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1. La crisi del positivismo (I - II)
Il piacere di D'Annunzio ci mostra un'altra faccia, un altro esito della
crisi del positivismo. Anche D'Annunzio viene influenzato dal naturalismo: le
prime raccolte di novelle Terra vergine (1882), Il libro delle vergini (1884),
San Pantaleone (1886) ne sono testimonianza. Ma al tempo stesso esse lasciano
intravedere quel distacco dal naturalismo che Il piacere rivela completamente.
Non solo: Il piacere riprende il noto À Rebours (1884) di Joris-Karl Huysmans:
fa così il suo ingresso nella narrativa italiana l' 'eroe decadente'.
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"Il termine Decadentismo, nell'accezione attualmente prevalente, indica le
tendenze letterarie e artistiche diffusesi, dal 1870 fino agli anni 1930, nelle
letterature europee. Inizialmente usato con connotazioni negative (in quanto
definiva la letteratura di un periodo di decadenza) esso ha finito col
significare l'insieme assai complesso di fenomeni culturali, letterari e
artistici di un'epoca ricca di contraddizioni politiche e sociali."(16)
Luperini (17) accosta il decadentismo alle avanguardie del primo
Novecento: esse nascono da una medesima crisi storica, hanno elementi di cultura
e di poetica in comune, e vi sono autori di matrice decadente che si avvicinano
alle avanguardie, come per es. Pirandello.
Il fatto è - dice Luperini - che
"decadentismo e avanguardie danno risposte diverse, e per non pochi versi
opposte, alla perdita d'identità del ceto intellettuale e della funzione
letteraria provocata dallo sviluppo del capitalismo in imperialismo e dai primi
fenomeni di massificazione maturati fra la fine dell'Ottocento e l'inizio del
Novecento."
Luperini (ivi: p. 8) distingue due filoni di fondo del decadentismo
europeo: quello caratterizzato dalla "positiva consapevolezza delle conseguenze
sociali della perdita dell'aureola", che comporta "un atteggiamento di tipo
democratico o addirittura rivoluzionario"; quello caratterizzato da una "mera
rivalutazione estetica dell'individuo", da "superomismo, disprezzo della massa,
senso di decadenza dei valori elitari e umanistici della civiltà occidentale".
Il primo filone, espresso soprattutto dalla linea Baudelaire-Verlaine-Rimbaud,
non avrà molto seguito in Italia; il secondo filone "si manifesta nel movimento
vero e proprio del 'decadentismo', quale nasce in Francia negli anni ottanta e
come esemplarmente codificato in À rebours (1884) di Joris-Karl Huysmans, un
romanzo non a caso ripreso da D'Annunzio in Il piacere: è questo secondo filone,
infatti, col senso di decadenza, di morte, di disfacimento che comporta ad avere
più evidenti corrispettivi nella nostra letteratura decadente di fine secolo
(non solo in D'Annunzio, ma anche nel Pascoli, ad esempio, di Gog e Magog)."
Il decadentismo, con la sua complessità, con le sue ramificazioni, con i suoi
rapporti con movimenti come il simbolismo e l'espressionismo, rappresenta in
effetti una direzione centrale del moderno. E conviene non dimenticare, ed anzi
tenere ben presenti, i motivi scientifici della crisi del positivismo.
La
scoperta delle geometrie non euclidee, i progressi della fisica, la messa in
discussione del concetto meccanico-deterministico di causalità, dei concetti di
spazio e di tempo, la riflessione sul linguaggio della scienza, e sul linguaggio
e la comunicazione in generale, la spinta ad indagare i fondamenti della
conoscenza, l'interesse per la logica e la semantica, la nascita della semiotica
moderna (l'opera di Charles Sanders Peirce) (18), la scoperta dell'inconscio da
parte di Freud, la filosofia di Henri Bergson: tutti questi fattori giocano un
ruolo decisivo nel decadentismo e nel moderno.
Ogni forma artistica, sostiene Umberto Eco (19),
può benissimo essere vista, se non come sostituto della conoscenza
scientifica, come metafora epistemologica: vale a dire che, in ogni secolo, il
modo in cui le forme dell'arte si strutturano riflette - a guisa di
similitudine, di metaforizzazione, appunto, risoluzione del concetto di figura -
il modo in cui la scienza o comunque la cultura dell'epoca vedono la realtà.
