee alla prima stesura del romanzo (tutte tra il '21 e il '23) si avverte nel Manzoni l'esigenza di un genere letterario che gli consentisse più ampi orizzonti rappresentativi, che gli permettesse di 'portare sulla scena' il popolo, le moltitudini, la gente qualunque, per verificare non solo nei 'grandi' (Adelchi ecc.) l'eco della drammatica condizione umana, divisa fra il bene e il male, il peccato e la redenzione. D'altronde la poetica manzoniana nella Lèttre a Chauvet imposta il rapporto tra poesia e storia in modi tali da lasciar presagire l'interesse dell'autore per una forma letteraria che sia più 'ampia' ed elastica della tradizionale tragedia.

2. Il significato più rilevante, comunque, del passaggio dalle tragedie al romanzo sta nell'aver preferito che il centro dell'opera letteraria fosse occupato non più dai potenti ma dagli umili. Questo accade per la prima volta, nella storia letteraria italiana: in un'opera 'seria' e tragica (perché a livello comico già c'è il protagonismo dei popolani, ma, appunto, come oggetti di riso altrui o comunque in un contesto farsesco) la vicenda è raccontata dal punto di vista dei 'piccoli' (nel senso evangelico). La rivoluzione manzoniana è veramente di straordinaria importanza nella storia della nostra letteratura e, com'è evidente, ha, oltre che un valore estetico, un alto significato morale, educativo, coerentemente, s'intende, con il fine che l'autore assegnava all'attività poetica.

3. L'altro connotato di grandissimo rilievo storico posseduto dal romanzo è la lingua cui Manzoni pervenne dopo la scontentezza manifestata per la prima stesura e le riflessioni critiche cui sottopose la lingua letteraria italiana e la possibilità, per un italiano, di trovare una lingua letteraria che potesse coniugare le qualità del 'nazionale' (tutti i lettori, d'ogni regione) e 'popolare' (tutti i lettori di ogni ceto). Per questo argomento si rinvia al cap. del manuale.

4. ll romanzo è iniziato dall'autore nel 1821, dopo accuratissime ricerche storiografiche e conobbe tre stesure e due edizioni a stampa (1827 e 1840-42) La prima stesura, il Fermo e Lucia, (1821-23) non stampata, contiene già gli ingredienti fondamentali della fabula (vicende e personaggi) ma disposti in maniera diversa rispetto alla stesura definitiva. La differenza più vistosa, però, sta nel carattere, nel tono che caratterizza il Fermo rispetto ai Promessi sposi. Nel primo i critici hanno trovato un clima più drammatico, più mosso, più esasperato (con influssi del romanzo 'nero' nella storia di Gertrude, nella morte di don Rodrigo e nella vicenda dell'Innominato (qui Conte del Sagrato). Così pure alcuni hanno letto il Fermo come un romanzo più contrassegnato dal pessimismo cristiano di tipo giansenista (quale si riflette in Adelchi) e più aperto ad una rappresentazione spregiudicata del male (vedi Gertrude). Insomma ci si chiede se i romanzi siano davvero "due" romanzi o se il primo sia soltanto l'abbozzo del secondo. Qualcuno, addirittura, sembrerebbe preferire il Fermo ai Promessi sposi. Comunque culturalmente scorretta è l'operazione televisiva che ha mescolato le due opere, stravolgendole entrambe. Se è vero, però, che I promessi sposi sono meno agitati e drammatici è dubbio che in essi sia scomparso il pessimismo giansenista sulla storia e sull'uomo. Come si vedrà il romanzo sembra ad alcuni critici (Raimondi, Marchese) ben lontano dal chiudersi con un 'lieto fine'.

5. La narrazione è strutturata in modo complesso, tale da riflettere la stessa complessità della sua struttura ideologica (cioè dei punti di vista e delle problematiche affrontate). Infatti l'autore dichiara (fin dal frontespizio: I promessi sposi, storia del sec. XVII scoperta e rifatta da A. Manzoni) di aver ricavato la storia da un anonimo del 600 e di averla poi 'tradotta' in italiano corrente. Nel romanzo, poi, l'autore dice che forse fu proprio Renzo a raccontare la storia all'anonimo. Dunque la catena del patto narrativo è questa: Renzo - Anonimo - Autore. Senonché i tre narratori corrispondono poi alle tre componenti ideologiche, ai tre punti di vista del romanzo: il popolo, con la sua ingenuità e la sua autenticità, con i suoi valori e la sua fede; l'uomo di potere, che appartiene alle classi egemoni e disprezza la 'gente meccanica' (= i piccoli), tipico esponente della oligarchia dominante nel 600, ma anche metafora di ogni oligarchia di potenti; il narratore ultimo, con la sua fisionomia di credente problematico, di uomo moderno liberale e democratico, con la sua ironia indulgente talvolta, qualche volta spietata e tagliente verso le persone 'd'autorità' che opprimono i semplici.

L'intervento ironico, che rivela l'autore padrone dei suoi personaggi e mediatore fra il mondo narrato e il lettore, al quale egli vuole facilitare il compito di trarre una lezione dai fatti, cioè il "sugo della storia", si rivela attraverso interventi espliciti, oppure nel discorso indiretto che riassume le parole dei personaggi, oppure in un inciso, un aggettivo, un avverbio, molto discretamente. Comunque è sempre presente, dietro le quinte, l'autore, che si assume la responsabilità di 'giudicare'.

I modelli del romanzo il Manzoni non poteva certamente trovarli nella tradizione letteraria italiana. A parte il romanzo avventuroso seicentesco, alle sue spalle Manzoni aveva solo l'Ortis, che è cosa completamente diversa (lirica, enfatica, classicheggiante, eroica) da quella che lui cercava. Spunti, ma solo spunti, poteva offrirli il romanzo francese e inglese del Settecento. Un modello utilizzabile, e utilizzato, invece, fu W.Scott. Ma rispetto a Scott (che gli forniva lo schema narrativo della fusione fra storia e invenzione) il Manzoni fece cosa molto diversa, radicalmente diversa (anche per questo cfr. il manuale). Piuttosto è bene qui ribadire che proprio la mancanza di antecedenti al romanzo fanno sì che I promessi sposi possano essere considerati il primo romanzo italiano moderno e l'avvio della tradizione narrativa realistica europea. Prima di Manzoni nessuno aveva fuso in maniera così artisticamente riuscita la storia e la fantasia, raccontato una storia d'amore e insieme dibattuto problemi storici, ideologici, morali, economici, religiosi ecc.

7. LA STORIA. Fin dal suo apparire il romanzo suscitò discussioni per la massiccia presenza dei fatti e dei personaggi storici che conteneva (addirittura alcuni capitoli interi apparvero più storia che letteratura). Già il tedesco W. Goethe segnalava questa ipertrofia dell'elemento storico. In realtà, invece, è necessario capire, alla luce della poetica manzoniana, la necessità della storia nel romanzo, e nella visione manzoniana della poesia. L'integrazione che la poesia fa della storia significa che l'autore sente fortemente il bisogno di muoversi sul terreno del vero, del concreto (e perciò il suo vorrà essere un romanzo non romanzesco) perché l'indagine che gli sta a cuore è quella sull'uomo concretamente inserito in un determinato contesto sociale, culturale, economico, politico, religioso: cioè concretamente calato nella storia. E' l'uomo vero che lo interessa, non la creatura fantastica che popola tanta letteratura d'immaginazione. In un uomo inserito in una fitta trama di eventi veri l'autore può scrutare la più autentica condizione umana, alla luce delle sue convinzioni religiose.

La storia nel romanzo, quindi, significa, prima di tutto, rigorosa ricostruzione dello spirito del tempo, dello scenario su cui debbono muoversi le sue creature d'invenzione (in questo, quanta differenza dalla storia di cartapesta di W. Scott!). Si realizza, così, al punto più alto, l'ideale della Lèttre a Chauvet. Ma il Seicento - che in certo senso (vedi Luigi Russo) è il protagonista dell'opera - è anche una reazione alla moda ormai già stantìa dell'ambientazione medievale; è anche il simbolo riassuntivo di eterni mali del costume italiano (la criminalità organizzata in combutta con i potenti, i rappresentanti della legge dalla parte dei malfattori, il malgoverno, il clero incapace di vita evangelica ecc.); ed è, infine, il Seicento, forse complessiva metafora della condizione umana.

Quale giudizio esprime il narratore sulla storia, sull'opera dell'uomo nel tempo, sulla società creata dalle sue mani, dalle sue scelte e dalla sua volontà? Si ricordi, per avere un punto di riferimento, il giudizio severo, accorato, La storia è vista, con l'occhio di coloro che la "subiscono", che patiscono, cioè, per l'oppressione, il malgoverno, l'ingiustizia, l'ipocrisia, la viltà dei "grandi" e dei "potenti". Essa è sottoposta a un processo continuo e i flagelli che colpiscono l'uomo, denuncia Manzoni, non sono 'opera' della provvidenza (magari opera punitrice) ma frutto dell'imprevidenza, cecità, irresponsabilità, egoismo dell'uomo (vedi carestia, peste, guerra).

Eppure l'uomo, di fronte alle conseguenze del suo agire, deve pure accorgersi che la mano di Dio spesso lo porta dove egli meno credeva di dover andare, e che, quindi, la vita terrena è inscritta in un disegno sovrannaturale che la trascende. Resta, però, un dubbio, che il lettore non sa risolvere: questa condizione umana metaforizzata dal Seicento è irreversibile o è storica; sarà vinta dall'uomo o resterà senza essere scalfita? Qui i critici si dividono fra chi (Sansone, Sapegno) legge nel romanzo la promessa della speranza e della serenità (il simbolo della pioggia che lava e purifica, che chiude il racconto) e chi conserva un'impressione di sostanziale pessimismo (Sciascia, Bàrberi Squarotti, Marchese).

