Piero Vitellaro Zuccarello

 GIOVANNI PASCOLI POETA E INIZIATO

I - II - III - IV - V - VI - VII - VIII - IX

Il sogno è l'infinita ombra del Vero
(da "Alexandros" di Giovanni Pascoli)


Il Fuoco Sacro dei Vati e degli Iniziati non ha nulla a che vedere con lo stato passivo dei mistici ma è piuttosto quel calore interno degli Yogi dell'India, il Tapas, che può manifestarsi esteriormente come "Potere della Parola" nella poesia e nella profezia. Se anche la completa espressione di un tale potere si è andata riducendo nel corso dei secoli - l'ultimo grande poeta-profeta occidentale va riconosciuto in Dante Alighieri - esso si è come parzialmente riacceso, in tempi a noi vicini, in una figura di poeta-iniziato come il fratello massone Giovanni Pascoli.

Qualche considerazione su un grande poeta-iniziato

Una delle peggiori caratteristiche della scuola italiana è quella della sistematica riduzione di grandi figure del pensiero a caricature di quello che sono veramente, appiattendole e nascondendo i lati più complessi e profondi della loro opera. Tale è stata la sorte toccata al massimo poeta italiano del novecento, il fratello Giovanni Pascoli, che non fu solo il poeta del dolore familiare e della trasfigurazione nostalgica della natura, ma fu soprattutto un pensatore di vastissima e profonda dottrina.

La poetica del fanciullino, che sta a fondamento del simbolismo pascoliano, non rientra per nulla nel ristretto stereotipo intimistico e crepuscolare quasi costantemente associato a Pascoli. Come nota Andrea Delisio: "Nel saggio uscito nel 1897, ispirato da un passo del Fedone platonico (…) Pascoli sostiene che il poeta è come un fanciullo che vede le cose con occhio libero e ingenuo, libero dalle stratificazioni e dalle abitudini di quello adulto, e sa quindi coglierne tutta la carica evocativa, la potenzialità poetica, i significati profondi e misteriosi. E' un Adamo, sostiene, che nomina le cose per la prima volta, per cui la sua parola è aurorale, magica, sacra. Per questo illumina la realtà e può parlare agli altri uomini aiutandoli a scoprire la purezza originaria che e insita in tutti."

Il fanciullino pascoliano richiama il Puer Eternus, l'iniziato realizzato che avendo "riunito ciò che è sparso" ha recuperato lo stato di "Uomo Primordiale". Il rifondatore dottrinale dell'induismo Shankaracharya pone fra gli attributi dello Yogi quello di balya. Tale termine sanscrito indica, letteralmente, "uno stato simile a un fanciullo (bala); è uno stato di "non espansione", se cosi possiamo dire, dove tutte le potenze dell'essere sono concentrate in un solo punto, producendo con la loro unificazione una semplicità indifferenziata, apparentemente simile alla potenzialità embrionale"(1). Concetti analoghi si trovano nel taoismo e nell'ermetismo occidentale.

Un'altra deprecabile operazione condotta dalla scuola italiana, spalleggiata, almeno fino a pochissimo tempo fa, dalla cultura accademica al completo e dalla critica letteraria ufficiale, è l’aver fatto calare una spessa coltre di silenzio sugli studi danteschi di Pascoli. In un'immensa mole di saggi e libri, di cui ci limitiamo a ricordare "La Mirabile visione", "Minerva oscura" e "Sotto il velame", tutti rigidamente censurati nelle storie della letteratura e nelle antologie adottate nei licei.

Il poeta romagnolo compì uno straordinario e fondamentale sforzo per mettere in luce le basi dottrinali dell'opera dantesca, inserendosi nella scia di altri studiosi quali Gabriele Rossetti e Aroux, che per primi evidenziarono il nucleo iniziatico ed esoterico dell'opera di Dante.

Pascoli fu in corrispondenza con Luigi Valli, altro grande studioso dell'esoterismo dell'opera di Dante, il quale così si espresse sugli studi danteschi del poeta: "Io soggiungo che quest'opera di Giovanni Pascoli ha il valore di una profonda opera d'arte. Se come egli stesso ha detto, è missione del Poeta di illuminare col suo sguardo le cose, questo fascio di luce che il suo pensiero ha profuso sul mistero dantesco è pure poesia perchè anche qui si può dire: "Vedeste al tocco suo morte pupille". E se la grandezza di un canto a proporzionale alla nobiltà dell'oggetto che esso rende luminoso Sotto il velame è la più grande poesia di Giovanni Pascoli."(2)

Il simbolismo pascoliano

Il simbolismo pascoliano non è legato a scelte di tipo solamente estetico ma attinge al retroterra iniziatico e tradizionale del poeta, che ha le proprie radici nel simbolismo massonico, negli studi danteschi, nella vasta e profonda conoscenza delle fonti classiche.

Il poeta prima di occupare la cattedra di letteratura italiana a Bologna, aveva detenuto incarichi universitari di lingua greca e latina. Non era estranea a Pascoli anche una certa conoscenza di alcune fonti orientali come traspare tra l'altro dal poemetto "L'immortalità", avente come protagonista il sufi persiano Omar Kayam.

