Vladimir Nabokov

Vladimir Nabokov

Dario Lodi


Penso come un genio, scrivo come uno scrittore brillante, e parlo come un bambino.

Vladimir Nabokov (1899-1977) scrittore ed entomologo russo naturalizzato americano nel 1945, diceva che non occorre avere fede per fare bene. Celebre il suo distacco dalle faccende religiose, lui che proveniva da una terra, la Russia appunto, imbevuta di provvidenza celeste in modo, per così dire, naturale, con tanto di naturalezza accettata.

Nabokov sostituiva questa naturalezza irrazionale (o razionale a suo modo, cioè senza riscontri oggettivi) con una problematica razionale argomentata e quindi profondamente terrigna, quanto per nulla presuntuosa. Lo scetticismo gli veniva da una sicurezza intellettuale di rilievo, per quanto affondata in una capacità dialettica codificata sin dai tempi dell’Illuminismo.

Questa capacità dialettica era confortata da metodi di impostazione del discorso che erano liberi dagli antichi gravami, fatti di sottomissione al sapere, e dunque aperta al nuovo a patto che ci si affidasse, per lo più interamente, alla razionalità pura e scientifica (non si può nascondere, a questo punto, l’avvento del mito dell’intelligenza umana in luogo del mito religioso, saltando a piè pari l’intero movimento sentimentale e spirituale dell’esistenza sin lì vissuta: ergo, razionalità fredda e frettolosa di cancellare, con un atto di superbia, in parte giustificata, la credulità precedente).

C’era in atto, insomma, una valorizzazione dell’uomo senza precedenti e, potenzialmente, questa valorizzazione trovava del riscontro nell’esplosione materiale della società americana. Occorreva coronare questa esplosione con una certezza comportamentale completa, abbattendo pregiudizi e tabù.

Nabokov, dal suo osservatorio di insegnante del college di Ithaca (a circa quattrocento chilometri da New York, in direzione nord-ovest) si rende conto che la società americana, in teoria guida o almeno riferimento principale della nuova umanità, ha differenze notevoli fra il fare il pensare, fra l’agire e l’essere. La libertà intellettuale non è pari a quella materiale.

L’intelletto soffre terribilmente di vecchi condizionamenti irrazionali: gli stessi non mancano di insinuarsi puntualmente nei rapporti interpersonali, determinando sperequazioni primitive fra le varie manifestazioni umane. Da una parte c’è la spavalderia del gesto teso ad una conquista materiale, dall’altra c’è la fragilità del mondo interiore: le antiche esitazioni si presentano come fantasmi pronti a creare insicurezza, dubbio, angoscia.

Nabokov freudiano

E’ una lezione freudiana. Nabokov, con la sua attenzione da entomologo, mette a frutto la lezione citata, la manipola a suo piacimento e la presenta, arricchita da feroce ironia, nel suo libro più famoso, Lolita: qui inchioda all’ossessione del sesso – paradigma di tutte le ossessioni, da incapacità a superarle – la società americana e l’uomo moderno tout court.

E’ come se dicesse: guardate la società americana, è estremamente avanzata, è il vostro traguardo, ma osservatene i mali interni. Essa è addirittura ancora alle prese con il sesso! Insomma, l’antica proibizione religiosa non è più di moda e l’uomo si ritrova senza difese – non è difesa la sua crescita superficiale - a dover affrontare un tema tanto spinoso. La ragazzina, Lolita, lo intuisce e se ne approfitta, determinando un ribaltamento delle cose: lei, una forza della natura, è molto più sicura di sé  (benché sia una sicurezza “importata”) di quanto lo sia il suo amante super maturo. Lo scrittore osserva e si diverte un mondo a descrivere tutti questi impicci e tutti questi impacci, ma anche li vive e se ne addolora per la fanciullaggine (però in qualche modo benedetta) che li caratterizza.

L’osservazione è distaccata. Non dimentichiamo che Nabokov è anche uno scienziato, per quanto dilettante (ma ostinato nel ritenersi un professionista). Nel tempo libero va a caccia di farfalle armato di retina e non ne risparmia una (c’è anche della brutalità da superuomo muscolare in tutto questo, c’è scarso rispetto per la natura, c’è la dimostrazione della presunzione umana, emersa d’un tratto con sfacciata sicurezza).

Uomini e farfalle

Il ricorso all’entomologia (che egli arricchisce di precisazioni più che di conoscenza profonda, a quanto sa chi sta scrivendo queste righe) appare tipico del personaggio. Egli non va a trattare gli uomini come fossero farfalle, ci mancherebbe, ma il suo snobismo lo tenta non poco. Nabokov è un personaggio dotato di grande individualità, una individualità sorretta da coraggiosi processi intellettuali di natura scettica e stoica. Il suo stoicismo è favorito da elaborazioni mentali autonome che risultano credibili per lo meno nell’impostazione delle argomentazioni relative alla credibilità dell’argomentare e di conseguenza dei suoi risultati.

Si tratta, meglio, di una vera e propria sfida, portata avanti da un carattere forte, alla convenzionalità del vivere comune.

E’ il carattere forte a dominare la situazione, anche perché questa forza è corredata da spinta responsabile e lucida nei confronti del detto e del fatto. Nel secondo caso, ci si riferisce soprattutto all’atteggiamento di tenue disprezzo di Nabokov verso il mondo in cui sta vivendo, non certo verso il mondo nel quale si potrebbe vivere.

