Il tocco di Pablo Neruda

Dario Lodi


Timidezza - Appena seppi, solamente, che esistevo - e che avrei potuto essere, continuare - ebbi paura di ciò, della vita, - desiderai che non mi vedessero, - che non si conoscesse la mia esistenza. - Divenni magro, pallido, assente, - non volli parlare perché non potessero - riconoscere la mia voce, non volli vedere - perché non mi vedessero, - camminando, mi strinsi contro il muro - come un'ombra che scivoli via. - Mi sarei vestito - di tegole rosse, di fumo, - per restare lì, ma invisibile, - essere presente in tutto, ma lungi, - conservare la mia identità oscura, - legata al ritmo della primavera.

Pablo Neruda (1904-1973) è lo pseudonimo di Ricardo Eliezer Neftali Reyes. Il poeta lo prese da Jan Neruda, scrittore cecoslovacco del secolo scorso, noto per i “Racconti di Mala Strana”. Il nostro Neruda, cileno, fu anche diplomatico e attivista politico (un comunista puro). Sostenitore di Allende, fu perseguitato da Pinochet che, si sospetta, lo fece sopprimere (l’inchiesta è tuttora in corso, ma francamente pare un’enormità).

Come poeta, Neruda fu un instancabile sperimentatore, amante della cultura europea (del Surrealismo in particolare), ma rispettoso dell’anima sudamericana, fatta di fantasia e di ottimismo, di passione e di voglia d’incantesimi, come dimostra la poesia che viene riportata sopra.  Neruda ha il pregio straordinario di sposare la semplicità e l’umiltà. Il suo verso è limpido e discreto: il poeta trattiene la passione per le cose della vita e lascia che sia il sentimento ad emergere, la ragione viene utilizzata come elemento d coordinazione logica, non come fattore di contenimento dell’idillio romantico che infine, infatti, caratterizza la composizione.

Neruda ha avuto un’esistenza molto movimentata e una fame di vita esemplare. Spedito di qua e di là nel mondo (era nella diplomazia governativa), egli ebbe la capacità di rimanere comunque se stesso, fu abile nel coltivare la propria personalità, formarla, evolverla, emanciparla. Grazie a tutto questo, il nostro poeta giunse a possedere un proprio linguaggio votato ad una certa esilità linguistica, dietro la quale si cela un complesso ed articolato desiderio di vita superiore. In effetti, Neruda non esprime di preferenza una storia conclusa, bensì una storia in continua, interiore, formazione di cui il poeta cerca di cogliere i significati profondi.

Siamo di fronte alla ricerca dell’armonia che si reputa possibile installare nel meccanismo del mondo e che, fondamentalmente, si osa suggerire superando ogni titubanza. Questo suggerimento va oltre lo stato potenziale, per lo meno ci va attraverso precise allusioni che la poesia dispiega con passione meno esposta alla delusione di quanto possa sembrare al solito realismo spietato che ci affligge. Neruda crede nell’armonia ideale e lo dimostra anche con i suoi comportamenti civili. Egli non esita a sostenere le proprie idee in termini di solidarietà, facendo amicizia persino con  personaggi al tempo assai “chiacchierati” per la loro posizione utopica. Oltre ad Allende (un’ottima persona ed un pessimo politico: senza i suoi sbagli, il Cile avrebbe evitato di dover ricorrere a Pinochet), ci si riferisce  al “Che”, a Guevara, la cui avventura umana, come si sa, finì in un modo ignominioso, causa una reazione del sistema tradizionale sicuramente sproporzionata. Il fenomeno Guevara si sarebbe sgonfiato da sé. Il guerrigliero, abbandonato da Fidel Castro, non aveva alcuna possibilità di guerreggiare ulteriormente. Dopo Castro, perse credibilità e seguito, fu abbandonato alle sue visioni rivoluzionare, magari simpatiche, ma non poco infantili.

E, tanto per liberarsi di una ostinata “zanzara” fu messo a tacere per sempre con una sgangherata operazione di polizia boliviana. Ovviamente, per Neruda, fu peggiore la sconfitta di Allende e internazionalmente gli creò problemi la mancanza di attenzione verso i dissidenti russi, quale il grande Josip Brodskij. Neruda fu comunista idealista sino all’ultimo, idealista perché aborriva comunque la violenza.

Da un punto di vista letterario, e in special modo poetico, il nostro personaggio non mostra mai alcuna esaltazione. Egli non è un fanatico. Il suo comunismo appartiene ad un mondo terreno situato nell’iperuranio. Ma questa iperuranicità viene tratta da Neruda a livello umano, come se l’uomo fosse fatto di pensiero più che di corpo, o che comunque, in qualche modo, dovesse, il suo uomo, convincere il corpo a seguire i dettami dello spirito razionalizzato. Coerentemente, la sua espressione migliore è fatta di leggerezza, possiede un tocco incantato, lontano dal peso della parola e del concetto a tutto tondo. Non grande, infine, il tributo di Michael Radford a Neruda con il film “Il postino” (1994): per la verità un mezzo pasticcio, una vicenda risolta con sufficienza, con sbrigatività, con sacralizzazione del personaggio per sentito dire: il Nostro meritava ben altro. La sua eleganza espressiva ha una consistenza non certo meritevole di banalizzazioni, di retorica.

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Letteratura
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Aggiornamento: 25-04-2015