La storia di Octavio Paz

Dario Lodi


Toccare
Le mie mani - aprono la cortina del tuo essere - ti vestono con altra nudità - scoprono i corpi del tuo corpo - le mie mani - inventano un altro corpo al tuo corpo.

… Il Messico è in festa. E questa resta attraversata da lampi e da deliri, è come il rovescio brillante del nostro silenzio e della nostra apatia, della nostra riserva e della nostra scontrosità. …

(Da “Il labirinto della solitudine”)

Non si sa se Octavio Paz (Octavio Paz Lozano, 1914-1998) sia stato più saggista o più poeta. Nel 1990 fu insignito del Nobel per la letteratura, con la solita, generica, motivazione: “Per una scrittura appassionata, dai larghi orizzonti, caratterizzata da intelligenza sensuale e da integrità umanistica”. Vuol dire tutto e non vuole dire niente. Però suona bene.

Va detto, tuttavia, che l’integrità umanistica (e umanitaria) era davvero una caratteristica di Octavio Paz. Quando viveva in Spagna, negli anni Trenta, fu dalla parte dei Repubblicani, quella parte che (si ricordino le Brigate internazionali) sognava la fine di ogni guerra e l’inizio di una vita sociale più degna di questo nome. Allorché capì che il comunismo staliniano era una semplice dittatura, aprì gli occhi e si allontanò da ogni forma di utopia. Un peccato perché l’uomo non può che vivere di utopia. (Il Nostro la rivisse nelle sue poesie.)

La vera voglia di fare poesia gli venne durante il successivo soggiorno in Francia, incontrando il Surrealismo, che inserì nella sua espressione poetica. La visione surreale delle cose non entra, tuttavia, in modo imperioso nei suoi versi, ma certo li rende più sognanti, più dentro la fantasia e meno materialisti. Paz insegue sempre la concretezza – è la sua personalità a esigerlo – ma si adatta bene anche all’idealismo: il massimo lo raggiunge quando riesce a coniugare le due cose, senza prevaricazioni.

Entrato in diplomazia, fu ambasciatore, fra l’altro, in India (cui dedicò degli scritti), ma diede le dimissioni dopo gli avvenimenti del 1968 in un quartiere di Città del Messico, in occasione delle Olimpiadi (vi fu un’uccisione di studenti che protestavano per la mancanza di libertà nel loro Paese – massacro di Tlatelolco - : la nostra Oriana Fallaci, che difendeva i giovani, la manifestazione, ebbe dei guai, ma riuscì a denunciare i fatti). Paz ottenne allora una cattedra di poesia a Oxford, poi negli Strati Uniti e infine si dedicò alla letteratura, con poesie e saggi.

Le raccolte di poesie sono numerose. Probabilmente le composizioni più interessanti riguardano l’amore nelle sue varie manifestazioni. Prevale l’idealismo, l’immaginazione, la profondità del sentimento, la spinta vitale, la vittoria contro la morte attraverso l’esaltazione della vita, della donna che ne è portatrice. L’espressione è generalmente racchiusa in una specie di narrazione dai contorni netti che si diradano in un trasogno. Non mancano soluzioni convenzionali, ma è sempre presente una grazia personale, partecipata profondamente e con piena consapevolezza.

Paz è autore anche di parecchi saggi. Piace ricordare qui il suo primo, del 1950: “Il labirinto della solitudine”, una storia del Messico dalla conquista spagnola sino ai giorni nostri. Pare il resoconto di un’umanità costretta entro confini imposti e un po’ autoprodotti da cui sorge una sorta di fatalismo, d’indolenza, di cui ci si libera nel corso delle numerosissime feste. “E’ significativo, scrive Paz nel suo saggio, che un paese triste come il nostro abbia tante feste, e così allegre”.

Altri saggi riguardano relazioni fra filosofia occidentale e filosofia orientale, studi etnografici (con un ampio omaggio a Claude Lèvi-Strauss), critiche artistiche, rapporti di viaggi, con molto senso pratico, con stile giornalistico e con sincera attrazione per il nuovo che si cela nel vecchio.

L’originalità di Octavio Paz sta nella ricerca dei dati più emblematici della realtà, sia in senso passivo (le convenzioni, le tradizioni, le abitudini) sia in senso attivo (l’uso dell’intelletto, della fantasia, della capacità speculativa, senza ma e senza se). La tesi preferita dallo scrittore messicano è la seguente: l’uomo non è dentro la storia, l’uomo è la storia. Una responsabilità di cui andare assolutamente fieri.

Dello stesso autore:

Testi di Octavio Paz


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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Letteratura
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Aggiornamento: 25-04-2015