Una chiara dimostrazione di tutto questo sta in uno dei suoi ultimi libri, “Intransigenze”, dove lo scrittore non esita ad esprimere le proprie opinioni dissacranti su mostri sacri quali Dostoevskij e Rabindranath Tagore (tanto per citarne solo due, ma va sen’altro riportata un’osservazione su Turgenev e Tolstoj: scrive Nabokov che il primo si legge perché si sa che è Turgenev, mentre il secondo lo si legge e basta). Tagore viene demolito proprio, viene trattato da poetucolo in perenne fregola passionale elementare, con soddisfazione per i letterati indipendenti (uno per tutti, Aldo Buzzi, morto quasi centenario, che considerava il volume in questione fra i suoi livres de chevet: libri da tenere sempre a portata di mano). 

Nabokov non fu subito amato. Il suo Lolita ebbe successo per la morbosità celata, neanche volentieri, fra le pieghe del rapporto fra un uomo maturo (?) e una ragazzina.

Stanley Kubrick ne trasse un film dichiaratamente morboso, cosa più facile da fare. Il film rappresenta esteticamente bene il dramma del protagonista principale, costretto al fallimento (viene condannato a morte per l’uccisione di un amante della ragazza, mentre quest’ultima se ne va, poi, con un altro), ma Kubrick è Kubrick, lui viene prima di ogni cosa, di ogni autore, di ogni storia: è la sua che conta. Il suo cinema è sontuoso ma schematico, prescinde da analisi accurate, e questo schema nella pellicola si basa proprio sulla morbosità del rapporto fra i due insoliti amanti, peraltro proposta in maniera, per così dire, felicemente spietata (ed anche un po’ malata). Ebbene, la morbosità, in simili casi, è inevitabile, ma Nabokov non puntò affatto su di essa, come si è tentato di precisare. La sua formazione culturale, alquanto raffinata, glielo impediva di certo.

La sua scrittura, fondamentalmente elaborata e ricca di spunti e osservazioni interessanti, sostanzialmente di prima mano, non fu precisamente apprezzata. Lo sarà più tardi, ma non nei romanzi (“Pnin”, “Fuoco pallido” i due di maggiore successo) bensì nei saggi, uno memorabile su Gogol e altri su scrittori europei dell’8-'900 raccolti nel 1980 sotto il titolo di “Lezioni di letteratura”. In fondo, Nabokov era uno studioso (s’interessò anche di scacchi, gioco quanto mai adatto al suo rigore) prestato alla letteratura: in quest’ultima egli ebbe modo di riversare della intelligente acidità (ma anche tanta indulgenza e persino qualche personale partecipazione patetica) sullo stato traballante del genere umano alle prese con la civiltà (?) moderna. Ma ebbe anche modo di sollecitare, magari indirettamente (ponendo se stesso ad esempio), una maggiore presa di coscienza delle potenzialità insite nella natura umana e decisive, dopo accurata evoluzione, nell’abbattimento, in maniera diretta, senza tutori, di miti, credenze e ossessioni. Per sempre, scetticismo a parte.

Ecco quattro brani famosi di Lolita:

Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Mio peccato, anima mia. Lo-li-ta: la punta della lingua compie un percorso di tre passi sul palato per battere, al terzo, contro i denti. Lo.Li.Ta. Era Lo, semplicemente Lo al mattino, ritta sul suo metro e quarantasette con un calzino solo. Era Lola in pantaloni. Era Dolly a scuola. Era Dolores sulla linea tratteggiata dei documenti. Ma tra le mie braccia era sempre Lolita.

E lei era mia, mia, avevo la chiave in pugno, il pugno in tasca, era mia! […] Nuda, eccettuato un calzino e il braccialetto portafortuna, a braccia e gambe aperte sul letto dove il mio filtro l’aveva abbattuta… così la anticipavo nella fantasia; un nastro di velluto ancora stretto fra le dita; il corpo d’un miele ramato, con un rudimentale costume da bagno disegnato al negativo sull’abbronzatura, mi offriva i pallidi boccioli del seno; nella luce rosata della lampada una leggera lanugine pubica luccicava sulla sua paffuta collinetta. La chiave era gelida, con la sua tiepida appendice di legno, era nella mia tasca.

Ma non tedierò i miei sapienti lettori con un dettagliato resoconto della presunzione di Lolita. Basti dire che in quella bellissima, acerba ragazzina totalmente e irrimediabilmente corrotta dalle moderne scuole miste, dai costumi giovanili, dal raggiro delle serate intorno al falò e via dicendo, io non riuscii a discernere la minima traccia di modestia. Ai suoi occhi l'atto puro e semplice era soltanto parte del furtivo mondo dei ragazzini, sconosciuto agli adulti. Quello che gli adulti facevano allo scopo di procreare non la riguardava. La mia vita fu maneggiata dalla piccola Lo in modo energico e sbrigativo, come se fosse un aggeggio privo di sensibilità del tutto separato da me; ma pur avendo una gran voglia di impressionarmi con quel mondo di "ragazzi tosti", non era preparata a certe discrepanze fra la vita di una ragazzina e la mia. Soltanto l'orgoglio la trattenne dall'arrendersi; perché, in quella ben strana situazione, io ostentai un supremo candore e la lasciai fare almeno finché riuscii a sopportarlo. Ma tutto questo non ha importanza; il tema del cosiddetto "sesso" non mi interessa affatto. Chiunque può immaginare quegli elementi di pura animalità. Ciò che mi alletta è un'ambizione superiore: fissare una volta per tutte il periglioso sortilegio delle ninfette.

La guardai. La guardai. Ed ebbi la consapevolezza, chiara come quella di dover morire, di amarla più di qualsiasi cosa avessi mai visto o potuto immaginare. Di lei restava soltanto l'eco di foglie morte della ninfetta che avevo conosciuto. Ma io l'amavo, questa Lolita pallida e contaminata, gravida del figlio di un altro. Poteva anche sbiadire e avvizzire, non mi importava. Anche così sarei impazzito di tenerezza alla sola vista del suo caro viso.

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Letteratura
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Aggiornamento: 25-04-2015