Si resta stupiti per la coerenza e la precisione "scientifica" con cui Pascoli ha utilizzato il simbolismo in un'epoca in cui le grandi opere di esegesi simbolica, che dovevano di lì a poco vedere la luce per opera di grandi studiosi quali Guénon, Coomaraswamy, Eliade, erano ancora di là da venire.

Nell'opera pascoliana si possono individuare due filoni principali: quello in qui il simbolismo scaturisce direttamente da materiali storici, mitologici, epici (Alexandros, Gog e Magog, Le canzoni di re Enzio, Alla cometa di Haley), e quello in cui un simbolismo, che cela talvolta i contenuti esoterici più alti e complessi, si appoggia alla vita quotidiana, a elementi naturalistici o a avvenimenti d'attualità (Chavez, Andrée, I due alberi, Il ciocco, La picozza).

Capolavoro di valore assoluto appartenente al secondo filone è l'inno "Andrée", dedicato all'esploratore svedese Salomon August Andrée,  scomparso nel 1897 nel tentativo di raggiungere il Polo Nord sul pallone aerostatico Ornen (Aquila). I resti dell’esploratore, insieme ai diari dell'impresa, furono ritrovati solo nel 1930 sull'Isola Bianca, nome anch’esso stranamente carico di suggestioni esoteriche.

Nella visione poetica pascoliana l'esploratore svedese diventa l'archetipo dell'iniziato che suggella con la morte il compimento della realizzazione dei grandi misteri (mors triumphalis), andando oltre i limiti della individualità umana, e sottraendosi definitivamente alla manifestazione cosmica, e con essa al mondo delle forme e alla ruota del divenire. La stessa impresa di Andrée, la conquista del Polo, ha di per se stessa un valore simbolico: la conquista del polo terrestre è come la proiezione terrena di quella del Polo Celeste simbolico: rappresenta cioè il raggiungimento dell'unificazione col Principio.

Nel simbolismo tradizionale tutta la manifestazione cosmica ruota attorno ad un asse che va dalla terra al cielo, e che ha alla sua estremità celeste la stella Polare; attorno a quest'ultima, che rappresenta il Principio nell'ordine fenomenico, ruotano gli astri della cupola celeste.

Scrive René Guénon: "Il "perno della norma" è quello che quasi tutte le tradizioni chiamano "il Polo", cioè (...) il punto fisso attorno al quale si compiono tutte le rotazioni del mondo, secondo la norma o la legge che governa tutta la manifestazione e altro non è, in sé, se non l'emanazione diretta del centro, ossia l'espressione della "Volontà del Cielo" nell'ordine cosmico".

L'autore specifica che: "Nella tradizione estremo orientale la sede della "grande unità" (Tai-i) è rappresentata dalla stella polare, la quale è chiamata Tien-ki –letteralmente- sommità del cielo"(3).

Mircea Eliade riporta che "Nelle credenze indù, il monte Meru si eleva al centro del mondo e sopra di lui brilla la polare"(4); e che "(...) secondo la tradizione islamica, il luogo più elevato della terra è la Kaa'ba poiché "la stella polare testimonia che essa si trova al centro del cielo"(5).

Nella tradizione massonica la stella polare è ancora raffigurata, in molte logge, nel cielo stellato dipinto sul soffitto del tempio, e in alcuni antichi rituali della massoneria operativa troviamo che "la lettera G è raffigurata al centro della volta, proprio nel punto corrispondente alle Stella polare; un filo a piombo sospeso alla lettera G, cade direttamente al centro di uno swastica tracciato sul pavimento, swastica che rappresenta così il polo terrestre: è il filo a piombo del "Grande Architetto dell'Universo" che, sospeso al punto geometrico della "Grande Unità", discende dal polo celeste al polo terrestre e in tal modo raffigura l' "Asse del Mondo"(6).

Lo swastica, simbolo polare per eccellenza, rappresenta la rotazione dei fenomeni attorno a un centro fisso(7). Dei due tipi di circoambulazioni intorno ai tre pilastri Saggezza, Bellezza, Forza, praticati nel tempio massonico all'apertura dei lavori, uno è destrocentrico seguendo il corso del sole, come nella tradizione indù e tibetana, l'altro è sinistrocentrico seguendo il movimento delle stelle attorno alla polare, come le deambulazioni intorno alla Kaa'ba praticate nella tradizione islamica.

Giovanni Pascoli

Andrée (Odi ed inni)

I

No, no. La voce che giungea per l’aria
Fosca da terra, come gridi umani,
Era lo strillo della procellaria,

ch’ama gli scogli soli, gli uragani
inascoltati. O forse (era di bimbi
quasi un guaire?), o forse di gabbiani.

Un suono s’alza qua e là di limbi
queruli nell’estrema ombra inaccesa:
sono i gabbiani; dicono. O colimbi

forse? O la skua? Forse la skua. Quand’essa
svola sui ghiacci, esce dai mille nidi
un pianto acuto; ché con lei s’appressa

la morte. O vani, muti, intimi gridi
tuoi, del tuo cuore…? Udiva anche il gabbiere,
e nell’orecchio del gabbier tu  fidi.