STORIA E PERSONAGGI - MACROSTORIA E MICROSTORIA

"Ciò che interessa di più... è di vedere se una così vasta parentesi [capp. XXXI e XXXII] trova una vera giustificazione nell'organismo narrativo... Ora, se teniamo conto delle reali intenzioni del Manzoni di rappresentare nel proprio romanzo... la vita nella totalità dei suoi aspetti... dovremo concludere che queste pagine, nella loro durata,... aprono una prospettiva temporale più articolata, più reale. Il prolungato tempo di sospensione dell'agire... dei personaggi, il protrarsi della loro assenza dalla scena... provoca l'impressione... di un tempo che fluisce indipendentemente da essi, al di sopra di essi. E il realismo di Manzoni ne trae incremento: sicché ne deriva una maggiore concretezza agli stessi personaggi inventati, i quali, agendo non più sul piccolo palcoscenico dello scrittoio dell'autore, ma sull'immenso palcoscenico della storia, assumono la fisionomia di veri personaggi viventi, nutriti su un terreno di concreta esperienza.(Getto, Storia, pp. 520 e ss.).

In altre parole: quando i personaggi scompaiono per tanto tempo e il romanzo viene occupato dai grandi eventi collettivi, il lettore ricolloca i personaggi nella loro vera dimensione rispetto alla storia, che li sovrasta. Ma intanto essi, i personaggi, quando tornano ad agire, dopo le parentesi storiche, sono visti su uno sfondo incomparabilmente più vasto e più vero, ed essi stessi appaiono più vivi e più autentici.

1. Scrive il Manzoni, a proposito di un sopruso: "Così va il mondo... anzi, così andava nel XVII secolo!" Sottintendendo palesemente che il mondo non è, invece, cambiato.

2. L'arte del Manzoni nei capitoli 'storici'. Per il sentimento di pietà di cui è pervasa la descrizione della carestia, v. cap. XXVIII, nota di Bonora, pp. 154 e ss.

3. Fra Cristoforo, ad esempio, invia Lucia presso Gertrude, per salvarla. Ma a Lucia avverrà proprio il contrario. E l'Innominato troverà in Lucia, sua vittima, proprio la sua antagonista salvatrice. E' questa la cosiddetta eterogenesi dei fini.

8. LA PROVVIDENZA. Il tema della provvidenza nel romanzo ha impegnato molto i critici. Per molto tempo ha tenuto banco la definizione del Momigliano ("Il romanzo è l'epopea della Provvidenza") che vedeva nella provvidenza la vera protagonista dell'opera, con la sua azione costante e il suo trionfo finale.

Oggi, invece, si tende a riconsiderare questo protagonismo. Lo scrittore Calvino, ad esempio, ha visto nel romanzo la rappresentazione di un mondo, di una storia "abbandonata da Dio". Ma anche se non si condividono queste posizioni estreme ci si muove, oggi, verso una nuova dimensione della provvidenza, sentita (vedi Marchese) come DEUS ABSCONDITUS, cioè come illuminazione interiore che interpella continuamente l'uomo, lasciandogli però tutta la responsabilità della scelta (e Gertrude dirà no, come don Rodrigo, mentre l'Innominato dirà sì come fra Cristoforo). E' singolare il fatto, rilevato dai critici, che Manzoni non metta mai in bocca al narratore la parola "provvidenza", ma solo in quella dei personaggi, che ne danno versioni diverse (don Abbondio: "…è una ramazza", che ha fatto morire il suo nemico; fra Cristoforo: "La provvidenza c'è per tutti..."). Forse questo significa la perplessità del narratore di fronte al misterioso agire della volontà divina, e anche l'autonomia che il narratore lascia alle sue creature, che esprimono giudizi anche diversi dai suoi. Così pure il tradizionale 'lieto fine' è ora considerato in un'ottica diversa. Esso è smitizzato e immeschinito (vedi Raimondi: Il romanzo senza idillio) dal narratore: è forse un 'lieto fine' quello in cui don Abbondio sfoga il suo egoismo volgare, Renzo la sua moralità piccolo-borghese di uno che vuol farsi solo "i fatti suoi" e il signorotto che prende il posto di don Rodrigo mostra quell'eccesso di umiltà (addirittura serve a tavola i due sposi, ma non siede a tavola con loro, bensì con don Abbondio) che sa troppo di teatralità e di ipocrisia ? E' lieto fine quello nel quale i due "eroi" della storia naufragano in un mare di pettegolezzi, meschine preoccupazioni, tanto che l'autore ci dice che la loro vicenda, da quel momento, a raccontarla, "annoierebbe a morte"? E' invece, quello, il ritorno, dei personaggi letterari alla loro dimensione comune e reale, alla prosaicità della vita di tutti i giorni. Non si vede proprio il 'trionfo della Provvidenza". Lo si vedrebbe se il romanzo finisse con la grande pioggia, forse. Ma esso, non a caso, finisce appena un poco più in là.

9. Come si può leggere politicamente il romanzo? Manzoni è stato un conservatore, un sincero democratico, un sostenitore del progresso, un finto progressista amante invece dell'ordine e delle gerarchie sociali? Su questo dibattito, cui molto ha contribuito Gramsci, sessant'anni fa, giudicando Manzoni un conservatore in fondo paternalista, attento agli umili ma non tanto - molto si è scritto e molti (Sapegno, Binni) hanno difeso il Manzoni riconoscendogli un'autentica ansia di giustizia e di promozione sociale dei miseri. La soluzione più equilibrata è quella proposta da chi (come Guglielmino) cerca di non forzare troppo il profilo di Manzoni attualizzandolo oltre misura: fu un cattolico liberale del suo tempo, sinceramente cristiano anche se pessimista sulla natura umana (da buon giansenista), devoto alla Chiesa ma non tenero verso gli ecclesiastici indegni e amante comunque dei valori risorgimentali, desideroso della giustizia ma non a prezzo di sconsiderate e violente sommosse popolari.

A questo punto un analisi più dettagliata dei VALORI FONDAMENTALI e degli ASPETTI CARATTERIZZANTI dell'arte manzoniana, ci porta a suddividere il discorso in diversi paragrafi:

ANDAMENTO NARRATIVO ANTIROMANZESCO. FEDELTA' ALLA VEROSIMIGLIANZA.

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Il Manzoni, che volle un romanzo non romanzesco, diverso dal romanzo d'intrattenimento franco-inglese, non amò presentare al lettore 'colpi di scena' che lo stupissero e gli dessero il senso di uno svolgimento improbabile dei fatti. La conversione dell'Innominato, per esempio, che è il punto di snodo di tutta la storia, il rovesciamento che consente al romanzo, dopo aver raggiunto la massima tensione, di iniziare lo scioglimento del dramma, ebbene proprio questo 'colpo di scena' è in realtà lentamente preparato da quando il malvagio, entrato in scena, rivela non disgusto del male, ma certo meno piacere di prima a farlo. In lui qualcosa sta accadendo. Lucia è quindi il catalizzatore, di un processo in atto i cui indizi non sfuggono al lettore attento.

Vedi anche l'aggettivo 'sventurato' detto di don Rodrigo colpito dalla peste, per preparare il lettore alla scena del perdono e quindi alla pietà.

FINEZZA E POTENZA DELL'ANALISI PSICOLOGICA

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Il Manzoni, eccellente allievo dei moralisti francesi del 600, scava senza indulgenze nei cuori delle creature abbandonate da Dio e ne mette a nudo ogni piega, ma sa farsi anche straordinario interprete (vedi storia di Gertrude) di una crisi adolescenziale tutta vera e tutta coerente. Nel padre provinciale e nel conte zio egli vede quanto il male, la prepotenza, la viltà e l'opportunismo sappiano rivestirsi di buone maniere e di belle parole o di colpevoli silenzi. Ma anche nelle anime dei personaggi minimi l'autore sa scendere (vedi l'ambiguo aiuto del sacrestano a don Abbondio) per svelare implacabilmente il vero movente di certe troppo generose azioni umane.

VERITA' MORALE E PSICOLOGICA DEI PERSONAGGI

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Giovita Scalvini disse che il mondo dei Promessi sposi si adagia sotto la cupola di una chiesa, non spazia libero sotto la volta del cielo. Manzoni, cioè, sarebbe stato condizionato, nella sua rappresentazione, dalla fede cattolica, che gli avrebbe impedito una più veritiera e libera rappresentazione della condizione umana. Ma già De Sanctis, poco dopo lo Scalvini, trovava che Manzoni avesse raggiunto una perfetta "misura dell'ideale", avesse cioè ritratto il suo ideale religioso incarnandolo in creature umane vive, vere e compiute.

Ecco, per esempio, che Lucia, se la guardiamo senza pregiudizi, ci apparirà creatura non esente da furbizie (le noci a fra Galdino), da falsi scrupoli (il matrimonio a sorpresa) e non priva di strazianti accenti quando vuol sapere notizie di quel Renzo cui si è negata per sempre. E c'è chi legge il suo voto di castità come un atto, sotto sotto, di egoismo, dettato dalla paura, che la porta a rinnegare un matrimonio cui Renzo ha più di un diritto: per salvarsi ella fa del male al giovane. E, per contrasto, non si dimentichi che, dopo aver pronunziato le parole del voto, Lucia è afferrata dallo sgomento, dal panico; sente l'enormità di quanto ha fatto: saprà osservarlo? Non è certo senza sangue nelle vene, né immaginetta sacra una fanciulla così. Che se poi tra lei e Renzo ci sono poche parole d'amore e poche effusioni (ma non mancano i rossori), questo può ben starci nel costume di una contadina italiana del 600. "Vero" è anche il cugino di Renzo Bortolo, di cui l'autore non tace il silenzioso opportunismo nell'aiutare il giovane fuggiasco. "Voi lo vorreste diverso. Non so che farci. Fabbricatevelo." dice Manzoni, sottolineando che cerca la verità non l'ideale falso. "Vero" è il cardinale, comunque un po' legnoso come personaggio - ma non si deve dimenticare che è un cardinale del seicento barocco, con la solennità, l'enfasi e la teatralità del secolo - quando, di fronte a don Abbondio, resta nella sua dimensione eroica della fede, sublime ma astratta per il povero parroco di campagna, vile di natura, che non lo capisce. Russo ha parlato di "sublime ottusità del santo." Santo che, va ricordato, con la processione sconsigliata dai medici, porta notevole contributo al contagio della peste. "Vero" infine fra Cristoforo quando, dovendo tornare in fretta al convento, si alza la tonaca e corre balzellon balzelloni. Anzi qui la verosimiglianza, il sapore di realtà è dato proprio dall'incontro del comico con il tragico.

