Marcel Proust

Dario Lodi


Forse la testimonianza diretta più attendibile dell’ateismo di Marcel Proust (1871-1922) è quella del musicista, suo amante per breve tempo e suo amico per sempre, Reynaldo Hahn (che era venezuelano naturalizzato francese).

La riferisce, Hahn, descrivendo Proust dopo aver assistito agli inutili sforzi dello scrittore per farsi pubblicare qualcosa sul “Mercure de France”.

Ma certo, la laicità del pensiero di uno dei maggiori letterati francesi di sempre è lampante nelle sue opere, e in particolare nella monumentale Recherche (Allo ricerca del tempo perduto, sette volumi per oltre tremila pagine, l’ultimo postumo).

Proust nasce in una Francia decadente, provata dalla guerra con la Prussia e dalla Comune parigina. La guerra con la Prussia, perduta, decreta la fine di una certa centralità europea francese, iniziata con il Re Sole, Luigi XIV, quasi due secoli prima, e promuove la nascita della Germania (1871), a Versailles addirittura, dando il via all’espansione concreta di quest’ultima creatura, sin lì sempre e per lo più solo nominale, presto in seria concorrenza con la Francia nel Continente.

La Comune parigina è l’esito della lunga battaglia indiretta fra Romanticismo e Rivoluzione industriale, con la sconfitta del primo (anche se non definitiva: il marxismo consentirà nuove lotte, molto più pratiche e determinate questa volta). Lo sfondo è dato da una euforia produttiva senza pari nella storia. Il pragmatismo, santificato dalle regole positivistiche di Comte (ma tradite nell’applicazione), è come un rullo compressore, sorvola sulle questioni di principio umanistiche e umanitarie e celebra se stesso provocando l’ottimismo della Belle Epoque: oltre quarant’anni di pace e spensieratezza in Europa, con gli affari dell’alta borghesia in primo piano.

Proust fa parte di questa alta borghesia. Quando eredita gli spetta una somma pari a circa sei milioni di euro attuali: può vivere senza pensieri e può anche saltare gli editori decidendo di pubblicare la sua opera da sé, pagando di tasca propria (la cosa si limiterà al primo volume, poi Gallimard, il più grande editore francese dell’epoca, provvederà a pubblicare il resto, respingendo la critica negativa del suo collaboratore Andrè Gide).

Il rapporto di Proust con le cose si rivela originale, coraggioso e particolarmente suggestivo.

Nessuna tutela trascendentale per Proust

Il distacco dalla tutela trascendentale è netto e questo in linea con lo spirito del tempo, quello delle classi dominanti – svincolate da interferenze ecclesiastiche – ma è anche responsabile come e più di quanto previsto dalla morale religiosa. Innanzi tutto, il grande scrittore francese, pone la questione della responsabilità personale.

Questa responsabilità assume, sotto la sua penna, un preciso carattere esistenziale, una preoccupazione di essere (più che di vivere: andando quindi oltre l’egoismo minuto) che lo fa attento e scrupoloso nelle descrizioni di personaggi e nelle interpretazioni di fatti: entrambi diventano fenomeni in continuo divenire espressivo, entrambi seguono flussi atemporali, immortali, per il semplice fatto di essere stati evocati. Proust mostra un rispetto straordinario per ogni cosa: tutto ha valore sotto i suoi occhi, ogni cosa colpisce la sua sensibilità, provoca il suo interesse.

Così, la partecipazione alla realtà – per Proust tutto è realtà immanente, anche il passato (si noti la sua passione per la metempsicosi, aggiustata secondo il suo importante sentire) – è diretta nella Recherche è squisitamente personale, è su di sé, senza svenevolezze di sorta e senza ricorsi a malinconie o nostalgie di stampo metafisico. Proust fa a meno di Dio e ci riesce. Riesce cioè ad essere uomo in quanto umanità. Lui è parte degli altri e gli altri sono parte di lui. E’ una lunga catena che non si spezza né si spezzerà mai in quanto è fatta di pensieri e sentimenti, emozioni e sensazioni, riflessioni e interpretazioni, in una eterna ricerca di equilibrio che solo all’interno della catena stessa ha senso (e non è un senso secondario, anzi).