L'opera aperta, che è una delle manifestazioni più alte del
moderno (20),
può essere considerata come metafora epistemologica in quanto:
in un mondo in cui la discontinuità dei fenomeni ha messo in crisi la
possibilità di una immagine unitaria e definitiva, essa suggerisce un modo di
vedere ciò in cui si vive, e vedendolo accettarlo, integrarlo nella propria
sensibilità. Un'opera aperta affronta appieno il compito di darci un'immagine
della discontinuità: non la racconta, la è. Mediando l'astratta categoria della
metodologia scientifica e la viva materia della nostra sensibilità, essa appare
quasi una sorta di schema trascendentale che ci permette di capire nuovi aspetti
del mondo. (Eco [op. cit. 1962: pp. 163-164])
Proprio l'impegno conoscitivo nei confronti della discontinuità, della crisi
della realtà, intesa come blocco unitario e coerente, e i modi in cui questo
impegno si concretizza, ci offrono una possibile chiave per orientarci nel
labirinto della cultura e, segnatamente, dell'arte moderna e così detta
decadentistica.
Il piacere di D'Annunzio è il romanzo di un artista, Andrea Sperelli, il
quale reagisce alla banalità e alla mancanza di ideali della società italiana di
fine secolo, dando sfogo al proprio estetismo, alla propria libertà di
realizzare la vita come si realizza un'opera d'arte.
Il romanzo modellizza non
solo "una generale crisi di valori e di ideali", ma anche "il fallimento di una
concezione dell'arte (l'estetismo, appunto) che ambiva a restaurare il primato
della coscienza intellettuale nel segno della sua assoluta alterità alla
squallida desolazione dell'universo borghese." (Tateo / Valerio / Pappalardo [op.
cit. 1975,
vol. 3, tomo II: p. 163])
Ha osservato Ezio Raimondi (21) che la "volgarità del
mondo moderno fa sempre da retroscena o da cornice all'estetismo dannunziano, e
ne rappresenta alla fine il polo negativo, il contrappunto dialettico. Viene
alla memoria l'esordio del Piacere, dove si spiega, con una correlazione quanto
mai sintomatica e scopertamente ideologica, che 'sotto il grigio diluvio
democratico odierno, che molte belle cose e rare sommerge miseramente, va anche
a poco a poco scomparendo quella special classe di antica nobiltà italica, in
cui era tanto viva di generazione in generazione una certa tradizione familiare
d'alta cultura, d'eleganza e di arte' [...]."
L'estetismo svolge dunque una
funzione di reazione nei confronti del "diluvio democratico", che trova una sua
importante espressione nello sviluppo industriale della editoria. Infatti, come
è stato notato (22), nella seconda metà
dell'Ottocento e fino ai primi decenni del Novecento, l'espansione industriale
italiana, pur con le contraddizioni a cui sopra si è accennato, determina
l'affermarsi di editori specializzati in poesia, letteratura narrativa,
letteratura popolare, contemporaneamente nascono e riscuotono successo le
collane economiche e tascabili. Anche la stampa viene influenzata: non vi è
giornale che non abbia un'appendice letteraria (e nei primi del Novecento
compare la così detta "terza pagina", dedicata alla letteratura), che contiene
spesso un romanzo a puntate e, a partire dagli anni Ottanta, una novella.
La
novella si impone proprio in questo periodo, ed è proprio il giornale che chiede
la novella a determinarne anche la misura breve. Tale crescita editoriale è,
evidentemente, in rapporto con la crescita del pubblico: pur con difficoltà va
avanti il processo di alfabetizzazione, lentamente si impone l'istruzione
obbligatoria, nasce il consumatore medio di letteratura, e gli editori
cominciano a porsi il problema dei vari destinatari ai quali rivolgersi:
letteratura per persone colte, per signorine, per bambini, ecc.
Si sviluppa
insomma una prima forma di cultura di massa. L'estetismo di Andrea Sperelli
reagisce appunto a tale cultura di massa, la quale non può che essere vista
quale manifestazione del "diluvio democratico", dovuto in buona misura alla
ascesa della sinistra (estrema e costituzionale), quale imbarbarimento della
"tradizione familiare d'alta cultura, d'eleganza e di arte".
Su tutt'altro piano si pone la 'tensione' nei confronti del positivismo negli
ultimi due romanzi del nostro 'campo': L'esclusa di Luigi Pirandello e Una vita
di Italo Svevo. Pirandello (1867-1936) e Svevo (1861-1928) sono due
intellettuali ed artisti di livello europeo, e nella loro opera è
particolarmente evidente, corposo, consapevole e decisivo quell'impegno
conoscitivo che caratterizza molte manifestazioni della cultura europea,
decadentistica e no, fra fine Ottocento e prima metà del Novecento.
