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2. Dalla "età di Giolitti" al fascismo
"Età giolittiana": si suole definire così il periodo che va dal 1901 al
1909
(30), nel quale la figura politica dominante è appunto
Antonio Giolitti (31).
Vi è una vignetta dell'epoca (la ricavo da Gianni [32]) che mostra un Giolitti sdoppiato: da una parte, Giolitti, su uno sfondo azzurro, ben vestito, con la bombetta,
si rivolge ad un pubblico borghese; dall'altra parte, Giolitti, su uno sfondo
rosso, vestito in modo dimesso, con un grande fiocco rosso, si rivolge ad un
pubblico proletario. La vignetta riassume bene il "coraggioso disegno
politico"(33) che lo statista cercò di realizzare.
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Giolitti si rese conto della necessità di una collaborazione fra liberali e
socialisti, e dunque fra movimento operaio e borghesia. Scrisse nelle sue
Memorie: "Eravamo all'inizio di un nuovo periodo storico. Nessuno poteva
illudersi di impedire alle classi popolari di conquistare la loro parte di
influenza nella vita dello stato. [...] Bisognava persuadere coi fatti le classi
popolari che dalle istituzioni esse potevano ottenere assai di più che dai sogni
riposti nell'avvenire. [...] Dipendeva da noi fare di queste classi un nuovo
elemento di prosperità, oppure un turbine che travolgesse le fortune della
patria." (cit. in Gianni [op. cit. 1975: p. 169])
Dunque: Giolitti prende atto del fatto che
il movimento popolare (ed egli pensa sostanzialmente al movimento operaio,
centrale per lo sviluppo industriale) e le organizzazioni popolari (in primo
luogo il Partito socialista) costituiscono una realtà con cui fare i conti: la
borghesia industriale ha tutto da guadagnare dai miglioramenti salariali per gli
operai (e in effetti, nei primi quindici anni del secolo l'Italia si trasforma
in paese industriale, basti solo pensare all'affermazione della Fiat
[34]);
d'altra parte, la classe operaia ha tutto da guadagnare se si inserisce nel
sistema capitalistico e se il Partito socialista riesce a controllare le ali
sovversive estremiste.
Questo progetto crea contraddizioni nel Partito
socialista: si profilano due correnti, quella dei riformisti e quella dei
massimalisti (35) i primi a favore della collaborazione con Giolitti, i secondi
a favore di una opposizione totale.
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Quella dei massimalisti non fu l'unica opposizione al progetto di Giolitti. I
grandi proprietari fondiari dell'Italia del sud furono antigiolittiani, e così
gli industriali della siderurgia.
Ma, soprattutto, emerse una terza opposizione antigiolittiana, la più pericolosa: perché ambigua, perché contemporaneamente
'di destra' e 'di sinistra', perché fatta di socialismo rivoluzionario, di
sindacalismo anarchico e di nazionalismo, e recepisce il pensiero di George
Sorel (una discutibile mescolanza di Marx e di Nietzsche), perché fa propri gli
aspetti più irrazionali del decadentismo, perché riesce a egemonizzare il
malcontento di alcuni settori dell'alta borghesia, l'opposizione dei proprietari
fondiari, le frustrazioni e le velleità nazionalistiche di molti intellettuali e
delle classi medie (anche in rapporto con la delusione degli 'ideali del
Risorgimento'). Da questa terza opposizione, non certo a caso, verrà il
fondatore del fascismo, Benito Mussolini.
Nel 1907-1908 importanti settori industriali (siderurgia, industria
automobilistica, industria tessile) vivono una crisi dovuta sostanzialmente al
fatto che le banche non sono in grado di pagare i crediti promessi, a causa di
una depressione del mercato dei valori mobiliari che induce moltissimi
risparmiatori a ritirare i propri risparmi (cfr. Castronovo [op. cit. 1975: pp. 190-193]).