Per Proust l’arte sostituisce la divinità. Secondo lui, dunque, l’uomo ha in se stesso l’energia significativa, la volontà giustificata, per completarsi. Le immense potenzialità umane vengono sublimate dall’arte, l’arte è la summa delle capacità umane, ne è il riassunto, la sintesi: sostiene la personalità umana, esalta l’uomo, lo fa uscire dalla prigione dell’impresa speculativa elementare e quindi della indeterminazione successiva, la cui risoluzione è ancora affidata all’ineffabile.

L’arte proustiana non è un nuovo tipo di resa. Non si tratta di sostituire un totem con un altro totem. Quest’arte è in realtà tradotta in conoscenza, in assunzione di sapere quanto mai qualificato: non è certo un sapere accademico, non è una conoscenza nominale e strumentale.

Il sapere e la conoscenza di Proust sono intellettuali e materiali allo stesso tempo: i due linguaggi si compenetrano, vanno alla ricerca di un esperanto perfettamente comprensibile e condivisibile. Fanno le stesse esperienze. Vivono continuamente in simbiosi.

In questo modo, il personaggio, la vicenda, riservano continuamente sorprese, nulla è scontato. Chi narra, Proust, fa parte di ciò che è narrato e tutto si sta come facendo sul momento. La costruzione vitale ed esistenziale è vigile e attenta ad ogni particolare, ciascuno degno della massima considerazione per un rispetto, tutto nuovo, di vita ed esistenza. La visione della realtà è tutta umana, senza per questo essere inferiore alle pretese della visione trasognata del vero che la religione prevede e che mette in atto deresponsabilizzando la razionalità.

La dignità umana in Proust

Proust dà dignità al sentire umano e intorno a questo sentire fa ruotare ragione, sentimento, fantasia, con pari dignità. E’ la complessità uomo ad emergere e a valorizzarsi attraverso il fluire appassionato della personalità umana.

La letteratura mai aveva tanto amato la figura umana, mai l’aveva resa tanto importante, mai tanto solenne pur evitando la solennità ed anzi rendendo la cosa naturale, appassionata ma piana: una normalità.

E’ tutto il mondo interiore, quello dell’animo (non dell’anima) ad ispirare l’estro proustiano e a guidarlo verso descrizioni acute, ma “normali”, semplici (eppure estremamente complicate), di vicende umane e del mondo dell’uomo (l’unico mondo possibile) contro il tempo che passa e che “pensa” di travolgere tutto quanto. Il silenzio di una scomparsa è costantemente rotto da quei sospiri che si sono manifestati e che comunque rimangono, da quelle affermazioni e da quelle promesse assolutamente incisive e dunque sempre presenti. Rimane tutto e Proust registra questo tutto con occhio analitico e con commozione ad occhi asciutti, con stupore grato.

Intanto lo scrittore rivive ogni passo con scrupolo e puntiglio, celebrando l’essere umano, la sua consistenza profonda, la sua essenza, concretizzando le apparenze, rendendole continuamente vive e attive. Basta un piccolo morso ad un biscotto per rievocare una storia infinita. Questo è l’infinito proustiano, non una stella vaga in un cielo inventato da chissà quali tremori e da una palpabile sfiducia in se stessi, con tanto di rifugio in una preghiera meccanica.

I libri di Proust non vanno mai posati. Sono qualcosa a parte, qualcosa che fa parte di un possibile mondo ideale. Questo grande intellettuale, grande e vero lo fu veramente: Proust si distaccò dalla bassa realtà quotidiana, si concentrò sulla propria persona, interna ed esterna, paradigma dell’uomo lanciato verso la perfezione, e chiuse gli occhi sgomento di fronte alla tragedia della Grande Guerra (la prima mondiale).