LA PROVVIDENZA. L'IMMANENZA DI DIO. LA CHIESA APERTA.

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Molto si è discusso e si discute sulla Provvidenza (già s'è visto sopra l'essenziale). Quali passi si possono ricordare per verificare questa silenziosa ma trasparente presenza del divino?

Ecco l' "Addio, monti..." di Lucia; ecco l'Innominato che di tanto in tanto sente di nuovo l'ondata dei ricordi neri e dei rimorsi e torna a pentirsi, perché continua il colloquio con Dio; ecco l'indice di fra Cristoforo puntato contro don Rodrigo, che scava nella coscienza del malvagio, che è anche vile, e riappare nell'incubo che accompagna, in lui, la scoperta della malattia: colui che sembrava sconfitto, dopo il colloquio, era stato il vincitore, per quel segno di castigo che aveva lasciato nell'altro e, poi, proprio lui sarà chiamato ad assistere alla morte dello sventurato e a invitare Renzo al perdono. Sono questi i fili sottili che la Provvidenza intreccia. Ecco, infine, la chiesa del lazzaretto: aperta su quattro lati, con l'altare visibile a tutti. Un critico, Getto, dice che è il simbolo stessa della chiesa manzoniana, che è aperta a tutti, senza barriere e confini, piantata in mezzo al dolore e alla disperazione della peste come segno di speranza cui tutti possono guardare; è la chiesa che con il cardinale, chiede perdono all'Innominato per non essere andata prima in cerca della pecorella smarrita. E' quello che Marchese chiama il Deus absconditus.

LA DEMISTIFICAZIONE DELL'AUTORITA', LA POLEMICA CONTRO LA POLITICA E IL POTERE TERRENO.

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Fin da quando, a Milano, frequentava Cuoco e, tramite costui, "scopriva" Machiavelli, Manzoni sentì la politica come una realtà poco affidabile, intrinsecamente negativa, regno della forza e della violenza. Le tragedie confermano ampiamente questa visione. Il romanzo, dal canto suo, non se ne allontana. Quando sulla scena compaiono i personaggi d'autorità essi portano con sé il gelo di chi vive secondo la logica del mondo, cinici o superbi o arroganti o prepotenti o ipocriti.

Ecco il podestà che dovrebbe arrestare don Rodrigo e invece gozzoviglia alla sua tavola, ecco l'indifferenza del governatore di Milano di fronte alla peste (trascurabile cosa al cospetto della guerra), ecco Ferrer che, parlando doppiamente in italiano e spagnolo, va a salvare il vicario di provvisione (uomo del potere anche lui) fingendo di imprigionarlo, ecco tutta la serie delle inadempienze e delle viltà in coloro che avrebbero dovuto provvedervi, che accompagnano la carestia e la peste. Ed ecco, per contrasto, Lodovico non ancora fra Cristoforo, che si ribella alla prepotenza (ma poi sa chiedere perdono dell'omicidio), ecco i frati che nella Milano appestata prendono eroicamente il posto delle autorità ormai latitanti (e non è romanzo, è storia!). Ma ecco, soprattutto, contro il mondo dei "grandi", il mondo rappresentato dalla parte degli umili, ecco il loro protagonismo, che da solo fa giustizia di una realtà sociale troppo in preda della 'ragion di stato' e degli interessi dei potenti.

LA POLEMICA CONTRO L'ASTRATTA E VANA CULTURA

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La cultura per il cristiano Manzoni non è ornamento e diletto, né tantomeno strumento di oppressione sociale e morale. Di qui un altro tema che percorre il romanzo: la denuncia dell'uso distorto e colpevole della cultura. Don Abbondio, per esempio, imbroglia Renzo col suo latino e don Ferrante, erudito, coltissimo, filosofo, non sa che farsene della sua boria culturale davanti alle peste, perché i suoi libri gli dicono che la peste non può esistere. Così egli morirà di peste e la sua straripante biblioteca sarà sparsa al vento, a simbolo della vanità di una cultura separata dalla vita e dall'impegno a migliorare la casa comune della collettività umana.

IL SENSO DEL COMICO E L'INDULGENZA VERSO I LIMITI UMANI

vedi esempi nello schema che rinvia agli appunti

Romanzo tremendamente serio, I promessi sposi sono, però, prima di tutto romanzo realista: perciò in esso il comico, così presente nella vita vera vi ha gran parte, e comiche sono parecchie figure e comici parecchi momenti: da don Abbondio al sarto al padre guardiano di fronte a Lucia. Il comico, poi, è spesso nient'altro che la sottolineatura dell'autore sul comportamento sbagliato o goffo di un personaggio, comportamento che lui, il narratore, non vuole però fustigare come giudice severo, perché consapevole che i limiti dell'uomo sono tanti e che un po' d'indulgenza verso di essi non guasta.

Altra cosa, s'intende, la reazione dell'autore di fronte alle figure di grandi peccatori, dei veri geni del male, di fronte ai quali è severo, acuto, ma anche sgomento per le cadute dell'animo umano verso l'abisso.

Spesso (vedi colloquio fra don Abbondio e il Cardinale, che si colloca dopo quello fra il prelato e l'Innominato) il comico, poi, fa da contrappunto al tragico, in un'oscillazione e convivenza che restituiscono tanto sapore della vita reale. Nel cap. XXX don Abbondio e le donne si rifugiano al castello dell'Innominato; passano i soldati; il parroco e le donne tornano a casa; duetto tra Perpetua e don Abbondio sulla roba scomparsa, ma in casa dei birboni del paese.

Don Abbondio, però, ha ancora paura di soldati sbandati e attardati: "Né però questi terrori erano ancora cessati, che un nuovo ne sopraggiunse. Ma qui lasceremo da parte il pover'uomo: si tratta di ben altro...". Commenta Bonora: il contrappunto del tragico e del comico è uno dei risultati artistici più alti dei Promessi Sposi, ma don Abbondio, personaggio per eccellenza comico, è stato coinvolto suo malgrado in vicende tragiche soltanto quando esse stanno per volgere a lieto fine (conversione dell'Innominato, lanzichenecchi). Nella descrizione dei lutti e degli orrori che porta con sé la peste, per lui non c'è posto, come non poteva esserci posto nella descrizione del flagello della carestia. [Ecco l'artista sommo che è pienamente padrone dei suoi mezzi e domina i suoi personaggi e la materia narrativa.]

IL VALORE PATRIOTTICO E CIVILE, IL VALORE NAZIONALE

vedi esempi nello schema che rinvia agli appunti

Il romanzo piacque ai lettori italiani dell'800, a quei lettori che stavano vivendo l'esaltante stagione del risorgimento nazionale. Perché piacque? Cosa trovavano essi, di risorgimentale, di liberale, di patriottico in esso?

Vi trovavano, fin dalle prime pagine, il quadro allarmante dei guasti morali, prima ancora che politici, che la dominazione straniera provoca in un popolo, che decade soprattutto nella sua dignità. Dietro gli spagnoli ogni lettore vedeva agitarsi il fantasma degli austriaci. E questo bastava. D'altronde anche la lingua, così accortamente nazionale e popolare, faceva sentire gli italiani (al di là delle barriere politiche degli stati e al di là degli steccati ideologici di cattolici, mazziniani o cavouriani) tutti uniti intorno ad un libro, ad un grande affresco dell'Italia di ieri, utile a capire l'Italia di allora e di sempre. Ma anche la visione, cui s'è accennato, d'un diverso uso della cultura, significava un invito a superare finalmente la secolare barriera che aveva diviso gli italiani colti dal popolo, gli intellettuali dalle masse. Valore nazionale e 'italiano' il romanzo lo acquistava anche nel momento in cui delineava il ruolo della chiesa nella storia d'Italia, non sempre e non tutto positivo, ma comunque determinante. E ancora specchio della civiltà italiana diventava il racconto quando esso sapeva ritrarre il contrasto antico fra mondo rurale e mondo cittadino, con qualche chiara propensione verso quest'ultimo, ove vivono più numerosi gli "uomini di Dio". Per di più il romanzo (ed è un suo alto valore civile ed educativo che qui si tocca) era tutto un inno al lavoro serio, costante, onesto (di Renzo, di Bortolo) e una denuncia aspra dell'ozio e del parassitismo. Dietro i personaggi si muove, evidentemente, la visione borghese e moderna e cristiana dell'uomo che edifica se stesso e la propria dimora sociale con la fatica delle proprie mani, con serietà e impegno. Non l'esaltazione dell'"eroismo" avventuroso, tanto caro ai romantici, né delle creature viventi di sogni e di immaginazioni fantasiose, ma la celebrazione delle solide e feconde attività umane, concretamente terrene e socialmente utili. Il lavoro fa "crescere" e Renzo, in conclusione, avrà fatto un passo avanti nella scala sociale. Romanzo dai tanti volti, quindi, I promessi sposi, romanzo che risponde alle esigenze espresse dal romanticismo lombardo (opera popolare, nazionale, educatrice in senso politico e civile e morale) ma che va ben al di là di quelle esigenze storiche. Romanzo dell'uomo che vive sulla terra e nella storia accompagnato, sulla sua strada, dall'invisibile mano di Dio, che alcuni riconoscono, altri sfiorano solo, altri rifiutano. Romanzo, bisogna dirlo, tradito e insieme salvato dalla scuola. Salvato perché la pratica didattica lo ha fatto conoscere a tutti gli italiani; ma anche tradito perché la lettura scolastica, lo studio su di esso, le semplificazioni eccessive, lo hanno mutilato e irrigidito in formule e schemi, reso "antipatico" a molti studenti, i quali potrebbero riscoprirlo e amarlo solo con una lettura libera, sorridente ma non spensierata, che ne faccia risaltare tutta la ricchezza e la verità.