La
situazione viene parzialmente salvata dagli accordi fra gruppi industriali e
bancari: nascono i trusts, e questo "contribuì notevolmente ad accelerare il già
avanzatissimo processo di concentrazione monopolistica dell'apparato produttivo
e industriale e, di conseguenza, a rendere lo Stato sempre più esposto alla
pressione dei grandi trusts e delle industrie protette." (Procacci [op.
cit. 1975:
pp. 472-473])
Un ulteriore colpo fu il terremoto che nel 1908 distrusse Messina e
Reggio. E d'altra parte, l'Austria si annetteva la Bosnia-Erzegovina, e questo
eccitava i nazionalisti italiani. Si crea così una "situazione dominata
dall'incertezza e dall'irrequietudine", nella quale l'opposizione a Giolitti
trova "naturalmente un terreno propizio" (Procacci, ivi: p. 473).
A Firenze, nel
1910, nasce ufficialmente il partito dei nazionalisti, l'Associazione
nazionalista italiana, sostenuta economicamente dai settori industriali legati
alla produzione di armi. Bisogna notare che in politica estera Giolitti non
annullò la "Triplice alleanza", ma al tempo stesso attuò un riavvicinamento
dell'Italia alla Francia e all'Inghilterra (una politica sostenuta dal re
Vittorio Emanuele III).
Contrario alla politica aggressiva di Crispi, Giolitti
mirò piuttosto ad un economico ingresso italiano in Libia (che dipendeva dalla
Turchia), dove la Banca di Roma stava investendo i propri capitali. I
nazionalisti, nel congresso del 1910, chiedevano invece un deciso intervento
militare in Libia.
Nel settembre del 1911 Giolitti cede e dichiara guerra alla Turchia, una
guerra che si conclude l'anno successivo con il riconoscimento dell'autorità
italiana sul tratto da Tripoli a Bengàsi. Tale impresa scatena l'opposizione
violenta non solo della sinistra massimalista, ma anche della destra
nazionalista, che si aspettava qualcosa di più.
Giolitti si destreggia: chiede a
Bissolati, socialista riformista, di entrare nel governo. Bissolati rifiuta, ma
l'orientamento verso la sinistra da parte di Giolitti rimane, e determina la più
importante delle sue riforme: il 25 maggio 1912 il parlamento approva la legge
che introduce il suffragio universale maschile. A partire da questo momento le
masse (maschili) entrano nella vita democratico-parlamentare.
L'anno successivo
hanno luogo le elezioni, e Giolitti non si oppone al cosìddetto "Patto Gentiloni".
Chiamato così dal nome del presidente dell'Unione elettorale cattolica, il
'patto' significa che nei collegi elettorali in cui si profila possibile la
vittoria di un candidato di sinistra, i cattolici si impegnano a votare per i
candidati liberali, a patto però che tali candidati siano contrari
all'introduzione del divorzio e all'abolizione dell'insegnamento religioso nelle
scuole (Procacci [op. cit. 1975: p. 479]). Questo 'patto' ha un significato contingente ed
un significato generale: sul piano contingente esso gioca un notevole ruolo
nella vittoria elettorale di Giolitti, sul piano generale esso segna l'ingresso
effettivo dei cattolici nella vita politica dell'Italia dopo l'Unità. (36)
La vittoria elettorale giovò poco a Giolitti, perché la maggioranza vincente
era ibrida: clericali e anticlericali, liberali giolittiani e liberali di
tendenze nazionaliste ed autoritarie. E così, per es., nella discussione sul
bilancio dell'impresa libica il governo fu confortato dalla maggioranza, ma il
progetto di legge di Finocchiaro Aprile sulla precedenza del matrimonio civile
nei confronti di quello religioso fu bocciato dal parlamento (Ragionieri [op.
cit. 1976:
p. 1960]). Giolitti si dimise, nel marzo 1914 diventò presidente del Consiglio
Antonio Salandra, tra l'altro il più deciso avversario del divorzio fra i
liberali (Ragionieri: ivi).
