GIUSEPPE PARINI (1729-1799)


Nasce nel 1729 in Brianza da modesti filatori di seta. Dopo aver frequentato le scuole dei Barnabiti senza molto impegno (perché afflitto da problemi economici) può proseguire gli studi usufruendo di una piccola rendita lasciatagli da una zia, a condizione però che diventasse sacerdote. E così fece. Non ci fu quindi vera vocazione, anche se il Parini non si discosterà mai dagli insegnamenti della Chiesa, se non palesando qualche nostalgia per il matrimonio (cfr. Oh beato colui che può innocente).

Gli anni dal '41 al '54 furono di faticosa miseria. Dopo esser diventato sacerdote (nel '54) entra nella casa dei duchi Serbelloni come precettore. Intanto, nel '52, la sua prima raccolta di poesie gli permette di entrare nell'Accademia aristocratica dei Trasformati, di tendenza politico-culturale moderata (essa conciliava il vecchio stile-lingua-idee col nuovo). Durante gli 8 anni passati presso i Serbelloni, difende il dialetto milanese e l'utilità pratica della lingua, scrive tre odi civili (La vita rustica, La salubrità dell'aria e L'impostura), nonché Il dialogo sopra la nobiltà, ispirato alla critica del diritto di nascita e improntato al motivo egualitario (Parini critica l'ozio e il consumo improduttivo della nobiltà, ovvero la sua vanità e i pregiudizi di casta).

Insofferente allo stile di vita aristocratico e aperto alle idee illuministiche francesi, decide di abbandonare il suo lavoro nel '62, tornando a vivere nella miseria. Nel '63 acquista particolare fama pubblicando il Giorno, poema satirico anti-aristocratico, in endecasillabi sciolti, diviso in quattro parti: Mattino, Mezzogiorno, Vespro e Notte. I primi due riflettono il cauto riformismo dell'autore; gli ultimi due invece, che usciranno postumi, riflettono le perplessità dell'autore di fronte alla crisi dell'esperienza riformatrice della borghesia filo-napoleonica. Nel poema il Parini finge di essere precettore di un giovane nobile, al quale deve insegnare come trascorrere bene il tempo secondo il costume e la moda aristocratica. Attraverso questa finzione egli mette in luce l'ozio, la corruzione, il vuoto spirituale, la vanità della casta nobiliare.

La pubblicazione della prima parte del Giorno gli procurò non solo gli entusiastici consensi del mondo letterario, ma anche la protezione del governo austriaco, il quale, accortosi del moderatismo del poeta, decise, a nome del rappresentante di Maria Teresa a Milano, il conte di Firmian, di affidargli la direzione della Gazzetta di Milano, al fine di promuovere una politica di "illuminate riforme" in Lombardia. Dopodiché il Parini venne chiamato ad insegnare eloquenza nelle Scuole Palatine (oggi Ginnasio di Brera). L'attività d'insegnante la continuò per molti anni, aggiungendovi nel '91 quella di sovrintendente alle scuole pubbliche.

Quando nel '96 i francesi entrarono a Milano per diffondere gli ideali della Rivoluzione cacciando gli austriaci, Parini accetta di far parte della nuova repubblica, ma il radicalismo dei giacobini poco si confaceva alla sua mentalità politicamente conciliante. Erano soprattutto le motivazioni religiose a distaccarlo dall'illuminismo e dall'avventura napoleonica. Famosa, in tal senso, è la sua reazione al provvedimento col quale si volevano togliere i crocifissi da tutte le aule pubbliche: egli dichiarò che dove non poteva entrare il "cittadino-Cristo" non sarebbe entrato neanche il "cittadino-Parini". Nel '99, quando ormai tornavano gli austriaci, e poco prima di morire, compose un sonetto anti-rivoluzionario dal titolo Predaro i Filistei l'arca di Dio.

