Il passato di Giuseppe Pitrè

Dario Lodi


Per i tipi dell’editore Donzelli e a cura di Jack Zipes, (Bianca Lazzaro le ha tradotte in italiano; testo originale a fronte), sono state ristampate (ottobre 2013) in 4 volumi le “Fiabe, novelle e racconti popolari siciliani” di Giuseppe Pitrè (1841-1916), la cui prima edizione porta la data del 1875. Pitrè, siciliano verace, era figlio di povera gente. Divenuto medico, oltre a curare il corpo di marinai e contadini, egli si preoccupò anche del loro retroterra culturale rappresentato da un folclore, quello siciliano appunto, forse il maggiore, per ricchezza, del nostro Paese.

La Sicilia ha conosciuto, in senso numerico, dominazioni come nessuna regione mondiale.  I Siciliani furono lasciati, generalmente, al loro destino, ovvero mal governati e spesso spietatamente sfruttati. Loro rifugio ideale fu la favola, il canto, le tradizioni, le storie mille volte rielaborate. Come quella di “Giufà”, il contadino che nelle varie letterature è ora furbo, ora fesso, ora soggetto alla canzonatura generale, ora reattivo in modo inaspettato (si pensi a “Bertoldo”). Pitrè fa di questo personaggio, che chiama appunto “Giufà” (ovvero ne rileva il nome dalla tradizione), il povero siciliano perennemente spremuto dall’autorità che infatti profitta della sua ignoranza e dabbenaggine. Pitrè non si permette di farlo divenire una macchietta, semmai si sofferma sul poveretto per commentare amaramente una condizione subumana alla quale il sistema baronale costringe il popolo siciliano. Ma a questa condizione subumana, gli individui reagiscono attraverso il rifugio in una fantasia inesauribile, a dimostrazione che la personalità umana non si lascia mai completamente domare.

Il nostro medico-scrittore inanella una serie di storie mostrando per esse un affetto che contagia. I suoi interventi, fatti di pazienza e di osservazione minuta delle persone e delle cose, sono all’insegna di un rispetto per l’uomo non tanto frequente in impegni del genere. Per Pitrè è essenziale salvare il passato, tesaurizzare (e non in qualche modo) la memoria di coloro che ci hanno preceduti, specie se esclusi dai libri di storia ufficiale. Esiste una pietas nella riproposizione di situazioni che non lascia dubbi sulla statura umana del nostro scrittore, mentre la cura nelle narrazioni rende il materiale ammirevole e significativo, lo trasforma in una profonda lezione di vita. Per tutto questo, siamo al cospetto di una lettura “sana”, priva di ogni forma di malizia, di accomodamento, tutta incentrata sulla preoccupazione di mettere bene in risalto le cose, a coronamento di comportamenti emblematici, tipici di un determinato universo umano. Letteratura, insomma, per nulla formale: l’operazione del Nostro è contraria al programma abituale in questi casi, a quel programma che prevede una bella descrizione didascalica. Pitrè attua, con naturalezza, una bella descrizione perché bello, consistente, è il fine cui essa è rivolta.

Dalle sue favole presero spunti Luigi Capuana, Giovanni Verga e lo stesso Italo Calvino, mentre l’aura quasi metafisica che ne caratterizza il substrato appare presente anche nel capolavoro di Stefano D’Arrigo, ovvero nel suo monumentale “Horcynus orca”. 

La dimostrazione che, l’esercizio di recupero folcloristico della Sicilia non fosse casuale viene dato dalla ricchissima compilazione della “Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane” alla quale Pitrè lavoro per oltre trent’anni, dal 1871 al 1913, realizzando venticinque volumi. Come riconoscimento ebbe quello di socio dell’Accademia della Crusca (1909), più tardi gli fu intestato il Museo Etnografico di Palermo, situato nelle ex stalle del Palazzo Cinese all’interno del Parco della Favorita (1910), al riordinamento del quale, qualche anno dopo la morte di Pitrè, fu incaricato il suo devoto discepolo Giuseppe Cocchiara, studioso appassionato e competente come pochi della materia, sino alla promulgazione delle famigerate leggi razziali fasciste (1938).

Fra le fonti determinanti per la realizzazione della sua immensa opera scientifica e umanistica, nonché umanitaria (che il Nostro non fa mai pesare), Pitrè amava citare la madre, la sua vecchia nutrice Agatuzza Messia e la filatrice Rosa Brusca. E’ riconosciuta da tutti gli specialistici l’importanza culturale dell’impresa portata a termine da Giuseppe Pitrè: un’impresa lontanissima da ogni forma di retorica, magnificamente documentata e splendidamente argomentata. Un omaggio al più alto senso di civiltà.

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Letteratura
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Aggiornamento: 25-04-2015