PROMESSI SPOSI: VALORI E ASPETTI DELL'ARTE MANZONIANA NEL ROMANZO

(i numeri si riferiscono alle pagine degli appunti manoscritti e ai contrassegni nella sezione ESEMPI a pag. 15 di questi appunti)

** ANDAMENTO NARRATIVO ANTIROMANZESCO, FEDELTA' ALLA VEROSIMIGLIANZA. IL LETTORE NON SI TROVA DI FRONTE A TEATRALI 'COLPI DI SCENA'.

- lo 'sventurato' don Rodrigo 105

- la conversione dell'Innominato

** FINEZZA E POTENZA DELL'INTROSPEZIONE PSICOLOGICA

- adolescenza di Gertrude 69

- notte dell'Innominato

- colloquio tra padre provinciale e Conte zio

- l'aiuto del sacrestano 65

** VERITA' MORALE E PSICOLOGICA DEI PERSONAGGI, LA DESANCTISIANA 'misura dell'ideale'. (v. dopo REALE/IDEALE)

- umanità di Lucia (difesa di Lucia) 85

- piccolo egoismo di Renzo a Milano appestata 85

- Bortolo 85

- il padre guardiano 67

- i cappuccini e fra Cristoforo 127

- il Cardinale e don Abbondio (la sublime ottusità del santo) 99

- fra Cristoforo che corre (come nella vita il tragico e il comico) 101

** L'IMMANENZA DI DIO, LA PROVVIDENZA.

- l'addio ai monti di Lucia

- il pentimento ricorrente dell'Innominato 103

- i bravi e l'elemosina

- l'indice di fra Cristoforo (la 'vittoria' dei giusti) 107

- la chiesa del lazzaretto

- la campana del lazzaretto

- il DEUS ABSCONDITUS e l'ETEROGENESI DEI FINI: i limiti umani

** LA DEMISTIFICAZIONE DELL'AUTORITA', LA POLEMICA CONTRO LA POLITICA e il potere terreno

- il mondo dalla parte degli umili 85bis

- i frati nella peste / cap.XXXI 87

- Lodovico ribelle 129

- Azzecarbugli

- Olivares, la peste, la guerra

- Ferrer e la manipolazione del linguaggio (anche don Abbondio) cfr. Getto 73

- la carestia e la peste

- il protagonismo di Renzo e Lucia

** IL SENSO DEL COMICO E L'INDULGENZA VERSO I LIMITI UMANI

- don Abbondio 89

- il sarto

** LA POLEMICA CONTRO LA VANA E ASTRATTA CULTURA

- don Ferrante

** IL VALORE PATRIOTTICO E CIVILE

- la dominazione spagnola, il servilismo, la prepotenza

- l'esaltazione del lavoro

** LA CONSONANZA TRA IL ROMANZO E LE ISTANZE ROMANTICHE LOMBARDE

- cfr. la Lettera di Berchet, il Conciliatore e il profilo del romanzo e il suo successo

** LA RIVOLUZIONE LETTERARIA E MORALE

- protagonismo del popolo

- lingua antiaccademica, le stesure

** VALORE NAZIONALE

- la soluzione della questione della lingua

- lo sfondo storico: dominazioni, Chiesa, guerre, calamità, frattura tra intellettuali e popolo, religiosità cattolica,

- civiltà contadina e civiltà urbana

** LA MORALE PROBLEMATICA DEL ROMANZO E IL COSIDDETTO 'LIETO FINE'

- il giudizio del Raimondi

- il giudizio di Sciascia

- l'insufficiente maturazione di Renzo,

- i limiti della carità del successore di don Rodrigo,

-.il volgare provvidenzialismo di don Abbondio,

- l'alta 'conclusione' di Lucia

UN'ANTICA QUESTIONE: SONO I PROMESSI SPOSI UN ROMANZO A LIETO FINE? IL PESSIMISMO E LA FIDUCIA NEL ROMANZO

Il finale del romanzo ha suscitato sempre reazioni vivaci tra i lettori; fin dal suo apparire i recensori trovarono superflui gli ultimi capitoli, ma già un contemporaneo, il Tommaseo avanzava il sospetto che la conclusione posta in bocca ai poveri eroi non fosse certamente il 'sugo della storia', dato che ogni pagina è piena di preziose novità. A Tommaseo la conclusione appariva ambigua, polivalente, non rivelava un'unica intenzione. I lettori contemporanei hanno opposto resistenza a quello che è stato definito "l'inconscio desiderio di ottimismo nella massa dei lettori". Secondo lo Jemolo, anzi, "il romanzo lascia un senso austero e pauroso della imperscrutabile volontà di Dio. Il Manzoni non ha perso l'occasione per sottolineare, in contrasto con un certo tipo di tradizione romanzesca, le ombre e le sfumature che inquinano la felicità degli sposi; e soprattutto, si noti, quella di Renzo, più legato della moglie alla mentalità terrena." Infatti il percorso del romanzo è troppo carico di eventi dolorosi, di violenze, di sopraffazioni, di tradimenti. La visione della storia dissuade, pagina dopo pagina, da ogni illusione di ricomponibile idillio. Insomma la finale ricomposizione dell'atmosfera quotidianamente tranquilla non sa tacitare il sospetto che si tratti di una pausa, che tuttavia non può eludere il destino di precarietà che grava sull'uomo. In una lettera al Fauriel Manzoni diceva di sentire profondamente quanto vi fosse d'incerto, pericoloso e persino terribile nella felicità, fosse pure la più calma e modesta. Un libro di Raimondi ("Il romanzo senza idillio") nega recisamente la sostanza idillica del romanzo, cui sarebbero decisamente estranei perfino gli elementi materiali nominati nel racconto: polenta, stufato, polpette. Sono poveri cibi assurti a dignità letteraria in un contesto dove la speranza del benessere si accampa con molta difficoltà eppure tenacemente. Certo, osserva Raimondi, il romanzo si chiude con un apparente lieto fine, da commedia, ma questo 'sugo della storia' che si esprime nella riconquistata quiete di don Abbondio, che non è cambiato, nella 'maturazione' o pseudo-maturazione di Renzo, che sciorina i suoi 'ho imparato', è poi corretto dalle frasi dubitative di Lucia. Insomma il traguardo finale di quiete che hanno raggiunto i protagonisti, vario secondo ciascuno di loro, è poi deformato, rifiutato, in sostanza neutralizzato. Solo la sapienza che viene dalla fede aiuta Lucia a capire che la tranquillità non offre nessuna garanzia di stabilità, né - ed è la cosa più importante - può intendersi come segno dell'approvazione di Dio, proprio come i guai toccati a lei, che non li aveva cercati, non erano segno di riprovazione. Le parole della saggia sposa fanno riferimento all'imperfetta unione di virtù e felicità nella storia: quei guai non cercati non sarebbero schivabili nemmeno con i tanti (e magari con altri) ho imparato di Renzo. Certo, il racconto si chiude con i due sposi fissi nel loro sorriso, ma, per conto suo, il lettore dovrà continuare a sentire in sé la tensione del libro, tra pessimismo cristiano e volontarismo attivistico, tra l'insopprimibile sentimento di giustizia e la constatazione del male della storia. Anche la D'Ambrosio Mazziotti, ricordato il giudizio di Jemolo, propende anch'essa per riconoscere al Manzoni un fondamentale pessimismo esistenziale che, sebbene in genere riassorbito dalla luce consolante della fede, non esclude talvolta il manifestarsi di un vero senso tragico della vita: chi non ricorda... la sconvolgente immagine del 'fanciul severo', che... sembra ignorare il 'trepido prego degli uomini'? (E' il Natale 1833).

MONTANARI - PUPPO: "Non sarebbe esatto intendere la definizione (Epopea della Provvidenza) nel senso di un'azione trionfale della Provvidenza nel mondo. Anche se alla fine i casi dei due promessi sposi sembrano avere una soluzione positiva, le ingiustizie, le violenze, le sofferenze patite da loro come da tanti altri non trovano veramente un compenso in questo mondo. I conti di qui restano aperti e si saldano soltanto nell'al di là. Nel mondo trionfa normalmente quell'apparente giustizia, e reale ingiustizia, che è la giustizia degli uomini... Pur con la fiducia nella Provvidenza, che infonde nei suoi personaggi, anche nei P.S. il Manzoni ha una visione pessimistica della vita terrena, che comporta fatiche e pene per tutti, anche per i giusti e gli innocenti."

SCIASCIA (Sicilia come metafora): "Manzoni ha tracciato un ritratto disperato dell'Italia, ma la verità profonda dei P.S. non è stata ancora colta. La sua opera è generalmente vista come il prodotto di un cattolico italiano piuttosto tranquillo e conformista, quando invece si tratta di un'opera inquieta, che racchiude un'impietosa analisi della società italiana di ieri e di oggi e delle sue componenti più significative. Un libro…che contiene tutta l'Italia, persino l'Italia che più tardi sarà descritta...".