Quando Pirandello, dopo essersi laureato in filologia romanza a Bonn (1891),
torna in Italia e si stabilisce a Roma, entra in contatto con il mondo
letterario e in particolare con Capuana. Ed è appunto il teorico del verismo a
stimolare Pirandello alla scrittura di un romanzo, L'esclusa, primo romanzo
dell'autore, scritto nel 1893, pubblicato nel 1901.
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Consideriamo in breve il contenuto. Marta Ajala viene sorpresa dal marito,
Rocco Pentàgora, mentre legge una lettera che le ha inviato un corteggiatore, il
deputato Gregorio Alvignani. Rocco crede che la moglie lo abbia tradito, la
caccia di casa e la 'restituisce' al padre, Francesco Ajala. Ma neppure il padre
è disposto ad offrire a Marta una possibilità di difesa, e la piccola città la
rifiuta, la offende, la esclude, "in nome di un esteriore e automatico
moralismo, di un onore familiare ferocemente esclusivista che assimila la
fedeltà coniugale alla 'roba', ai beni, al patrimonio, e fa della donna
l'oggetto di un cieco puritanesimo di tipo mediterraneo, carico di ipocrisia al
limite di un ottuso farisaismo laico." (23)
Dopo la morte del
padre, Marta, emarginata, accetta l'aiuto di Alvignani e si reca a Palermo, dove
lavora - grazie appunto al deputato - in un collegio. Più per gratitudine che
per amore Marta ha una relazione con Alvignani, e ne rimane incinta.
Rocco, d'altra parte, appena guarito da una malattia e colpito da un lutto
familiare (la morte della madre), la prega di tornare da lui. Anche dopo che
Marta, in un primo momento contraria al ritorno dal marito, gli confessa il
rapporto con Alvignani, Rocco insiste affinché rimanga con lui.
L'influsso naturalista è evidente: la descrizione realistica di un ambiente
meridionale, lo stile impersonale, il caso freddamente analizzato. E tuttavia, a
parte il fatto che Marta è il primo dei personaggi esclusi creati da Pirandello
(cfr. Luperini [op. cit. 1981: p. 144]), e a parte la modernità, quasi espressionistica di
alcuni passaggi (cfr. ivi), il punto è che la logica causale del caso appare del
tutto deformata: tale logica lascia il posto alla presa di coscienza dell'assurdo che non si lascia bloccare una volta per tutte dalla razionalità. "La
situazione pirandelliana si manifesta qui in una duplice tensione di contrari:
Marta è condannata dal marito, dal padre, dall'opinione pubblica quando è
innocente; quando invece è ‘colpevole’, viene assolta dal marito e sarà
riaccolta in seno alla comunità." (Virdia [op. cit. 1976: p. 91])
Il modo in cui Pirandello mette in crisi la filosofia positivista si oppone
sia all'estetismo dannunziano, sia allo spiritualismo di Capuana, sia
all'idealismo di Benedetto Croce (24),e questo per un motivo evidente: perché Pirandello, invece di cercare di conoscere, e cioè di
strutturare, una volta per
tutte la realtà alla luce di un sistema di pensiero più o meno definito, più o
meno totalitario, più o meno mitizzante (la mitizzazione dell'artista, del
vitalismo, in D'Annunzio), parte proprio dalla presa d'atto del carattere
fluido, aperto, frantumato del reale, cioè delle situazioni, delle coscienze,
dei personaggi, che non si lascia 'bloccare' definitivamente da nessun sistema
'chiuso' di pensiero.
Una vita è il primo romanzo di Svevo, ed è preceduto da un lungo racconto,
L'assassinio di Via Belpoggio (1890). La città di Svevo è Trieste: città
periferica rispetto alle vicende italiane, ma cosmopolita, commerciale,
borghese, 'di frontiera' (cfr. il bel libro Ara/Magris [25]), ricchissima di
fermenti culturali mitteleuropei.
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Inoltre, la prima formazione di Svevo si
realizza, come per Pirandello, anche se per motivi diversi, in
Germania (26). E
tuttavia pure la cultura italiana e quella francese giocano un ruolo notevole:
la lettura di Francesco De Sanctis spinge il giovane scrittore (tra il 1880 e il
1882) verso il realismo e il naturalismo: Zola viene letteralmente idolatrato.
