La disperazione di Lucio Mastronardi

Lucio Mastronardi

Dario Lodi


Lucio Mastronardi (1930-1979) è l’altra faccia del boom economico italiano. Era nato a Vigevano, nel cuore della calzatura, e aveva assistito in prima persona alle follie comportamentali di gente uscita a tutta velocità dal tran tran prebellico. La fine della seconda guerra mondiale, la ricostruzione grazie agli americani (una novità assoluta), un improvviso e disinvolto ottimismo, furono i fattori basilari del cambiamento. La gente lavorava giorno e notte per fare soldi, per cambiare il loro modo di vivere, per diventare ricchi: un fatto epocale che Mastronardi registrò nei suoi scritti, fra cui, determinanti furono i romanzi “Il calzolaio di Vigevano”, “Il maestro di Vigevano” e “Il meridionale di Vigevano”.

Per lo scrittore, ciò che accadeva a Vigevano, in Italia, il boom, insomma, non era una novità da applaudire, ma sanciva la fine di un mondo che aveva garantito un certa dignità all’uomo, ma che soprattutto prometteva un futuro migliore per la civiltà e per la cultura. Il benessere materiale, mai tanto a portata di mano, interrompeva drammaticamente questo progresso insinuando un’operazione catartica che di catartico aveva solo il mito del soldo in procinto di verificarsi, dietro sacrificio duro e impietoso. La disparità fra sacrificio e risultato, in termini qualitativi, non poteva non balzare all’occhio.

Mastronardi l’additava nei suoi romanzi e racconti con grande risentimento e con una rabbia interiore che non riusciva a trattenere, che non riusciva a gestire e che andava a nascondersi nella narrazione convenzionale di un fatto. L’enormità dello stesso a sfavore dell’etica più elementare lo costringeva a frustrazioni intellettuali insopportabili. Non si trattava di una insopportabilità letteraria, non si trattava di un teorema più o meno di comodo e di carattere pessimistico per una ricerca di protagonismo, ma di una specie di analisi psicologica delle situazioni civilmente negative (secondo un concetto classico di civiltà) fatta non certo con intenti antropologici bensì culturali. Mastronardi dà per scontato che la questione antropologica sia stata superata, sopravvalutando la risposta alle provocazioni del mondo industriale, per giunta ripresosi alla grande dopo una terribile guerra. Per la verità, questo mondo travolge personalità come quella del nostro scrittore, relegandole in una specie di museo che nessuno poi va a vedere.

La protesta dello scrittore vigevanese è un vero e proprio soliloquio pieno di malinconia e di nostalgia per ciò che non è stato, per ciò che è: una realtà priva di impegno intellettuale autentico, priva del concetto di solidarietà (quasi non fosse mai esistito e mai esisterà), attenta soltanto alla conquista del bene materiale, panacea di tutti i mali.

Mastronardi avverte una deriva: ma è sua questa deriva (derivata da emarginazione), non è quella dell’umanità che ha sotto gli occhi. L’umanità che ha sotto gli occhi non si cura delle “astrazioni”, non si cura di ciò che non produce reddito immediato. Lo scrittore teme di parlare un’altra lingua. Descrive, spiega, spiega direttamente e indirettamente, allude, denuncia, ma sembra che tutto sia vano.

La speranza che il messaggio passi non prende corpo. Mastronardi arriva a non credere alla speranza, arriva a scartarla. Del resto, non fa parte del suo carattere.

Non esiste, poi, magia, neppure una magia ragionevole, che possa mettere le cose a posto. Esiste un fare a testa bassa ed esiste addirittura la convinzione che non è bene alzarla: vanno evitate le distrazioni. Gli stessi rapporti interpersonali sono freddi e meccanici. Si fa all’amore pensando a come raddoppiare la produzione di scarpe. La cultura – Mastronardi insegna – è ridotta ai minimi termini e non forma certo il nuovo cittadino.   

La scuola è una fabbrica di ignoranti laureati. E’ un fatto di costume, non di cultura. Il pessimismo del nostro scrittore raggiunge il culmine. L’amarezza è ormai compagna della sua magra esistenza. Ecco, se la prende con il mondo intero, litiga per un nonnulla, insulta l’autorità scolastica.

Si ammala di disperazione. Si sente ostacolato in tutti i modi.

Tenta un primo suicidio. Il secondo gli riesce.

E’ la resa, nel mezzo di una confusione mentale spaventosa.

Mastronardi prova un malessere intellettuale serio per questo mondo super superficiale ed intende allargare questo malessere a macchia d’olio. Intendeva, è meglio dire. Il suo è un neorealismo psicologico, appassionato e terribilmente coinvolgente. Lo scrittore vive ciò che scrive, è dentro a ciò che scrive. Lo è in modo attonito, incredulo, provando disagio e vergogna: il modo di vivere moderno è crudele ed atroce, offende l’umanità.

La scrittura di Mastronardi non è mai finta. E’ straordinariamente incisiva. E’ priva di ricami. E’ viva.

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Letteratura
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Aggiornamento: 25-04-2015