Dal marzo 1914 al 24 maggio 1915 (data dell'intervento italiano nella guerra
mondiale) prima la così detta "settimana rossa", poi appunto la questione
dell'intervento nel conflitto mondiale caratterizzano la vita politica.
Nel
giugno del 1914 un moto popolare spontaneo divampò nelle Marche e in Romagna. Il
Partito socialista fu assolutamente incapace di dirigere il moto, che si spense
dopo una settimana, mentre l'alta borghesia e il re cominciavano a maturare la
convinzione della necessità di provvedimenti ben più autoritari di quelli di Giolitti.
Poi a luglio l'attentato di Serajevo: è il momento dei nazionalisti (e
dei gruppi industriali ad essi legati), di una gran parte di intellettuali
(D'Annunzio tiene discorsi di fuoco), di studenti, di scatenate torme di
piccolo-borghesi, persino di alcuni cattolici che si schierano a favore
dell'intervento, è il momento del voltafaccia di Mussolini che da socialista
rivoluzionario diventa acceso nazionalista.
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E tuttavia, come osserva Procacci,
il fronte interventista era minoritario nel paese e nel parlamento: i
socialisti, e dunque le masse popolari da essi influenzate, furono e rimasero
contrari, contrari erano in maggioranza i cattolici, contrario era Giolitti,
figura pur sempre prestigiosa e autorevole, il quale riteneva che la neutralità,
peraltro garantita dal patto della Triplice alleanza (37), avrebbe potuto in
seguito essere ricompensata dall'Austria, contraria era anche una parte del
mondo finanziario (la Banca commerciale aveva capitali tedeschi).
Ed invece
nell'aprile del 1915 il governo, sostenuto dalla monarchia e senza informarne
preventivamente il parlamento, con il Patto di Londra si impegnò ad entrare in
guerra contro gli Imperi Centrali, "dietro la promessa ricevuta che, a vittoria
conseguita, l'Italia avrebbe ottenuto il Trentino, con il Tirolo meridionale,
Trieste e la Dalmazia, con esclusione della città di Fiume" (Procacci [op.
cit. 1975:
p. 482]).
Sicché le manifestazioni di studenti e piccolo-borghesi, che osannavano
alla guerra, che inveivano contro Giolitti, e che avrebbero potuto essere
disperse dalla polizia, così come erano state disperse le manifestazioni di
segno opposto dei contadini e degli operai, in realtà "furono incoraggiate nella
loro azione [...] perché il governo e la corte avevano già deciso di servirsi di
esse per conferire un qualche crisma di volontà popolare alla decisione che
avevano preso, stipulando il Patto di Londra all'insaputa del parlamento e del
paese." (Procacci, ivi: pp. 483-484)
Perché? Perché si pensava che la guerra si
sarebbe conclusa in breve tempo? Forse, ma "l'elemento decisivo fu probabilmente
la convinzione che una guerra breve e vittoriosa avrebbe facilitato, mediante
l'instaurazione di una maggiore disciplina nel paese, un'involuzione in senso
autoritario [...] dello Stato, avrebbe dato respiro alle forze della
conservazione e dell'ordine costituito e allontanato le minacce sovversive.
L'intervento fu perciò anche - e si sarebbe tentati di dire soprattutto - un
atto di politica interna, una sorta di piccolo colpo di Stato appena rivestito
di forme di legalità. I pieni poteri al governo furono votati infatti dal
Parlamento con larghissima maggioranza, ma si trattava di un Parlamento che,
stretto tra le pressioni dell'Esecutivo e quelle della piazza, aveva ormai
perduto la sua libertà." (Procacci, ivi: p. 484)
Ciò che accade nel primo dopoguerra ben si spiega alla luce di questa tesi e,
in generale, della situazione politica e socio-economica degli ultimi anni
dell'età giolittiana e del breve periodo che segue. Il mondo liberale si va
sfaldando, perché nascono "organizzazioni di vario tipo e di diverso
orientamento", le quali hanno in comune il fatto di porsi fuori e in antagonismo
nei confronti del quadro tradizionale: "Si trattava, fondamentalmente, di gruppi
che avevano in comune l'ostilità alla gestione dello Stato così come essa si era
venuta delineando [...], portatori di esigenze e spinte spesso anche torbide ed
equivoche, tendenti all'eversione assai più che al rinnovamento" (Ragionieri
[op. cit. 1976: p. 1991]).