La bassa realtà quotidiana ebbe tuttavia ragione di lui: l’asma che lo tormentava da sempre favorì lo sviluppo di una bronchite che, mal curata, lo portò alla morte nel 1922 a soli 51 anni. Proust fu sepolto al Père Lachaise di Parigi con tutti gli onori. Egli resta per l’eternità nelle sue opere straordinarie, di cui rileggiamo due brevi passi tratti da “La prigioniera” e “Il tempo ritrovato”:

La prigioniera (p. 1772)

La morte degli altri è come un viaggio fatto da noi stessi e in cui ci ricordiamo, già a cento chilometri da Parigi, di aver dimenticato due dozzine di fazzoletti, di lasciare una chiave alla cuoca, di salutare nostro zio, di chiedere il nome della città dove si trova la fontana antica che desideriamo vedere. Nel mentre che tutte queste dimenticanze che vi assalgono e che diciamo ad alta voce, per pura forma, all'amico che viaggia con noi, hanno per sola replica il rifiuto della sala vuota, il nome della stazione gridato dall'impiegato e che ci allontana ancora di più dalla realizzazioni ormai impossibili, cosicché, rinunciando a pensare alle cose irrimediabilmente omesse, si disfa il pacchetto dei viveri e ci si scambiano i giornali e le riviste.

Il tempo ritrovato (p. 2319 ss.)

Sorvolavo rapidamente su tutto questo, imperiosamente sollecitato, com'ero, a cercare la causa di quella felicità, del carattere di certezza con cui si imponeva, ricerca un tempo rinviata. Ora, quella causa, la presagivo paragonando tra loro quelle diverse impressioni beate e che avevano questo in comune: che avvertivo il rumore del cucchiaio sul piatto, la disuguaglianza del lastricato, il sapore della madeleine nell'attimo presente e al tempo stesso in un istante lontano, al punto di far sconfinare il passato sul presente, di esitare non sapendo in quale dei due mi trovassi; a dire il vero, l'essere che allora assaporava in me quell'impressione, la assaporava in ciò che essa aveva di comune in un giorno remoto e nel presente, in ciò che aveva di extratemporale, un essere che appariva solo quando, per una di quelle identità tra il presente e il passato, poteva trovarsi nell'unico ambiente in cui potesse vivere, gioire dell'essenza delle cose, vale a dire al di fuori del tempo. Ciò spiegava perché le mie inquietudini a proposito della mia morte fossero cessate nel momento in cui avevo riconosciuto inconsapevolmente il sapore della piccola madeleine, poiché, in quel momento, l'essere che ero stato, era un essere extratemporale, e dunque incurante delle vicissitudini dell'avvenire. Viveva della sola essenza delle cose, e non poteva coglierla nel presente dove, non entrando in gioco l'immaginazione, i sensi erano incapaci di fornirgliela; lo stesso avvenire verso cui tende l'azione la abbandona a noi. Quell'essere non era mai venuto a me, non si era mai manifestato se non al di fuori dell'azione, del godimento immediato, ogni volta che il miracolo di un'analogia mi aveva consentito di sfuggire al presente. Lui solo aveva il potere di farmi ritrovare i giorni passati, il tempo perduto, dinanzi al quale gli sforzi della mia memoria e della mia intelligenza si arenavano sempre.

Questi i sette volumi che formano la Recherche

Dalla parte di Swann (1913) - All'ombra delle fanciulle in fiore (premio Goncourt, 1919) - I Guermantes (1920)  - Sodoma e Gomorra (1921-1922) - La prigioniera (1923) - La fuggitiva o anche Albertine scomparsa (1925) - Il tempo ritrovato (1927)

Gli ultimi tre volumi furono realizzati, grazie a bozze già pronte, dal fratello Robert. Marcel Proust scrisse parecchio altro, fra cui delle lettere molto interessanti. Curiosa la corrispondenza con Andrè Gide (suo grande ammiratore, poi).

Dello stesso autore:

Testi di Marcel Proust


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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Letteratura
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Aggiornamento: 25-04-2015