E
l'influenza del realismo e del naturalismo è evidente ne L'assassinio di Via Belpoggio (fredda analisi di un omicidio e dei rimorsi che esso provoca) e in
Una vita (concluso nel 1889, presentato all'editore Treves con il titolo di
Un
inetto, rifiutato, stampato nel '92 a spese dell'autore dall'editore triestino Vram).
Una vita è la storia di un giovane, Alfonso Nitti, che lascia il suo
paese e si trasferisce a Trieste. Trova lavoro presso una banca (la banca Maller
& C.), conosce la figlia del direttore, Annetta Maller, la quale lo prega di
collaborare alla stesura di un romanzo. I due hanno una relazione e
Annetta chiede ad Alfonso di allontanarsi dalla città affinché lei possa parlare
con il padre di quanto è successo.
Alfonso torna al suo paese, vi trova la madre
morente, rimane presso di lei per due mesi, fino alla morte. Al suo ritorno a
Trieste apprende che Annetta si è fidanzata con il cugino Macario. Inoltre,
viene trasferito in un ufficio di minore importanza (e con stipendio più basso).
Scrive ad Annetta, chiedendole un appuntamento. All'appuntamento si presenta il
fratello della ragazza che sfida Alfonso a duello. Ma a tale duello non si
giunge perché Alfonso decide di suicidarsi.
I modelli del romanzo sono chiari: il Wilhelm Meister di Goethe e L'éducation
sentimentale di Flaubert, per quanto riguarda la struttura del Bildungsroman;
Le rouge et le noir di Stendhal, Père Goriot e Les illusions perdues di Balzac,
Bel-Ami di Maupassant, per quanto riguarda il motivo del giovane provinciale
deciso a raggiungere il successo nella città; i naturalisti e in particolare
Zola, per quanto riguarda la descrizione precisa, documentaria degli ambienti
sociali (media e piccola borghesia), del lavoro alla banca, del meccanismo della
società capitalistica che isola, annulla l'individuo, specie se è il più debole
(cfr. per tutte queste questioni, Baldi (27),
Maxia (28), Lunetta
(29).
Ma vi sono almeno due punti che incrinano tale quadro
complessivo, introducono elementi eccentrici che saranno decisivi nelle opere
seguenti dello scrittore.
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In primo luogo, la descrizione della nevrosi del
protagonista. "Il protagonista si osserva, si palpa l'anima, si analizza
continuamente, instancabile e cavilloso, in lunghi soliloqui; ma il narratore
non lo lascia solo un istante, ne osserva con rancore le manovre, si introduce
nei suoi monologhi, ne smaschera l'inveterata tendenza a compassionarsi e a
circondare di alibi raffinatissimi le sue inadempienze" (Maxia [op. cit. 1981:
pp. 17-18]):
l'analisi dei fenomeni psicologici lascia pensare a Freud, al quale del resto
ben presto Svevo si accosterà.
La tecnica narrativa inoltre "non è mai mera
relazione di fatti o neutrale descrizione di ambienti, ma sempre dialettica e
polemica contrapposizione di punti di vista: il protagonista oppone il suo punto
di vista al mondo nel quale è costretto, suo malgrado, a vivere; e il narratore,
a sua volta, ne oppone un altro suo proprio a quello del protagonista [...]." (Maxia,
ivi: pp. 14-15)
-
Il secondo punto è costituito dal motivo del romanzo al quale Alfonso
e Annetta lavorano. Romanzo nel romanzo, romanzo da farsi: motivo ricorrente e
fondamentale in tutta la narrativa moderna (basti pensare a Gide), ma non solo:
si tratta di un aspetto basilare dell'ideologia di Svevo: la letteratura, la
scrittura artistica svolge un ruolo di mediazione tra la realtà e l'individuo,
la letteratura si va tematizzando quale strumento di conoscenza. Questo, si badi
bene, senza togliere nulla all'importanza della scienza: l'interesse per i
sistemi gnoseologici del reale è sempre presente in Svevo.
Il punto è, come
molto bene ha osservato Maxia (ivi: p. 8), il seguente: "se c'è una costante nella
sua poetica dagli anni del noviziato letterario a quelli della maturità, questa
può essere individuata nella convinzione che quando si afferma in campo
scientifico e culturale una nuova ‘teoria’, l'arte ‘prima o poi ci si avvicinerà
in colori e fantasie’, ossia la farà propria nei modi specifici del suo operare
formale." Appunto: l'arte come strumento conoscitivo, come metafora
epistemologica.