L'origine sociale del Parini è popolare e contadina, ma la formazione culturale è aristocratica. Forte infatti è il suo rapporto con l'Arcadia e il recupero stilistico del Petrarca e del classicismo cinquecentesco, coi quali egli cercava di non smarrire la tradizione letteraria italiana di fronte al prorompere dei nuovi ideali illuministici e rivoluzionari. Inoltre la sua critica alla moralità dominante della nobiltà non mette in discussione in modo politico la gerarchia delle classi e dei ceti. Per il Parini l'aristocrazia conserva ancora la possibilità di svolgere una grande funzione sociale. La nobiltà cioè ha la possibilità di autoriformarsi. Essa è odiata per la sua vanità, ma è ammirata per la sua eleganza e compostezza: molte volte il poeta renderà omaggio alle figure femminili di questo ceto.

La poesia del Parini si pone il compito civile (didascalico) di educare gli uomini all'uguaglianza sociale. La funzione della poesia è quella di rispecchiare la realtà, la natura, offrendo sensazioni e stimoli alla riflessione, per far acquisire la virtù umana e civile. Questa sua preoccupazione etica-pedagogica, lo rende più moralista che poeta, più un educatore ai valori morali e civili che un politico (s'intendono i valori di sobrietà, costumi semplici, laboriosità, onestà, moderazione, garbata ironia...). La vera alternativa ch'egli pone alla vita aristocratica decadente è la semplicità della vita contadina. Ne La vita rustica Parini guarda la campagna come un luogo di lavoro, ove uomini concreti, reali, faticano per il bene di tutta la collettività. Naturalmente il Parini non vede nelle campagne le contraddizioni socioeconomiche del suo tempo: per lui tutte le contraddizioni possono essere risolte con la buona volontà delle autorità. Di tutte le tematiche illuministiche, Parini rifiuterà sempre gli sviluppi verso il sensismo-materialismo-ateismo, nonché l'importanza attribuita alla scienza. Accoglierà invece la fiducia nella ragione: strumento primario di ricerca della verità, per vincere i pregiudizi del passato.

La vergine cuccia (dal Mezzogiorno). Una cagnetta di una famiglia aristocratica, volendo divertirsi, finisce col mordere il piede d'un servo, il quale con un calcio se ne libera. I padroni di casa, senza sentir ragioni, licenziano il servo, il quale si rassegna alla decisione. Una punizione severa, poiché, considerato da altri nobili un "soggetto pericoloso", il servo rimane per sempre disoccupato e nessuno s'impietosisce vedendolo con moglie e figli sulla strada a cercar lavoro.

La sfilata degli imbecilli (dalla Notte) parla dei giovani nobili rammolliti, ciascuno con la sua manìa (ad es. suonar la tromba, saper schioccare la frusta). E' l'estrema corruzione della nobiltà degenerata, coi suoi vizi: ozio, noia, vuoto interiore...

Il calar della notte (dal Vespro) parla della notte che come la morte rende tutto uguale.

La caduta (1785). Percorrendo d'inverno le vie di Milano (considerata già caotica), il poeta, ammalato e vecchio, inciampa e cade per terra. Un passante che lo aiuta a rialzarsi gli ricorda che la patria, pur avendo riconosciuto la sua grandezza di poeta, non ha fatto nulla per renderlo ricco e in grado di avere una carrozza con cavalli. Gli consiglia quindi di cambiar vita, cercando favori e protezioni in alto loco, eventualmente servendosi d'intermediari senza scrupoli. In cambio il poeta dovrebbe comporre poesie che piacciano ai potenti. Se non vuole accettare questo consiglio, che allora rinunci alla poesia e si affidi alla politica, che è mezzo efficace per ottenere facili guadagni. È comunque illusorio -dice il passante- sperare di convincere gli uomini al bene attraverso le poesie. Tuttavia il poeta rifiuta ogni compromesso e accetta la propria miseria.

Il bisogno (1766). Presenta analogie con l'opera di Beccaria, Dei delitti e delle pene. L'ode è indirizzata a un magistrato elvetico. Parini qui afferma che è il bisogno (la miseria, in particolare) a provocare il delitto, per cui la giustizia non può limitarsi a punire il colpevole, ma deve anche comprendere le cause del crimine e porvi rimedio. Il Parini tuttavia non spiega l'origine delle disuguaglianze sociali e non va oltre il rimedio dell'assistenzialismo.


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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Letteratura
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Aggiornamento: 25-04-2015