La riforma elettorale di Giolitti, lo sviluppo del movimento
socialista e del movimento nazionalista segnano l'ingresso delle masse nella
vita politica. La guerra, "la prima grande esperienza collettiva del popolo
italiano" (Procacci [op. cit. 1975: p. 489]), amplia ulteriormente questo ingresso, ma
determina anche conseguenze che esploderanno dopo il conflitto. Molto bene
scrive Procacci (ivi): "[...] d'ora in poi quando un contadino dovrà pensare
alla 'patria', il suo pensiero correrà spontaneamente alla sola che egli avesse
conosciuto, quella delle stellette e delle trincee, dei sacrifici e delle
umiliazioni. Per contro nella mente del piccolo borghese, dell'ufficiale di
complemento, il concetto di patria, sia pure con segno inverso, rimarrà
associato con quello della guerra: l'Italia sarà per lui l'Italia di Vittorio
Veneto, celebrata con tutti gli orpelli della retorica dannunziana. Si formavano
così due tipi di blocchi psicologici: per gli uni essere italiani, essere
patrioti significava anche essere dannunziani e interventisti; per gli altri
essere democratici, rivoluzionari, essere repubblicani significava anche, in
maggiore o minor misura, essere rinunciatari [...]."
I reduci, i soldati ritornati dalla guerra, sia gli appartenenti ai ceti
popolari sia gli appartenenti alla piccola e media borghesia, si trovarono a
vivere in una situazione di malessere, miseria, disoccupazione, e protestarono
militando nei partiti. E così cambiarono le dimensioni dei partiti, che
diventarono effettivamente partiti di massa, non solo il Partito socialista, ma
anche il cattolico Partito popolare, fondato nel 1919 dal sacerdote Luigi
Sturzo. Inoltre, nello stesso 1919 nacquero l'Associazione degli arditi d'Italia
ed altre associazioni di combattenti e di reduci.
Le decisioni riguardanti
l'Italia prese alla conferenza di Versailles vennero criticate dai nazionalisti,
perché l'Italia non otteneva né la Dalmazia né la città di Fiume. Nasceva così
il mito della 'vittoria mutilata',
D'annunzio nel settembre del 1919 occupò
Fiume con un reparto di militari, e solo alla fine del 1920 il governo impose
con la forza lo sgombero della città.
Da parte operaia, si ebbe il cosiddetto
'biennio rosso' (1919-1920): una serie di scioperi e l'occupazione delle
fabbriche, non solo a Torino, che fu chiamata la "Pietrogrado d'Italia", ma
anche a Firenze, a Napoli, a Palermo, un'occupazione caratterizzata dal fatto
che gli operai non interruppero la produzione, ma tentarono un esperimento di
autogestione, organizzandosi in 'consigli di fabbrica' su suggestione dei soviet
russi, e con terrore degli industriali e dei ceti medi.
Nel clima incandescente del dopoguerra due fatti si impongono. Il 21 gennaio
1921, nel Congresso di Livorno, una frazione del Partito socialista, costituita
dal gruppo ruotante intorno al giornale "Il Soviet", capeggiato da Amadeo
Bordiga, e dal gruppo ruotante intorno al giornale "Ordine Nuovo", il cui più
importante esponente era Antonio Gramsci, si separa e fonda il Partito comunista
d'Italia (poi a partire dal 1926 Partito comunista italiano). Chiara conseguenza
della rivoluzione russa e della fondazione (nel 1919) della Terza
Internazionale.
