Le distrazioni di Luciana Peverelli

Luciana Peverelli

Dario Lodi


Scrittrice leggera, fatua, Luciana Peverelli (1902-1986) lo fu per necessità e infine per scelta. Era la concorrente di Liala, ma a differenza della prosa zuccherina e indigesta di quest’ultima, la Peverelli poteva vantare qualcosa di più che accettabile.

I romanzi di Luciana Peverelli sono in qualche modo leggibili e in un altro qualche modo apprezzabili. La scrittrice milanese ha una preparazione di fondo che le consente una scrittura piana ed essenziale, quanto viva nei passaggi essenziali.

Siamo di fronte a qualcosa di povero da un punto di vista concettuale, ma di non trascurabile da un punto di vista descrittivo. La Peverelli si ferma sulla soglia delle disamine sociali e delle problematiche esistenziali, quasi ammettendo la sua incapacità di andare oltre, ma nei limiti in cui si muove, la scrittrice fa vedere le proprie qualità letterarie.

Intanto, la Peverelli è spesso sintetica ed essenziale. I suoi dialoghi sono convincenti, le sue descrizioni dei personaggi e delle situazioni colpiscono per grande padronanza della materia.

Tutto diventa facilmente utilizzabile dal mondo del fotoromanzo: è un mondo che non va troppo demonizzato, se lo si pensa come valvola di sfogo delle aspettative popolari, aspettative a loro volta elementari e quindi patrimonio di tutti.

Il fotoromanzo consente la fruizione della fantasia e impone l’importanza di una consolazione, se si va a considerare un inganno consapevole, forse psicologicamente ricercato. Deve essere comunque una pausa della mente, una vacanza della ragione: è assurdo scambiarlo per soluzione fantastica ideale in quanto questa posizione evita la necessaria emancipazione, la presa di coscienza delle cose. 

L’ingenuità, la vacuità del fotoromanzo denunciano il basso livello delle relazioni fra i sessi e soffocano il valore di altri tipi di approcci oltre a quello sessuale, goffamente mascherato nei fotoromanzi, ipocritamente pudichi.

L’abbandono nel romanticismo più vieto, più edulcorato, trova qualche salvezza nei testi della Peverelli: la scrittrice cerca di animare le situazioni in maniera originale e di qualificarle attraverso qualche parola secca ed intelligente e tramite qualche acuta osservazione di costume.

Luciana Peverelli ha personalità e ha non poco considerazione di se stessa, sebbene riesca a non farla mai pesare.

Il suo successo fu una rovina per l’impegno intellettuale: la scrittrice finì con il limitarsi nell’originalità, preferendo assoggettarsi alle esigenze di un mondo patinato. Forse l’assoggettamento avvenne in maniera automatica, in funzione della crescita del successo commerciale.

Sicuramente la nostra scrittrice non avrebbe potuto tramutare il fotoromanzo e il romanzo rosa in qualcosa di diverso, ma forse avrebbe potuto dare ai due una maggiore dignità.

D’altro canto, questo tentativo dignitoso, nei romanzi non manca mai grazie ad una scrittura in sé non banale: la Peverelli sa scrivere eccome, peccato che poi il testo diventi evanescente, che la storia decada a livelli bassamente convenzionali.

Rimane il rammarico di vedere una scrittrice preda di un sistema insensibile alla prosa di qualità, un sistema esigente verso la confezione di inganni infantili, inseguiti per semplici ragioni mercantili. Il fotoromanzo sopravvive tuttora in modo stanco: è un piccolo monumento dedicato all’ignoranza e alla superficialità, con grave considerazione verso l’intelligenza dei fruitori (colpevoli di non usarla). La Peverelli avrebbe voluto (e meritato) sicuramente qualcosa di più.

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Letteratura
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Aggiornamento: 25-04-2015