L’umanità di Elsa Morante

Elsa Morante

Dario Lodi


Di Elsa Morante (1912-1985), memorabile è sicuramente “L’isola di Arturo”. E’ quello che i tedeschi chiamano un “Bildungsroman”, ovvero un romanzo di formazione. Il protagonista, adolescente, è introdotto dalla natura nei misteri della vita, del sesso. La Morante entra nel vivo della questione adolescenziale – e vitale - con rara maestria, con ammirevole sensibilità e con spontaneo senso solidaristico. La scrittrice segue passo dopo passo il suo Arturo, se lo vede crescere fra le mani, palpita con lui: la Morante diventa Arturo stesso.

Il romanzo è probabilmente fra i migliori che siano stati scritti nel ‘900. Non contiene compiacimenti letterari, non ha cali di tono, non si perde in morbosità, come capitava abitualmente con il neorealismo, di cui suo marito Moravia faceva parte. La Morante non è neorealista, è realista. E’ schietta, determinata e allo stesso tempo compassionevole: il grande teatro dell’esistenza si presenta sotto i suoi occhi curiosi e si affida alla sua penna sapiente e delicata. La nostra scrittrice condensa ed esaurisce qui la sua straordinaria bravura. Tutta colpa del successo, che fu strepitoso di pubblico. La critica fu tiepida per la solita vecchia diffidenza nei confronti delle scrittrici, delle donne intellettuali insomma. In effetti, la Morante, con “La storia”, andò oltre le proprie possibilità speculative e i propri interessi. La scrittrice brillava laddove il testo era semplice e  concreto (si vedano i suoi racconti), meno nelle considerazioni, nelle elaborazioni. Lo scritto si accende quando è secco e diretto, quando descrive un fatto. Si spegne quando sentenzia.

Del resto, la cultura italiana non è votata a riflessioni estenuanti, non crede ad impegni eccezionali, tipici, invece, delle culture del nord Europa, quelle protestanti.

Ne “La storia”, la Morante non riesce a reggere l’insieme, divaga e cade in presunzioni derivate dal personaggio, il suo, che il mondo esterno ha prodotto attraverso l’attribuzione di premi e riconoscimenti. Premiopoli è una caratteristica della nostra cultura provinciale. Di solito, vince la forma, l’accademia.

Non è escluso che le premiazioni alla Morante siano dovute anche a spinte da parte del marito, Moravia appunto, e del clan romano di cui la scrittrice faceva parte (Siciliano, Pasolini, Bassani ecc.): un clan potente, capace di mettere Pasolini sul trono più alto della letteratura e del cinema, con colpevole leggerezza e grande protervia e di far promuovere Siciliano presidente della Rai.

Per fortuna, la Morante non fu affatto un burattino nelle mani di quel sistema, anche se formalmente ne accettò i baci e gli abbracci. A differenza dei suoi sodali, Elsa Morante aveva carte molto buone in mano e poteva contare, al di là dell’appannamento formale, su una intelligenza viva, acuta e libera.

Il suo declino cominciò dopo la separazione da Moravia (lo scrittore romano passò a promuovere altre aspiranti scrittrici: la Maraini – modesta, scontata; sicuramente meglio il padre Fosco – e la Llera – una tragedia per la letteratura). La Morante entrò in crisi per la perdita di una certa centralità e a dubitare delle sue effettive virtù letterarie, decidendo, infine, che esse esistevano davvero e che il mondo non era in grado di apprezzarle.

Non fu per niente un atteggiamento di superbia. La Morante sapeva il fatto suo e voleva essere riconosciuta per le sue capacità, non per l‘enfasi intorno ad esse.

Malata, si chiuse in se stessa, tentò il suicido, ripassò infinite volte la sua avventura umana, soprattutto quella intellettuale, soffrì per la sua ipersensibilità, sì sentì incompresa. Ma quel che è più è che si rese conto di essere stata abbandonata, dimenticata. Aveva ragione. Addirittura le sue spoglie furono sballottate di qua e di là, rischiarono di finire nella spazzatura. Ovviamente tutto questo non è giusto.

La Morante ha ottenuto onestamente gli applausi.

La sua calda umanità, indimenticabile nella figura di Arturo, è una sorta di speranza nell’immortalità di ciò che è vero e sano nell’immaginario dell’uomo. La vita pulsa nella vicenda di Arturo come capita di rado. La Morante commuove e intriga, senza bisogno di artifizi, mettendosi, coscientemente, al servizio della natura, della sua bellezza e del suo mistero.

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Letteratura
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Aggiornamento: 25-04-2015