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In secondo luogo, nel 1919 Mussolini fonda a Milano i fasci di
combattimento, dal 1921 Partito nazionale fascista. Comincia effettivamente
l'agonia dello stato liberale (nulla può fare l'ultimo ministero Giolitti, dal
giugno 1920 fino al luglio 1921, quando diventa presidente del Consiglio Ivanoe
Bonomi), si diffonde sempre più (e solo nel secondo dopoguerra, dinanzi agli
orrori perpetrati dai regimi totalitari, vi sarà un cambiamento di rotta) una
completa sfiducia nel sistema democratico-parlamentare, sfiducia che
caratterizza non solamente il giovane movimento comunista ma un po' tutte le
forze ideologiche e politiche in campo (38).
Al fascismo riesce ciò che agli altri movimenti non riesce, né, forse, poteva
riuscire: unire intorno a sé un blocco di soggetti e forze sociali, l'alta
borghesia e i proprietari fondiari, i nazionalisti, gran parte dei reduci, la
frustrata media e piccola borghesia, le gerarchie della chiesa cattolica (che si
allontanano sempre più dal pur cattolico Partito popolare), la monarchia (e
questo significa anche l'aristocrazia), e quindi l'esercito.
Il fascismo sfrutta
la paura del comunismo e le divisioni e le incertezze all'interno dei partiti di
sinistra, sfrutta i metodi violenti che colpiscono, sorprendono, disorientano le
masse, sfrutta la crisi economica e ideale del dopoguerra, ma soprattutto
sfrutta il fatto che la tentazione del governo forte fin dal periodo di Crispi
cova in ampi settori delle classi dirigenti e negli ambienti della monarchia:
quel 'colpo di stato appena rivestito di forme di legalità', come dice Procacci,
che aveva portato all'intervento italiano nel conflitto mondiale, ne era un
chiaro segno. E del resto, ancora un colpo di stato, appena rivestito di forme
di legalità, sarà l'operazione con cui il re, nel 1943, si libererà del duce del
fascismo, diventato ormai inutile e ingombrante.
Il 27 ottobre 1922, quando Mussolini annuncia che le sue camicie nere
marciano su Roma, il presidente del Consiglio, Luigi Facta, propone al re di
firmare il decreto di stato d'assedio. Il gesto di Vittorio Emanuele III,
rifiutare di firmare il decreto ed invitare Mussolini a formare il nuovo
governo, costituisce il momento in cui tutti i punti che abbiamo sommariamente
visto in precedenza si completano in modo emblematico. Mussolini giunse a Roma
da Milano il 30 ottobre, e quella che fu chiamata "marcia su Roma", a parte le
solite violenze, fu solo una buffonata.
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Dal 1922 al 1925 Mussolini cercò di governare insieme con alcuni esponenti
degli altri partiti (anche del Partito socialista) e accettando l'opposizione.
Ma il suo programma era ben altro che un regime parlamentare. Già il 14 novembre
1922 Luigi Cesena, un liberale-democratico, scriveva nel "Giornale d'Italia": "
[...] se i pieni poteri non gli [a Mussolini] vengono concessi, egli se li
prenderà ugualmente: non si compie una rivoluzione per poi arrestarsi dinanzi a
delle prescrizioni statuarie che gli avvenimenti hanno dimostrato insufficienti
per tenere a freno i pazzi anche muniti della medaglietta di deputato."
(39)
Mussolini stesso dice in un discorso
dell'8 gennaio 1923: "Non si torna più indietro. Ciò che è stato è irrevocabile!
