Carlo Porta: il trionfo del dialetto

Carlo Porta

Dario Lodi


Carlo Porta (1775-1821), milanese, fa parte delle cosiddette “quattro coroncine”, con riferimento alle precedenti tre corone classiche (Dante, Petrarca Boccaccio).Gli altri poeti dialettali sono: Giovanni Meli (palermitano, classicheggiante), Carlo Goldoni (veneto, stranoto) e Gioacchino Belli (romano e sicuramente il più notevole fra i quattro).

Porta proviene da un ambiente borghese. Per molta parte della sua breve vita si sostenterà avvalendosi di un’occupazione statale. Tale occupazione dovette influire sulle sue scelte espressive. Il poeta spazia alquanto nelle tematiche. Grazie al clima illuminista che in Italia colpì principalmente la Lombardia (si pensi a Verri e al “Caffè”, si pensi a Cesare Beccaria) Porta si cimentò con impegno nella demolizione bonaria delle superstizioni e dell’ipocrisia religiosa del tempo (“On miracol”, “Fraa i Diodatt” fra i vari titoli). La bonarietà era un riparo da coinvolgimenti troppo gravosi. La riprova di tutto questo si ha con le composizioni politiche (mai una presa di posizione concreta): Porta sognava vagamente una Lombardia senza padroni ed invece ne aveva due che se la contendevano, i francesi (sotto cui visse) e gli austriaci (i sonetti di “Paracar che scappée de Lombardia” contengono molte considerazioni amare su questa situazione).

Memorabile la reazione del Nostro quando gli attribuirono la realizzazione della “Prineide” un poemetto satirico incentrato sul linciaggio del ministro Prina, ma in realtà rivolto alla corruzione politica: Porta, irritato e forse spaventato, protestò vibratamente per l’attribuzione (lo scritto era dell’amico Tommaso Grossi, si seppe poi).

Il poeta è grande poeta davvero nei sonetti dedicati al mondo popolare: “Desgrazzi de Giovannin Bongee” e soprattutto “La Ninetta del verzee”. Per la verità Porta sembra usare, con questo mondo, una lente, come fa l’entomologo con gli insetti, per divertirsi a guardare una realtà strana e non proprio raccomandabile con la quale è bene non mescolarsi.

Il dialetto milanese qui domina la situazione, mettendo alla berlina le imprese della povera gente: Porta rischia la canzonatura, il marionettismo, la presunzione e non si limita nelle volgarità che usa per evidenziare la pochezza morale e materiale di questa povera realtà popolare. Nel mezzo dei suoi versi si agita, tuttavia, un che di indulgente e di simpatico per tutta la povera gente: sembra la reazione intelligente di un padre di fronte alle marachelle dei figli.

Infine, c’è la questione della “Ninetta”. La “Ninetta” è un vero e proprio caso. Porta finisce con l’essere preso dal personaggio e dalle pene profonde, esistenziali, che il personaggio riesce a trasmettere, costringendo, si fa per dire, il poeta a moltiplicare il proprio impegno, la propria fantasia, la propria sensibilità per considerarla e considerando lei considerare l’intera umanità che soffre certe enormità della vita.

Il fenomeno “Ninetta” va anche oltre: va a sollecitare la solidarietà umana e quindi va a scuotere l’umanità dal suo torpore, dal suo lasciarsi vivere. Porta rimane saldo al suo mito grazie a questa figura indimenticabile. Il dialetto milanese, nelle “mani” di “Ninetta”, vive interamente la sua vivezza: Porta assiste sorpreso e soddisfatto a questo fenomeno insolito e straordinariamente significativo.

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Letteratura
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Aggiornamento: 25-04-2015