Si: ma fu certo rombo di scogliere,
crollo di rupi, urlo di vento, affanno
d’ancor lontane, pure in via, bufere,

il mare, il cielo, o navichier normanno:

II

Non era Andrée. Centauro alla cui corsa
La nube è fango e il vano vento è suolo,
volava Andrée di là della Grande Orsa.

E l’alche prima videro il suo volo;
poi più nessuno; sì che al fin non c’era
che il suo gran cuore che battea sul polo.

Però ch’ei giunse al lembo della sera,
e su l’immoto culmine polare
stette come su rupe aquila nera.

Ardea la stella pendula sul mare,
lampada eterna, sopra la sua testa,
e pareva nell’alta ombra oscillare.

Vide in suo cuore fissi egli, da questa
Onda e da quella d’ogni mar selvaggio,
di tra la calma, di tra la tempesta,

oh! Mille e mille occhi, nel raggio
che ardeva a lui sul capo; ed in un punto,
a quelli occhi che vide in un miraggio
subito, immenso annunziò: Son giunto!

III

Allor, sott’esso, grave sonò l’inno
degl’iperborei sacri cigni: un lento
interrotto, d’ignote arpe tintinno;

un ritocco lontano, ermo tra il vento,
di campane, un serrarsi arduo di porte
grandi, con chiaro clangere d’argento.

Né mai quel canto risonò più forte
E più soave. Dissero che intorno
Sola pura infinita era la morte.

E venne all’uomo alato odio del giorno
Che sorge e cade, venne odio del vano
Andare ch’ama il garrulo ritorno.

Egli era in alto, al colmo: era l’umano
Fato a’ suoi piedi. Andrée si sentì solo,
si sentì grande, si sentì sovrano,

Dio! Già moriva l’inno dello stuolo
Sacro in un canto tremulo di tromba.
Poi fu silenzio. L’astro ardea sul polo,

come solinga lampada di tomba.

L’inno Andrée si apre con il grido degli uccelli marini, messaggeri soprannaturali annuncianti la dissoluzione dei veli fenomenici cosmici e il disvelarsi della realtà metafisica. L’annuncio degli uccelli è un annuncio di morte, di quella morte iniziatica che per l’individualità è ben più reale e definitiva della morte fisica.

Il volo di Andréè sotto la stella polare rappresenta l’ascensione verso la suprema realizzazione spirituale e il suo compimento. Al culmine di esso il cuore dell’iniziato, centro intellettuale dell’essere secondo tutte le tradizioni, sembra pervadere l’intera realtà cosmica.

L’aquila nera, cui l’esploratore è prima paragonato, poi identificato, è un altro simbolo di realizzazione iniziatica presente in numerosissime tradizioni, ed è presente, nella massoneria, nel simbolismo di corpi rituali come il Rito Scozzese Antico ed Accettato ed il Rito Simbolico Italiano.

Andrée, posto sotto la luce della stella polare, luce non solo fisica ma spirituale, vede sotto di se la molteplicità  cui sta per sottrarsi, rappresentata dai mille occhi che lo fissano dalle onde.

Il contenuto strettamente iniziatico della poesia si manifesta infine apertamente nella divinizzazione di Andrée, annunciata dal canto dei cigni sacri ad Apollo iperboreo e dal rumore argentino del chiudersi definitivo delle porte della manifestazione formale. Esaurite le possibilità formali l’essere che ha raggiunto il fine supremo della realizzazione iniziatica abbandona il mondo del divenire, dove regnano le leggi della generazione e della corruzione, per quello del puro essere.

La morte “sola, pura, infinita” non ha nulla di angoscioso, ma evoca una pace profonda, perché è morte alla molteplicità e riassorbimento nell’Uno.

Alla fina il silenzio, simbolo dell’infinito, avvolge tutta la manifestazione cosmica, mentre la stella polare,  non più distinta dall’iniziato stesso, la sovrasta e la domina.


1 René Guénon, L'uomo il suo divenire secondo il Vedanta, pag. 156-157, ed. Adelphi (torna su)
2 Giovanni Capecchi, Gli scritti danteschi di Giovanni Pascoli, pag. 63, Longo ed. (torna su)
3 René Guénon, Il simbolismo della croce, pag. 65, Luni ed. (torna su)
4 Mircea Eliade, II mito dell'eterno ritorno, pag 28, ed. Borla (torna su)
5 ibidem pag. 30 (torna su)
6 Rene Guénon, La Trande Triade, pag.200-201 (torna su)
7 cfr. Rene Guénon, Il simbolismo della croce, pag. 85, ed. Adelphi (torna su)

Sito ufficiale

Fonte: www.tradizioneiniziatica.org

Biografia - Pascoli e Ulisse - La via ferrata - Il gelsomino notturno - Lettore di Manzoni - La cavalla storna - Pascoli politico - Arano

Fonti


Web Homolaicus


Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Letteratura
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Aggiornamento: 10-09-2014