Tutte le vecchie classi, i vecchi partiti, i vecchi uomini e le più o meno
antiquate cariatidi sono state spazzate dalla rivoluzione fascista, e nessun
prodigio potrà ricomporre questi cocci che devono passare al museo delle cose
più o meno venerande." (ivi: p. 277)
Il 25 gennaio 1924 il re sciolse la Camera e indisse nuove elezioni. Si
cercava cioè un riconoscimento elettorale, e quindi una maggioranza di deputati
di fede fascista. Il 28 gennaio, in una delle prime adunate a Piazza Venezia,
"Mussolini [...] riaffermò l'intransigenza ideale del fascismo, negazione 'di
tutta la ideologia societaria, democratoide e socialistoide'. [...] E concluse:
'Noi, quando si tratta della patria, quando si tratta del fascismo, siamo pronti
a uccidere e a morire'." (ivi: p. 307)
Le elezioni, organizzate in modo tale da assicurare la maggioranza ai
deputati fascisti, furono precedute e seguite da violenze nei confronti degli
oppositori. Questo fu denunciato dal deputato socialista Giacomo Matteotti in un
vibrante discorso alla Camera, il 30 maggio.
Il 10 giugno Matteotti fu rapito
(la sua salma fu ritrovata il 16 agosto). I deputati dell'opposizione decisero
di astenersi dai lavori parlamentari fino a che non fosse reintegrata l'autorità
della legge (questo gesto fu chiamato secessione dell'Aventino).
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Grazie alle
violenze, alle prime forme di controllo della stampa, alla complicità della
monarchia, Mussolini riuscì a superare la crisi e il 3 gennaio 1925 poté
permettersi di affermare impunemente in una seduta della Camera: "Dichiaro qui,
al cospetto di questa assemblea e al cospetto di tutto il popolo italiano, che
io assumo, io solo, la responsabilità politica, morale, storica di tutto quanto
è avvenuto. [...] Se il fascismo è stato un'associazione a delinquere, io sono
il capo di questa associazione a delinquere!" (ivi: p. 355).
Nel corso del 1925 e del 1926 il regime dittatoriale si stabilizza, con
l'abolizione delle libertà costituzionali, lo scioglimento dei partiti (escluso,
naturalmente, quello fascista), l'istituzione del Tribunale speciale per la
difesa dello stato, le violenze e i processi contro gli oppositori. Ed infine,
l'11 febbraio 1929 Mussolini e il cardinale Pietro Gasparri firmano, dopo
trattative, proposte e schemi (40), i Patti del Laterano.
Lo Stato italiano, tra
l'altro, riconosce alla Santa Sede la sovranità sul Vaticano (articolo 3),
riconosce la religione cattolica apostolica e romana come l'unica religione
dello stato (articolo 1), riconosce al sacramento del matrimonio disciplinato
dal diritto canonico gli effetti civili (articolo 34); la chiesa riconosce il
Regno d'Italia, sotto la dinastia di casa Savoia, e con Roma come capitale
(articolo 26). Mussolini diventa "l'uomo della Provvidenza", cioè la chiesa si
aggiunge al blocco costituito dagli industriali, dai proprietari fondiari, dalla
monarchia. La strada verso il consenso di massa al regime è ormai aperta.
Sul piano economico-sociale strumento per la creazione del consenso furono la
"battaglia del grano", la "bonifica integrale", lo sviluppo dei lavori pubblici
e le "Corporazioni". Negli anni dal 1922 al 1926 le spese per le importazioni di
grano avevano costituito il 15 per cento del totale delle importazioni italiane,
pesando notevolmente sul bilancio dello stato (cfr. Castronovo [op. cit. 1975: p. 276])
(41).
La "battaglia del grano", "intorno alla quale il regime fece sfoggio di un
primo autentico apparato propagandistico di massa" (ivi), cominciò nel 1925,
mirò, e con successo indiscutibile, ad aumentare la produzione nazionale di
grano attraverso l'aumento di rendimento degli agricoltori e la trasformazione
di zone paludose in zone adatte alla coltivazione di grano.