SANSONE (I Maggiori): "Quando Manzoni componeva il suo romanzo usciva via via dal doloroso pessimismo delle tragedie e non vedeva più soltanto la morte e la rassegnata soggezione alla sventura come sole forme di liberazione dalla vita dolorosa, ma sentiva la vita stessa come prova sorretta dalla fede ed animata dalla speranza… Tutto il ritmo dell'esistenza non si prospetta come una vana ed impari lotta tra forza e diritto, oppressori e oppressi, ma come un aperto spettacolo di peccato e di redenzione, di dolore e di gioia, dove ognuno ha la sua parte di bene e di male. La vita è una prova non solo per i buoni, ma per tutti, e riemerge sempre sacra col suo eterno ritmo, sopra l'eterno e necessario confliggere e comporsi delle miserie e delle grandezze [...] la dolorosa compassione manzoniana si fa più solenne di fronte alle sofferenze anonime o ai dolori collettivi [le folle, la carestia, la guerra, la peste]... Questi quadri, nei quali il dolore non rispecchia una responsabilità individuale, ma appare come il risultato necessario dell'umano delirare e sofisticare, sono, senza dubbio, i più poeticamente solenni di tutto il romanzo."

Con molto equilibrio e, mi pare, con grande persuasività ALBERTI collega la 'scoperta' del protagonismo di Renzo e Lucia con una visione della vita aspra ma non disperata. "Certo il Manzoni aveva conosciuto questa gente (gli umili) fin da quando il Vangelo, riscoperto attraverso i nuovi ideali democratici glieli aveva rivelati; ma per avvistare e individuare Fermo e Lucia nella fiumana di secoli, per riconoscerli fratelli lui, privilegiato fin dalla nascita, c'era voluto altro. Neppure erano bastati gli ideologi e i nuovi storici francesi: non era bastata... la scoperta delle popolazioni italiche di quei secoli oscuri, passate sulla terra 'senza lasciare traccia'... C'era voluta... la piena consapevolezza che lo stato d'oppressione, di soggezione, di servitù, è lo stato più comune su questa terra, e al quale non v'è da opporre che una sola cosa: la solidarietà attiva dell'amore, unica fonte di vera libertà... Per questo l'oscuro filatore di seta Renzo Tramaglino diventerà il protagonista non solo di una storia, ma della Storia... Se la scriveva lui, Alessandro Manzoni, era solo perché "sapeva di lettere".

CARATTERI DELL'ARTE MANZONIANA

1. Sapiente arte comica di Manzoni, che rappresenta, nel cap. VIII (del matrimonio a sorpresa) un brano di autentica commedia, con senso del ritmo, della suspence, dell'umorismo.

2. Fa notare il Bonora come Manzoni volutamente tenga il ritmo narrativo dell'azione al rallentatore negli attimi che precedono l'apparizione dei due fidanzati; sia per conferire alla scena la sua giusta andatura teatrale, sia per far sentire "quanto siano lunghi quei pochi minuti anche per i due, fidanzati, ai quali il tempo sembra essere segnato soltanto dal martellare del povero cuore di Lucia."

3. Sapiente arte psicologica e moralistica del Manzoni nell'analizzare il movente che spinge il sacrestano a sonar le campane in piena notte: "…trovò su due piedi un espediente per dar più aiuto di quello che gli si chiedeva, senza mettersi lui nel tafferuglio". Così Bonora: lo scrittore, giudice implacabile delle azioni dei suoi personaggi, ha ragione di cogliere il vero movente di questo eccesso di zelo.

4. La Provvidenza e il cristianesimo: "...non avete fatto male a nessuno; ma Dio vuol così. E' una prova, figlioli: sopportatela con pazienza con fiducia, senza odio, e siate sicuri che verrà un tempo in cui vi troverete contenti di ciò che ora accade", oppure "Prima che partiate, preghiamo tutti insieme il Signore, perché sia con voi, in codesto viaggio, e sempre; e sopra tutto vi dia forza, vi dia amore di volere ciò ch'Egli ha voluto."

5. "Non tirava un alito di vento..." (c.VIII) Così Bonora: - la nota è tutta interessante anche per le osservazioni stilistiche per le quali Manzoni appare anticipatore di esperienze della prosa moderna - il gusto realistico del Manzoni si impone anche qui: l'occhio è attento a osservare, l'orecchio è pronto a percepire... E' una prosa nutrita di verità e vibrante di intimo lirismo.

6. La conclusione dell'Addio: nell'intonazione corale di questa pagina stupenda il pensiero del Dio di bontà che "non turba mai ecc." suona dunque, più che come un'affermazione del poeta, come una grande e impersonale verità... è come se la presenza di Dio non ci fosse più rivelata sotto la volta angusta di una chiesa, ma sotto quella immensa del cielo (Bonora). Il commento di Bonora fa vedere come il Dio Provvidenza non sia affermato da un frate, o in una chiesa, o dall'autore esplicitamente, ma sia nelle cose e nelle umane vicende con la stessa forza di verità e di autenticità della nostalgia, del rimpianto, delle speranze turbate

REALE E IDEALE (De Sanctis, Saggi, Rizzoli) Il rapporto tra ideale e reale, come rapporto di unità, senza cedimenti all'oratoria religiosa, è già in modo convincente spiegato da De Sanctis, e Momigliano lo rafforzerà. "L'originalità del romanzo è in questo, che l'ideale non è un'idea del poeta, un suo proprio mondo morale foggiato dal suo spirito e che faccia stacco dal racconto, ma è membro effettivo e organico d'una storia reale e concreta [cioè l'ideale del Manzoni è l'idea religiosa che effettivamente risiedeva nello spirito di quel tempo, o brillante o attutita, o pervertita, o negata; ma c'era. Sicché l'ideale non è l'uno e lo stesso nella infinita varietà della natura e della storia... ma è il proprio e l'incomunicabile, l'individuo e il vivente... Ciascuna cosa che vive, ha un ideale suo, il "caratteristico", che la fa essere sé e non altro; ciò che si dice "individuo". Ma se ciascun individuo ha un ideale suo [cioè una sua individua fisionomia], segue che ci sono ogni sorta di ideali, belli e brutti, buoni e cattivi, e che don Abbondio e don Rodrigo, e fin Tonio e Griso, sono personaggi non meno ideali e non meno poetici che Lucia e Borromeo. Anzi chi va a fil di logica è sforzato a conchiudere che base così dell'arte come della vita è non il perfetto, ma l'imperfetto, se è vero che l'ideale, perché viva, deve essere un individuo, avere le sue miserie, le sue passioni, le sue imperfezioni." "Ciò che dicesi... la misura dell'ideale: tutto ciò che esce dalla sua immaginazione ha il carattere di una realtà positiva, esce cioè limitato, misurato, così minutamente condizionato al luogo, al tempo... ai costumi, che ti balza innanzi un vero essere vivente [...] Il meraviglioso, l'eroico, il perfetto, ciò che si dice l'ideale, non lo alletta, anzi lo insospettisce, e mette ogni cosa a ridurlo nelle proporzioni del credibile e del naturale. Anzi la sua inclinazione è di entrare nel più minuto della vita, d'intrattenersi nelle più basse sfere, sdegnate dalla poesia nobile e solenne. Là, in quelle sfere inesplorate, trova i suoi ritratti più originali; là vivono i suoi osti e le sue spie, i suoi bravi e i suoi monatti, i suoi cappuccini... e la madre di Cecilia... di là esce animata e parlante la plebe." De Sanctis, per di più, scrivendo nel 1873, segnava l'altissimo valore storico del romanzo in questo modo: "In questo cammino [sulla via del reale] noi ci siamo lasciati oltrepassare [pensa alla Francia, a Zola ecc.]... ora ci siamo risvegliati [attenzione! Nel 1874 uscirà Nedda, di Verga], e cominciamo una nuova storia, e la pietra miliare della nuova storia è questo romanzo. "Anche Capuana, si ricordi, (cfr. Petronio, Civiltà nelle lettere, 3) converrà che Renzo e 'Ntoni sono della stessa famiglia.

IDEOLOGIA E PUBBLICO. Spinazzola, nel suo Il libro di tutti, limita l'apertura democratica del romanzo: "Manzoni propone ai suoi lettori un'opera che dichiara d'essere stata concepita come <<libro per tutti>>: una rappresentazione umana in cui ciascuno possa riconoscersi […] Ma gli interlocutori elettivi del romanzo si configurano non tanto come l'universalità di un pubblico laico, quanto come una ecumenicità di lettori che tutti nutrano una disposizione di fede...". Ma De Sanctis aveva dato già una risposta esauriente a questo problema: "Lo spirito cristiano, purificato d'ogni esagerazione [direi, modernamente, privo di ogni 'integralismo'] è qui avvicinato possibilmente a un puro umanesimo etico e artistico, quale possono concepirlo e ammetterlo anche quelli che lo guardano e lo spiegano attraverso la scienza. E' lo spirito religioso nel suo senso più elevato e generale... e quale una vista puramente umana potrebbe concepirlo in tutte le forme. "Sull'argomento dell'orizzonte di pubblico cui l'autore si rivolge, in ideale discussione con Spinazzola, De Sanctis aveva già scritto: "Ora, la religiosità del nostro poeta è questa, che mentre vive tra i più cari e nobili ideali della vita e te li pone innanzi e vuole trascinarti appresso a quelli, egli si immedesima col pubblico, e riflette le sue impressioni, il suo buon senso, e facendo lui un po' di ironia, previene la tua ...il che spiega la grande popolarità di questo libro."

L'AMORE. Russo difende Manzoni da quei critici (cita il Citanna e il Giusti) che gli hanno rimproverato la brevità dei cenni dedicati alle passioni d'amore, rive: "egli non può e non sa essere il poeta dell'amore, perché nella sua complessa visione etico - storica l'amore è soltanto un particolare in mezzo a una folla di altri particolari." cfr. Personaggi, p. 277 e ss.

