Le delusioni di Czeslaw Milosz

Dario Lodi


Czeslaw Milosz (1911-2004), lituano di cultura polacca, si batté, nei suoi scritti, nelle sue poesie, nei suoi saggi, per salvare la dignità intellettuale dell’uomo. Dalla Polonia, lo scrittore ricavò il filone di un pensiero sommesso, deluso dalle provocazioni della storia, e allo stesso tempo orgoglioso per una tenuta morale che va ben oltre ogni contingenza. Milosz visse la tragedia nazista, l’occupazione tedesca della Polonia, e fu testimone oculare della brutalità delle armate di Hitler. Specialmente nel suo testo “La mente prigioniera”, lo scrittore evidenzia la pena per una costrizione materiale che subì senza capire perché dovesse subirla e quindi incolpandosi, in qualche modo provvisto di fondamenta, dell’inazione di fronte alla tragedia. Milosz fu nella Varsavia distrutta dalla insensatezza del governo polacco a Londra, deciso per l’insurrezione: l’errore costò almeno 200mila morti e la distruzione della città. Intorno all’episodio, lo scrittore scrive pagine indimenticabili e terribili: a tanto, sembra chiedersi, può giungere l’insensatezza umana? Come possiamo dire che l’uomo è dotato di ragione quando si lascia prendere, senza difficoltà, dalla brutale legge dell’istinto, della sopraffazione, della eliminazione del più debole a scopo di rapina?

Nel caos provocato dalla tragedia, e facendosi forza di una estrema illusione nella bontà dei principi che l’uomo si è dato, pur rimandando all’infinito la loro realizzazione pratica, Milosz fa dell’umanismo di carattere romantico, allontanando da sé una realtà che recita, necessariamente, pragmatismo. Velatamente, ma non tanto, lo scrittore ricorda che alla sollevazione di Varsavia assisteva da poco lontano l’Armata Rossa. E’ storia rimasticata mille volte quella che tratta dell’inerzia russa di fronte al disastro della capitale polacca. Affettivamente  è impossibile non essere con gli eroi di Varsavia e contro la spietata decisione dei Sovietici di non intervenire: ma questo è il senno di poi. Chi può dire quanti altri morti avrebbe avuto Mosca nel portare un aiuto che di fatto avrebbe ritardato l’invasione dell’Armata Rossa in Germania? Realisticamente, pur con animo duro e opportunistico, non era meglio vedere logorato l’esercito tedesco nella lotta che, tra l’altro, all’inizio prometteva bene per i Polacchi? Milosz fa insomma delle considerazioni idealistiche, non realistiche. Tutto ciò non significa affatto giustificare il fermo dell’esercito sovietico a pochi chilometri da Varsavia, significa spiegarlo alla luce di una occasione insperata di logoramento delle truppe tedesche. La storia, finita male per i Polacchi, è tuttavia punitiva per i Sovietici, ma non contando lo sforzo immane di questi ultimi per la liberazione dei Paesi dell’Est dal tallone nazista.

Milosz non può apprezzare il cambiamento perché l’occupazione sovietica si dimostrò, ai suoi occhi, e a quelli degli intellettuali più accorti, un inganno culturale e civile di enorme portata. Il romanticismo del grande intellettuale, non prendeva in considerazione un fenomeno, quello stalinista, votato a una purezza d’intenti tale da ridurre all’impotenza il potere tradizionale oligarchico. La catarsi non poteva avvenire da un giorno all’altro. Ma è certo, allo stesso tempo, che le azioni leniniste e staliniste erano bastoni che colpivano la storia senza pietà, con una fretta e una protervia lontana da qualsivoglia rispetto per gli esseri umani. La brutalità del secolo XX – il peggiore nella vicenda umana – trova sconcerti inauditi, e molto ben argomentati, nella pagine di questo libro straordinario (“La mente prigioniera”, appunto). Milosz è sconfortato: la sua fiducia nell’umanità è debole sino all’insussistenza. Essendo tuttavia un intellettuale di grande rigore, lo scrittore polacco non sembra affatto demordere da una speranza, quanto si voglia remota, nella maturazione della personalità umana. Egli, ad un certo punto, scrive (quella che segue è una parafrasi): “Bisogna spiegare l’importanza della ragione” intendendo, seppur velatamente, anche la relativa importanza oggettiva, vale a dire i vantaggi che essa dà al mantenimento fisico dell’uomo, vantaggi ben superiori alla solita contrapposizione irrazionale, istintuale. Convinto, nel profondo, più che, in sostanza, deluso, il nostro scrittore insiste elegantemente nel tentativo di dare un senso compiuto e affidabile all’impegno intellettuale.

Eleganza e raffinatezza, sono, nel suo caso, elementi a sostegno della consistenza del pensiero, una volta riconosciuto essenziale per una vita degna di essere vissuta.

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Letteratura
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Aggiornamento: 25-04-2015