I labirinti di Thomas Pynchon

Thomas Pynchon

Dario Lodi


Thomas Pynchon (1937) è stato fatto diventare uno degli scrittori viventi più importanti. L’autore americano vive nella più totale riservatezza da sempre. Di lui si hanno poche fotografie, nessuna apparizione televisiva, nessuna presenza a premiazioni, neanche alle proprie. Bisogna dire che questa operazione mediatica è perfettamente riuscita, pure se ultimamente il gioco si è fatto noioso. La noia è stata creata anche dalla sua insistenza nella medesima tematica. I suoi libri sono più o meno ripetizione del primo: il fluviale “V.”. Fra i titoli successivi: “L’arcobaleno della gravità”, “L’incanto del lotto 49” e l’ultimo, sempre fluviale, “Mason & Dixon”.

Pynchon passa, in certi ambienti, baciati non sempre propriamente dall’attendibilità assoluta del giudizio, come l’eroe per eccellenza del movimento “postmoderno”. Si tratta di un movimento composito, dove è scartata una sola verità narrativa, ma dove soprattutto vengono presi in considerazione (o dovrebbe essere fatto) tutti gli elementi possibili di un fenomeno, sia quelli principali, sia quelli accessori. I secondi potrebbero diventare primi e quindi viceversa. Non sta tanto al narratore scegliere la strada che preferisce, quanto alle suggestioni che derivano dal porre attenzione a tutto, al reale e al possibile, all’immediato e al futuribile, senza preferenze di sorta.

Il Postmodernismo è creatura del filoso francese Lyotard, per lo meno lo è nelle definizioni portanti della teoria. 

Lyotard mette in discussione prima di tutto la cultura precedente, basata, secondo lui (ma è difficile confutare la cosa), sulla sicurezza scientifica. Il ‘900 ha dimostrato che di sicuro non c’è niente, trascinando nella dimostrazione il ridimensionamento, inevitabile, della personalità umana così come è stata costituita dalla convinzione materialistica e immanente.

Lyotard non dice che questa convinzione materialistica sia sbagliata, dice che è sbagliato ritenerla infallibile nella forma data. Così dicendo egli afferma l’esistenza di un difetto di base, la certezza di fare bene solo facendo, e raccomanda l’assunzione di uno spirito critico che consenta un autentico progresso.

L’arte che recepisce meglio questo messaggio è la letteratura e Pynchon, in effetti, nei suoi libri dà libero sfogo a pensieri, sensazioni, sentimenti, emozioni, senza alcun filtro razionale, senza alcuna pretesa oggettiva. La sua è una proposta praticamente inarrestabile, fatta di mille accidenti e di mille svolte e giravolte, di fughe e ritorni precipitosi, di dichiarazioni ideali, senza che venga preso un impegno, senza che ci appassioni veramente a qualcosa o a qualcuno. La prosa abbondante di Pynchon assomiglia per certi versi a quella del nostro Gadda, con la differenza che il secondo cerca comunque dei nessi logici, mentre il primo non se ne cura affatto.

Il fondo degli interventi dello scrittore americano si basa su una visione “new age” coronata da uno scatto intellettuale fatto di sottile scetticismo. Pynchon sembra prendersi gioco di tutto, persino di se stesso (all’interno dei suoi romanzi, capitano momenti di meta-letteratura nei quali l’autore critica velatamente ciò che sta scrivendo). E’ ben nota la squalifica dei suoi primi scritti, dei racconti riuniti nel volume “Entropia e altri racconti”, fatta da lui stesso.      

Pynchon non dà mai allo scritto un carattere preciso, preferisce divagare in continuazione, procedendo per accumulo di intuizioni e di osservazioni, mescolando fatti veri con fatti inventati, indugiando in costruzioni d’interesse intellettuale. Una forma di speculazione dal di dentro, a tu per tu con la narrazione, impastata con gli eventi sostanzialmente immaginati per un piacere speculativo più formale che sostanziale.

Fosse la sua una missione sostanziale, verrebbe tradito il credo post-modernistico e assunta una posizione precisa (niente di male se propositiva in senso fortemente responsabile): Pynchon evita abilmente questo pericolo, rimanendo incollato con determinazione ad un tipo di espressione che gli consente di variare le cose a suo piacimento. Questo consenso lo porta, per autocompiacimento, a dilatare enormemente l’esercizio delle variazioni: la dilatazione lo condanna al manierismo, infine stucchevole.

Ma per l’autore tutto questo non è una preoccupazione. Pynchon ha una grande considerazione di sé. Si potrebbe dire troppa.

La super-considerazione va ad inficiare, in parte, la sua grande capacità di scrittura. C’è l’impressione che Pynchon potrebbe dare molto di più, pur rimanendo nell’ambito post-moderno: scopo finale di quest’ultimo è infatti un comportamento costruttivo su basi concettuali nuove, non la denuncia indiretta della pochezza di quelle vecchie. Pynchon si diverte aprendo molte porte, ma le lascia aperte e non va oltre. Non esce a respirare aria nuova. Se ne guarda bene. Gli va bene così, in tutti i sensi.

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La critica


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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Letteratura
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Aggiornamento: 25-04-2015