ESEMPI

N. 85 UMANITA' DI LUCIA. Che Lucia non sia una santocchia senza sangue nelle vene, lo dimostra anche la sua reazione al ricordarsi del voto, dopo essere stata salvata ed accolta nella casa della brava donna: "Dopo un ribollimento di que' pensieri che non vengono con parole, le prime che si formarono nella sua mente furono: - Oh, povera me, cosa ho fatto! - "Ma Lucia ha veramente fede: "Ma non appena l'ebbe pensato, ne risentì come uno spavento." Eppure, dopo aver sperato che la Provvidenza intervenga su Renzo perché anch'egli si rassegni, "una tale idea, appena trovata, mise sottosopra la mente che era andata a cercarla. La povera Lucia, sentendo che il cuore era lì lì per pentirsi, ritornò alla preghiera, alle conferme, al combattimento." Mi pare non si dia sufficiente rilievo a questo 'combattimento' che Lucia ingaggia con se stessa, tanto violento da condurla a un passo dal pentimento. Non si può dire che Lucia sia un'esangue santarellina, se arriva a far confliggere il suo amore con la sua fede. Quando Lucia rivela ad Agnese (cap. XXVI) il voto che ha fatto, le chiede un favore: di far sapere tutto a Renzo, con garbo, però. E poi, con animo intimamente straziato, conclude: E voi, la prima volta che avrete le sue nuove, fatemi scrivere, fatemi sapere che è sano; e poi... non mi fate sapere più nulla. "Commenta Russo: nell'esitazione delle parole è detto tutto lo strappo interno. [Un altro tratto della profonda vita amorosa di Lucia, dell'intimo ribollimento di affetti e conflitti che la straziano, novella Ermengarda.] "Lucia (cap. XXVII), quando la madre ebbe potuto farle sapere che quel tale era vivo e in salvo... sentì un gran sollievo, e non desiderava più altro, se non che si dimenticasse di lei; o, per dir la cosa proprio a puntino, che pensasse a dimenticarla." [Passo di cui non sai se apprezzare di più l'umanità o l'arte grande, quella di mettere l'ironia e al sobrietà al servizio della verità psicologica.] Renzo strappa a Lucia la promessa di partecipare al matrimonio a sorpresa. "Qui l'autore confessa di non sapere un'altra cosa: se Lucia fosse, in tutto e per tutto, malcontenta di essere spinta ad acconsentire. Noi lasciamo, come lui, la cosa in dubbio. " Commenta Bonora: Nel Manzoni... s'è fatta viva, a questo punto, l'esigenza di tenere anche la giovane donna ben calata nella realtà. [Ma questo brano, che introduce quasi fisicamente, il distacco tra l'autore e il personaggio e stabilisce che la "superiorità" (egli, l'autore, ne sa di più) del primo, può servire a documentare il narrare manzoniano, realistico, diverso da quello verghiano, verista.

UMANITA' DI RENZO. Quando Renzo, a Milano appestata, prima si fa indicare dal prete la strada che gli occorre, poi si ricorda della donna inchiodata in casa, Bonora commenta così: "C'è verità psicologica in questo, e anche così lo scrittore evita di fare del suo giovanotto un personaggio esemplare." (cap. XXIV)

BORTOLO. Bortolo riprende Renzo con sé perché il cugino è molto bravo ma anche analfabeta, quindi non potrà minacciargli il posto. "Forse voi vorreste un Bortolo più ideale: non so che dire: fabbricatevelo. Quello era così." Commenta Bonora, ricordando fra Cristoforo di fronte a don Rodrigo: è condannato l'idealismo enfatico di troppa letteratura nel rappresentare i buoni. [Anche il cardinale, di fronte al flagello della peste, prende le sue cantonate, e non se ne dimentichi, di fronte a don Abbondio, la sublime ottusità.]

N. 63 Fra Cristoforo a Renzo (cap. VII): Ma pazienza! E' una magra parola, una parola amara per chi non crede; ma tu...! non vorrai tu concedere a Dio un giorno, due giorni, il tempo che vorrà prendere, per far trionfare la giustizia? Il tempo è suo." [Trovi nel brano che soltanto per chi non crede la pazienza diventa inerzia (si cfr. con Adelchi morente, con il suo "loco a gentile ecc.); a che crede, invece, dir pazienza vuol dire: attendi Dio nella storia, nella tua storia. Non può dirsi che Manzoni inviti alla rassegnazione inerte e politicamente conservatrice di fronte ai soprusi. E' un passo importante, anche se nascosto nelle pieghe del capitolo.]

N. 85bis IL POPOLO GLI UMILI LA STORIA "Se troppe esperienze di governi democratici e demagogici non consentono al Manzoni quella fiducia nel popolo... pure le sue simpatie sono per gli umili, i buoni, i semplici, i sinceri, i figli veri del popolo vero. La poesia più profonda del Promessi Sposi sta proprio dove Manzoni più completamente rinuncia alla rappresentazione di quelle qualità eroiche, esaltatrici dell'individuo, che sembravano il tema obbligato della poesia." (Zottoli) Perciò se "gli umili sono travolti dagli eventi storici, sono al tempo stesso resi vivi dalla loro partecipazione involontaria ad essi, perché o quegli eventi che li tolgono dalla loro condizione di anonimi." Ecco perché "diversamente da quello che aveva fatto nelle tragedie Manzoni introduce nel romanzo la parte storica per interpretare il destino degli umili." Certo, nonostante le proclamate intenzioni di fedeltà al vero e al verosimile, Manzoni fu condizionato da una fede e da una cultura e il suo giudizio sul Seicento è soggettivo, ed è pessimistico (il che Nicolini e Croce gli rimproverarono); non è però vero che la concezione storica che informa il romanzo sia moralismo intransigente. L'ironia del Manzoni ha come obiettivo i politici, coloro che credono di fare la storia [o la grande storia]. Ma Renzo e Bortolo contano ai suoi occhi più di don Gonzalo, dell'assedio di Casale e di Richelieu, perché esponenti di una classe che crede nel valore costruttivo delle attività pacifiche. Si traduce in arte, perciò, l'idea volteriana che al progresso non portino gli intrighi dei politici e le distruzioni dei militari, bensì la volontà degli uomini rivolti alle opere di pace, che è una conquista del pensiero moderno. Anzi Manzoni evita il rischio illuministico di finire nell'utopia russoviana, e rappresenta senza indulgenza anche i vizi del clero, sorretto piuttosto da un ideale di carità (come nel cardinale Borromeo) che "rispondeva essenzialmente all'ideale illuministico della perfetta coincidenza tra pensiero e azione, tra teoria e pratica. Piuttosto che incomprensione della storia, anche nei Promessi Sposi si dà un prepotente interesse per i problemi attuali." (Bonora, Manzoni, pp. 47 e ss.)

p. 87 SFIDUCIA NELLA POLITICA, FIDUCIA NELLA CARITA'. Vedi il cap. XXXI. Gli amministratori della città di Milano, di fronte al flagello ormai avanzato della peste, cedono il bastone del comando proprio a coloro che, per istinto, meno dovrebbero saperne fare uso: i cappuccini. E', questo, un "saggio non ignobile della forza e dell'abilità che la carità può dare in ogni tempo, e in qualunque ordine di cose...". [Non dalla politica Manzoni attendeva la rigenerazione dell'umanità, ma dalla fede - come canta nella Pentecoste - quella fede che condusse quei cappuccini a entrare nel lazzaretto" senz'altra speranza che d'una morte molto più invidiabile che invidiata."

N. 127 GLI UOMINI DI CHIESA NON IDEALIZZATI. Si pensi ai cappuccini che accolgono Lodovico omicida e lo vedono farsi frate. Russo, giustamente, osserva: "i buoni cappuccini agiscono per il meglio del loro ospite, ma, innanzitutto, per il meglio di un loro diritto [tutelare, mettendo pace, il diritto di asilo]. Sono dunque uomini anche essi di quel secolo. Non una parola sul significato spirituale e cristiano del loro intervento...". Scrive infatti Manzoni: "Contenta la famiglia...; contenti i frati, che salvavano un uomo ed i loro privilegi, senza farsi alcun nemico." 1

N. 99 LA MISURA DELL'IDEALE IL CARDINALE E DON ABBONDIO. Russo: "Il cardinale fraintende sempre don Abbondio, lo fraintende generosamente: in questa sua sublime ottusità di magnanimo, che non riesce a rendersi conto dei piccoli pensieri del piccolo uomo, sta tutta la sua più vera grandezza di personaggio... Il Manzoni non ha voluto assoggettare ad alcuna critica la personalità del grande gerarca della Chiesa, ma nella sua stessa grandezza il cardinale trova il suo limite umano, la sua debolezza; egli, eroe della grande ragione, non capisce mai l'eroe della piccola ragione, ed in questa sua debolezza scompare il simbolo oratorio e subentra l'umano." "...don Abbondio avvicinato al cardinale ed il cardinale visto dalla piccola mente di don Abbondio vogliono rappresentare come una specie di equilibrio, di impasto, il chiaroscuro dell'ideale e del reale accostati insieme. Nella figura di don Abbondio avviene come un riscatto artistico del cardinale." [Aggiungerei che don Abbondio, ogni volta che compare, e specie dopo esser comparso petto a petto col cardinale, sta a ricordare ai lettori che, al di là della conclusione del romanzo, apparentemente rugiadosa, i don Abbodio non saranno mai convertiti al vangelo: e se non ci riesce un Federigo! Anche in questo io vedo la misura dell'ideale. Noto oggi, 3 gennaio 1992, che quando scrivevo queste note, negli anni 80, non avevo ancora letto Raimondi e il suo Romanzo senza idillio, ma ne presentivo le conclusioni.] Russo prosegue: "E forse, appunto, questo colloquio del cardinale e di don Abbondio è l'episodio più significativo, per definire il particolare cristianesimo del Manzoni: un cristianesimo rigoristico, apostolico, combattivo, intransigente da una parte e dall'altra parte un cristianesimo un po' doloroso e sorridente, consapevole della limitatezza della natura umana, e per la quale ragione l'artista discende dal suo cielo a mescolarsi di terreno e di umano, a compatire, ad indulgere, dopo aver rigorosamente condannato. Ciò che a me sembra…

1. A questo proposito De Castris (L'impegno del Manzoni) nota la differenza tra la stesura del Fermo e quella definitiva. Nel primo si trova: "Al padre guardiano parve che questo passo, (il 'perdono' ufficiale) fatto con tutte le precauzioni, riconcilierebbe al tutto il convento con la famiglia." Nella stesura ultima: " Al padre guardiano parve che un tal atto, oltre ad essere buono in sé, servirebbe a riconciliare sempre più la famiglia al convento." E' un'altra direzione del realismo manzoniano, quella di attenuare i tratti esasperatamente, manicheisticamente, negativi, di alcuni personaggi. Non si trascuri anche la sapiente inversione (famiglia / convento) tra la prima e la seconda stesura; la prima troppo scopertamente 'politica': un po' l'atteggiamento del Manzoni in tutto il romanzo."