Dunque, il nostro 'campo di tensioni' delinea da una parte la progressiva
erosione della visione del mondo positivistica, dietro la spinta di fatti
storici e culturali; dall'altra parte, il confronto fra alcuni modi
paradigmatici in cui tale erosione si manifesta nella narrativa italiana: la
'fuga' in direzione spiritualistica e/o fiabesca (Capuana) e la messa in
discussione del progresso storico (De Roberto), per quanto riguarda l'ambito
verista; e poi l'esplodere dell'estetismo decadente, vitalistico,
antidemocratico come 'risposta' alla prima forma di massificazione della cultura
(D'Annunzio), base peraltro di quell' "interventismo della cultura", a cui
avremo modo di accennare; ed infine il confronto aperto, si vorrebbe proprio
dire laico, cioè privo di un'ideologia precostituita, con la realtà sociale e
psichica, della quale vengono illuminati gli aspetti di scissione, di
frantumazione, di alterità (Pirandello e Svevo): questa linea costituisce
l'inizio del romanzo italiano moderno.
(16) Pirodda, Giovanni, Lineamenti di letteratura
italiana. Storia - Correnti - Generi, Paravia, Torino 1982, p. 243 (torna
su)
(17) Luperini, Romano, Il Novecento. Apparati ideologici
ceto intellettuale sistemi formali nella letteratura italiana contemporanea,
Loescher, Torino 1981, p. 3 (torna su)
(18) Cfr. per tutta questa problematica Miceli, Silvana,
In nome del segno. Introduzione alla semiotica della cultura, Sellerio,
Palermo 1982, pp. 19-28. (torna su)
(19) Eco, Umberto, Opera aperta. Forma e
indeterminazione nelle poetiche contemporanee, Bompiani, Milano 1962, p. 50
(seconda edizione: 1967, terza edizione: 1971; prima edizione nei "Tascabili
Bompiani": 1976). (torna su)
(20) Sul problema dell'opera aperta in Eco e da un punto di
vista semiotico, cfr. Lanza, Giovanni, "Pourrait être continué...". La
poetica dell' "opera aperta" e "Les Faux-Monnayeurs" di André Gide, Peter
Lang, Frankfurt am Main, Berlin, Bern, New York, Paris, Wien 1998. (torna
su)
(21) E. Raimondi, D'Annunzio: una vita come opera d'arte,
in Il silenzio della Gorgone, Bologna 1990, p. 78; ricavo la citazione da
Tateo/Valerio/Pappalardo [op. cit. 1975, vol. 3, tomo II: p. 243]. (torna
su)
(22) Cerina, Giovanna / Mulas, Luisa (a cura di), Modi e
strutture della comunicazione narrativa. Il racconto breve da Dossi a Pirandello,
Paravia, Torino 1978, pp. 8-9. (torna su)
(23) Virdia, Ferdinando, Invito alla lettura di
Pirandello, Mursia, Milano 1976, p. 90. (torna su)
(24) Sul piano filosofico l'idealismo di Croce costituisce
un organico superamento del positivismo. (torna su)
(25) Ara, Angelo / Magris, Claudio, Trieste. Un'identità
di frontiera, Einaudi, Torino 1982. (torna su)
(26) All'età di dodici anni Svevo fu mandato dal padre in
Germania, e vi rimase fino all'età di diciassette anni. Il padre desiderava che
il figlio diventasse un commerciante e il possesso della lingua tedesca era a
tal scopo indispensabile. Con lo pseudonimo di Italo Svevo lo scrittore (il cui
vero nome era Aron Hector Schmitz) voleva appunto sottolineare il suo essere
italiano e la sua formazione tedesca. (torna su)
(27) Baldi Guido, "Introduzione" a Italo Svevo, Senilità,
a cura di G. Baldi, Principato, Milano 1989, pp. XII-XIII. (torna
su)
(28) Maxia, Sandro, Svevo e la prosa del Novecento,
in Letteratura Italiana Laterza, LIL 61, Laterza, Bari-Roma 1981, pp.
12-19. (torna su)
(29) Lunetta, Mario, Invito alla lettura di Svevo,
Mursia, Milano 1972, pp. 49-68. (torna su)
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