N. 101 FRA CRISTOFORO CHE CORRE. Fra Cristoforo, dopo la giornata con don Rodrigo, corre, quasi a saltelloni, verso il convento, per non essere sgridato. Ecco come Manzoni mescola il suo eroe alla realtà quotidiana; ed ecco la coerenza artistica fondata sul realismo psicologico: l'uomo irregolare nella vita del secolo resta anche l'uomo irregolare nella vita del chiostro.

N. 105 DON RODRIGO 'SVENTURATO'. Russo avverte che Manzoni, quando comincia la parabola discendente del personaggio, prima della scena del tradimento da parte del Griso, qualifica, per la prima volta, con un aggettivo che indurrebbe il lettore a pietà, don Rodrigo. E' l'arte manzoniana di preparare il lettore ai cambiamenti anche radicali, rispettandolo, cioè non presentandogli scene melodrammatiche e capovolgimenti teatrali. Qui il procedimento - noto io - è più sottile che nell'Innominato, perché costui diventa 'buono', mentre don Rodrigo esige il nostro perdono senza esserlo diventato, almeno esplicitamente.

N. 69 Con il profilo di Gertrude Manzoni non ci ha dato soltanto il dramma di una coscienza e di un peccato, ma anche la tormentosa poesia della adolescenza inquieta, sospesa fra costrizioni paterne, slanci ingenui e fantastici di fede, richiami aspri dei sensi e dei piaceri terreni, tutti confusi dentro le sognanti e tumultuose aspirazioni di chi guarda con ansia e sgomento al proprio futuro.

N. 65 Il sagrestano, che suona le campane, di notte, impaurito dalle grida di don Abbondio, dà occasione a Manzoni di rivelare la sua sottilissima arte di ironica penetrazione psicologica, che, impietosamente, mette a nudo i veri moventi di tante azioni umane apparentemente generose. Il sagrestano, infatti, si precipitò alle campane "per dare un aiuto non richiesto e maggiore del bisogno, senza mettersi lui nei guai."

N. 103 IL PENTIMENTO RICORRENTE DELL'INNOMINATO. L'Innominato: "L'animo, ancor tutto inebriato dalle soavi parole di Federigo... s'elevava a quell'idea di misericordia... poi ricadeva sotto il peso del terribile passato." Anche qui Manzoni ha saputo tener fede ad una profonda legge della sostanza cristiana della sua arte, e non semplicemente cristiana [ ... ] Non ci si pente una volta per tutte, ma ci si pente tutti i giorni. E questa legge sarà particolarmente rappresentata e vissuta da fra Cristoforo. Legge cristiana, come dicevo, ma anche legge generalmente umana [ ... ] In questo perpetuarsi dell'antico nel nuovo, della colpa nel pentimento, il Manzoni ha celebrato il suo più profondo ed originale cristianesimo." (Russo)

I PARERI DI PERPETUA Perpetua, dopo l'intimazione dei bravi, aveva consigliato a don Abbondio di riferire tutto al cardinale e lo aveva esortato a non aver poi troppa paura delle schioppettate. Durante il colloquio con il cardinale, don Abbondio si sente rivolgere dal suo superiore parole, nella sostanza, assai simili. "Al di là del caso di don Abbondio il Manzoni, con quella battuta dei 'pareri di Perpetua' ha voluto colpire un motivo a lui caro, e che ritorna spesso nel romanzo: le verità degli umili sono le verità dei grandi. E', SEMMAI, LA MEZZA CULTURA CHE FRAINTENDE LE RAGIONI DELLA RELIGIONE: LA CULTURA, COME CULTURA, VUOTA DI Dio... fa un'assai brutta figura, in tutto il romanzo; "e qui è citato il podestà, e poi don Ferrante. Il Manzoni cristiano evangelico dà qui la mano al Manzoni romantico: nel popolo umile ed ignorante c'è più senso del vero, che non nei mediocri dotti, che sono i barbari riflessi dell'intelletto." (Russo)

N. 107

IMMANENZA DI DIO. Don Rodrigo di fronte a fra Cristoforo: quell'indice puntato lo riempie di lontano e misterioso spavento. "Non c'è un momento, per il Manzoni, in cui l'iniquo non si senta seguito dall'ombra del suo male... Ma non è una punizione fine a se stessa; è anche un barlume di Dio che si apre nel buio dell'anima. Questa immanenza di Dio, anche nella coscienza oscura del malvagio, è una delle intuizioni poetico - religiose più profonde del Manzoni." (Russo) Si può aggiungere un'osservazione fatta a proposito di fra Cristoforo, ma qui calzante, perché l'immanenza di Dio è anche nel suo "non pagare il sabato" e tramutare le apparenti sconfitte dei suoi fedeli in vere vittorie: "... quando fra Cristoforo mette da parte ogni prudenza allora grandeggia come un eroe della vita morale... è un profeta disarmato bensì, che resta sconfitto sul momento, ma di una sconfitta che è la sua vittoria ideale di domani. (Russo) Spesso si dice che per Manzoni non c'è altra giustizia che quella dei cieli. Non è vero. La giustizia di Dio vive nelle cose di questo mondo. Fra Cristoforo non è Adelchi. Il Dio del romanzo è "un Dio di tutti, presente nei probi e nei reprobi, quel Dio vivente nel cuore dell'uomo di cui parla il cardinale...". "Anche questo tratto di fra Cristoforo "Non vorrai tu concedere a Dio..." viene a temperare il pessimismo diffuso nel romanzo; pessimismo sempre dunque, che sprona all'azione, però, e non pessimismo ascetico. (Russo) Io credo che la giustizia di Dio - voglia dire Manzoni - gli uomini offesi talvolta, spesso, non la vedono compiersi nell'atterramento del malvagio, perché così sarebbe vendetta. Spesso la giustizia divina, senza attendere l'al di là, è forse solo coscienza del male o rimorso o pentimento nel cuore del colpevole: sentimenti che, magari, l'offeso ignora.

N. 129

A proposito della risposta di Lodovico al nobile arrogante: "Quel Manzoni consigliere di pace, di remissività, di perdono, quale appare ai critici giacobini del risorgimento, pur sotto quella forma mite e talvolta sorniona, è un descrittore tremendamente corrosivo d tutta l'impalcatura etico - politica del Seicento e dei regimi autoritari, ed è un appassionato evocatore di ribelli." (Russo) E ancora: "Gli antimanzoniani hanno dato addosso al frate perché comanderebbe la rassegnazione ai deboli < ... > Questo frate che predica remissività davanti ai potenti... proprio lui affronta il lupo nella sua tana. Anche la sua battuta ("Vuoi tu confidare in Dio... ") è stata male interpretata dai critici E se è lecito ritrarre quella che è la risonanza politica di un'opera d'arte, bisogna riconoscere che i Promessi Sposi, nell'atto di incitare a questo "confidare in Dio", riuscivano in fondo, non a una vittoria della ignavia, ma a un rafforzamento di fede e di fiducia in una giustizia immanente nelle cose stesse." (Russo)

N. 73

IL LINGUAGGIO A ROVESCIO. Nel cap. XI fioccano gli esempi di "linguaggio a rovescio", cioè di parole o frasi, che l'autore o qualche personaggio pronunciano e che, per così dire vanno assunte dal lettore con un significato rovesciato rispetto a quello letterale. Per esempio, il Griso ha fatto il suo dovere (= una scelleratezza); il podestà non è un matto, è un uomo di giudizio (= non farà il suo dovere); il console potrebbe denunciare il tentativo di sequestro, e sarebbe un mascalzone; fra Cristoforo è un impiccione, cioè caritatevole e attivo. E poi spicca quel: "va a dormire, povero Griso...". Il malvagio circondato da un velo di ironia, anche, soprattutto verbale (povero Griso, come era stato ingrato il suo padrone); ma alla fine l'ironia cede al preannuncio di una "vera" giustizia, dalla quale egli proprio, il Griso, sarà un esempio (la sua morte dopo il tradimento). (Bonora)

POESIA E STORIA. Alcuni critici (il primo fu Goethe) hanno affermato che alcune parti del romanzo, quelle della guerra, della carestia, della peste, sono piuttosto eticamente negative. Anzi hanno addirittura affermato che se fossero tolte il romanzo ne guadagnerebbe. Il Momigliano, invece, ha fatto capire ai lettori che nei Promessi Sposi non c'è solo il dramma personale di Renzo e di Lucia ma che, anzi, fusa con queste storie più evidenti e più note, c'è un'altra parte del libro, ugualmente grande: "gli errori e le angosce di un'età: la sommossa nata da una carestia aggravata dall'ignoranza... la peste... aggravata dall'ignoranza - dall'insensibilità... le credenze superstiziose... l'iniquità della giustizia alleata alla prepotenza; l'oppressione spagnola; il flagello della guerra." Ha detto Momigliano che non v'è sentimento più profondo, nei Promessi Sposi, di quello del dolore e che la grande arte del romanzo comincia proprio dove l'errare malinconico degli esuli e le loro vicende si innestano nella tragedia di tutto un popolo. Perciò la parte cosiddetta 'storica' non è assolutamente secondaria rispetto all'arte del romanzo. Se i Promessi Sposi fossero solo la storia di don Rodrigo, se i Promessi Sposi non fossero il ritratto di un'epoca intera vista alla luce di un altissimo e umanissimo sentimento religioso, essi non sarebbero il capolavoro che sono. In questo senso ha perfettamente ragione il Russo quando sostiene esservi nel romanzo un solo, vero protagonista, il '600. Un aspetto importante dell'uso che Manzoni fa della storia nel romanzo è individuato dal Getto, cui risalgono queste osservazioni. "... abbiamo un bel pezzo da percorrere, senza incontrare alcun de' nostri personaggi [e si prepara la guerra, la carestia, la peste]" E' il cap. XXVII. Puoi leggere da "Venne l'autunno... " fino a "secondo la scala del mondo." Il romanzo ha come protagonisti proprio loro, gli "infimi" secondo la scala del mondo. Quindi non è costruito "secondo la scala del mondo". Però la vita dei piccoli è in balìa dei grandi e dei grandi eventi scatenati o non contrastati dai 'grandi': perciò il romanzo "lascia" i suoi protagonisti per un po', allarga l'orizzonte ai grandi eventi, ristabilisce le misure secondo la prospettiva del mondo, poi torna ai suoi eroi prediletti. Bonora commenta il cap. XXXI notando che escono di scena tutti i personaggi del romanzo e protagonista diventa questa sciagura, che viene dal cielo, aggravata dall'ignoranza degli uomini. La parentesi dei capp. XXXI e XXXII è sembrata eccessiva. Ma in realtà il tono tragico riprende quello del cap. XXVIII (carestia), con la commozione per i lutti dell'umanità e l'implacabile denuncia degli errori che "si potevano evitare". Per quanto riguarda poi la struttura del romanzo negli stessi capitoli, dal XXXIV in avanti non si spiegherebbe una così stupenda e accorata potenza tragica senza quella 'parentesi'.

IL DOLORE. Il dolore è quindi parte preponderante dei Promessi Sposi. E' inesatto dire che dal pessimismo dell'Adelchi si passa all'ottimismo del romanzo. Il dolore rimane, ma non è scandalo, non è disperazione. Marco, Adelchi, Ermengarda hanno creduto ciecamente in certi ideali, convinti che la realtà si accordasse con essi. Sconfitti, hanno creduto che vivere senza la realizzazione di quei sogni sia impossibile: meglio la morte. Ma poi sulla tenebra scende la luce, il disordine della vita umana, illuminata dallo Spirito si fa armonia, voluta da Dio: il male non è scandalo, ma è la prova che Dio offre alla nostra virtù per fortificarla, il dolore, necessario, la sconfitta, frequente, è il mezzo stesso della nostra redenzione. Vivere non è aspettare la morte per andare a godere ma è accogliere la legge della condizione umana, fatta di sacrifici, di impegno, di lacrime, di tormento, ma anche di avari sorrisi, di gioie intense e pure che noi conquistiamo pagandole con il dolore. Il cristianesimo di Manzoni - contrariamente a quanto ripetono i critici gramsciani, i Petronio o i Salinari - non invita a fuggire dalla terra al cielo, ma intende la vita come un impegno, una milizia. Adelchi, eroe romantico che piange sul suo sogno infranto è divenuto Fra' Cristoforo, che - pur cosciente della umana debolezza - esercita la sua forza di bene, nei limiti da Dio concessi.

1. Momigliano, per esempio, nota che nella Milano appestata, tre volte al giorno suonano le campane invitando alla preghiera. "E' come un arco di cielo in mezzo al cimitero del giudizio universale. Ma il tono è sommesso, senza impeto: la fede tempera, non può cancellare la costernazione. La comunanza della preghiera... stringe in una solidarietà sublime le poche [sono poche!] anime umane superstiti, in mezzo a quelle indurate e chiuse dalla strage. "da spingerli a ribellarsi all'ordine costituito,…

1 A proposito di Bortolo, De Castris (L'impegno del Manzoni) nota che nel Fermo e Lucia Bortolo era tutto altruismo e generosità; era cioè un personaggio ideale. Nei Promessi Sposi è calcolatore, buono ma con riserva. E quando Manzoni scrive: voi lo vorreste migliore, ma quello era così, De Castris corregge: non è vero, Manzoni l'ha 'ridotto' così. Nel cap. XXVIII abbiamo un altro esempio (Bonora). I bravi, disoccupati, sono costretti anch'essi, vestiti dei loro cenci sfarzosi, a chiedere l'elemosina: "e paravano umilmente la mano, che tante volte avevano alzata insolente e minacciosa...". L'abiezione dei bravi è vista con il sentimento... religioso... di chi vede scendere tremenda la giustizia di Dio su coloro che avevano scelto la via della prepotenza e dell'iniquità. A questa idea tragica, e tuttavia ben contenuta, dell'attuarsi di una giustizia superiore..." Scrive così Bono ra. Appunto un'idea tragica e tuttavia ben contenuta, quasi dissimulata, di una giustizia superiore, è quella che si trova nel romanzo.

1. Renzo trova una donna, in Milano appestata, inchiodata in casa con i figli. Le dà due pani. Commenta Bonora: "Nei Promessi Sposi sono gli umili che vivono con così profonda convinzione il principio cristiano della carità, da trasformarlo quasi in istinto: si pensi alla partecipazione della moglie del sarto e del sarto stesso alle sventure di Lucia, a quel po' di denaro che Agnese lascia a don Abbondio, ogni volta che si fa cambiare una moneta. "degli uomini, ……….

LETTURA TEMATICA DEI PROMESSI SPOSI

commento di G. Pampaloni

1. L'Introduzione è una dichiarazione di poetica:

- l'importanza della storia degli umili [solo che...]

- preannuncio del giudizio morale su “come camminano le cose del mondo.” [Taluni, però, di quei fatti...]

- avvertimento dello scrupolo di documentazione [ci siamo messi a frugare...]

- il tema della lingua [rifarne la dicitura]

- preannuncia l'ironia come temperamento del rigorismo [la prosa ampollosa... i pubblici emolumenti... la questione finale dei due libri]

2. LUCIA

p. 51

p. 53

p. 55

p. 63

p. 65

p. 68

p. 135 [ma è sempre umana]

p. 152 [isolata dagli altri mediocri, fino all'Addio]

p. 170

3. AGNESE

p. 56 [la troppa fiducia nell'agire umano... - anche p. 119 con fra Cristoforo che s'illude d'aver incontrato la Provvidenza]

4. CAMBIAMENTI APPENA PERCETTIBILI TRA LE DUE EDIZIONI

- p. 43 [ ...per la prima volta... ]

5. MOMENTI LIRICI (come Leopardi)

- p. 159 - p. 345

6. LA MALINCONICA SAGGEZZA CHE TEMPERA LE ILLUSIONI UMANE

- p. 174 [... il cuore mi dice...]

7. LA NOTA DOMINANTE NEI CONFRONTI DEL MALE : PIETÀ' SENZA INDULGENZA

- p. 183 [ ... la monaca ... ]

- p. 188 [ ... infelice ... ]

- p. 223

8. LA DENUNCIA DEI PECCATI CONTRO GERTRUDE

- p. 190 [ corruzione della coscienza ]

9. LA DENUNCIA DEI PICCOLI PECCATI, che suscitano disprezzo ironico

- p. 198 [ i servi contro Gertrude ] E' il romanzo degli umili, non dei servi

10. LA CONCLUSIONE DI LUCIA

- p. 760 [ ... il cattolicesimo di Manzoni ... ]

11. MANZONI TRA STORIA E FEDE

- p. 110

12. COME MANZONI SFUMA IL GIUDIZIO SULLE AZIONI UMANE

- p. 45 [ ... forse ... ]

13. COME M. RISPETTA LA REALTÀ' TOTALE DEI PERSONAGGI

- p. 48 [ ... le unghie ... ] - p. 345 [ ... ginocchioni ... ] - p. 319

14. COME M. ALTERNA I TONI ADEGUANDOLI ALLA VITA

- p. 49 [ da don Abbondio a Renzo infuriato ... il moralista ]

15. COME M. RITRAE FOLLE E CLASSI SOCIALI

- p. 67 [ i cappuccini ]

16. COME M. FONDE RELIGIONE E POESIA

- p. 79 [ ... la morte ... ]

17. COME M. RAPPRESENTA LA GENERALE OMERTÀ' DEL POTERE

- p. 91 [ ... l'amico del convento ... ]

18. COME M. E' SCRITTORE ETICO-RELIGIOSO

- p. 93-4 [ ... il palazzotto ... ]

19. COME M. FERISCE GLI AUSTRIACANTI

- p. 106 [ il podestà ]

- p. 313

- p. 317

20. COME M. GUARDA CON SIMPATIA I “VERI” OPPRESSI ( rovesciando le apparenze ) con riferimenti anche politici

- p. 159 [ .. oppressori e oppressi ... ]

Andrea de Lisio a.delisio@aliseo.it direttore@altromolise.it


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Aggiornamento: 25-04-2015