La "bonifica
integrale" si agganciò a tale battaglia, in quanto non solo mirò "alla
sistemazione con opere pubbliche di terreni paludosi, alla regolazione delle
acque, a rimboscamenti, a costruzioni stradali", ma anche integrò tutto ciò con
"obbligatorie opere private d'irrigazione, costruzioni rurali, dissodamenti,
piantagioni e via dicendo, in modo da rendere i terreni regolarmente coltivabili
e atti all'insediamento stabile di popolazione contadina." (Salvatorelli / Mira
[1972, vol. 1: p. 564])
Le opere di bonifica diedero lavoro a migliaia di persone,
e in tale direzione andò anche lo sviluppo dei lavori pubblici, soprattutto per
quanto riguarda il rifacimento delle strade e l'organizzazione della rete
stradale, per quanto riguarda la organizzazione della rete ferroviaria (furono,
tra l'altro, raddoppiati i binari, elettrificate le linee, condotte a termine
le linee dirette Bologna-Firenze e Roma-Napoli, e nacque il motto secondo cui "i
treni arrivano in orario", cfr. per tutto ciò Salvatorelli / Mira, ivi: p. 568), per
quanto riguarda la costruzione di scuole e case popolari.
A parte la mania di
grandezza (non priva di cattivo gusto) che caratterizzò le imprese urbanistiche,
specie a Roma ("Tra cinque anni Roma deve apparire meravigliosa a tutte le genti
del mondo; vasta, ordinata, potente come fu ai tempi del primo impero di
Augusto", disse Mussolini il 31 dicembre 1925, cfr. ivi: p. 570), l'aspetto
negativo dei lavori pubblici fu la corruzione. Conviene citare a tale proposito
l'ottima sintesi di Salvatorelli/Mira (ivi: p. 567):
Come ogni regime dispotico, il fascismo doveva premiare e mantener fedeli
molti benemeriti del regime, molti sovventori del partito, e non permettendo la
libera formazione delle idee e delle fedi, doveva legare a sé molta gente, oltre
che con l'obbedienza coatta, con l'interesse. Gli imprenditori di lavori
edilizi, ferroviari, idraulici, portuali ecc. ebbero sotto il fascismo anni di
lauti guadagni; molti gerarchi del regime ne trassero leciti ed illeciti
profitti; una parte della burocrazia, specie quella che s'occupava di appalti,
commesse, collaudi, non era insensibile alla tentazione dei regali. [...] Sotto
il fascismo le voci di corruttela negli organi del governo e
dell'amministrazione diventarono sempre più frequenti ed insistenti; finché vi
fu un resto di libertà di stampa esse presero corpo anche in pubbliche accuse e
denunzie; poi rimasero, fino alla caduta del regime, un incessante e sempre più
diffuso argomento di discredito, di rancore, di disprezzo. Il divieto di ogni
critica al governo, il silenzio dei governanti stessi sullo scabroso tema, la
sfiducia nella giustizia, la persecuzione di ogni avversario coraggioso, lo
stile del regime, gonfio di retorica e ammorbato d'insincerità, aggravavano il
male. Ma il malcostume è inscindibile dai regimi di servitù, e il ricordo delle
grandi opere pubbliche del fascismo è strettamente legato a quello della sua
corruttela.
Nel 1925 fu fondato il "Consiglio nazionale delle Corporazioni" che ebbe il
suo effettivo collaudo a partire dal 1930. Già nel 1921 Mussolini aveva scritto
che la società capitalistica "ha realizzato quel tanto di socialismo che le
poteva giovare e non vi saranno ulteriori progressi in questa direzione." E
ancora: "Il capitalismo non è soltanto un apparato di sfruttamento [...]: è una
gerarchia; non è soltanto una rapace accumulazione di ricchezza: è una
elaborazione di valori, fattasi attraverso i secoli. Valori oggi insostituibili"
(cit. in Castronovo [op. cit. 1975: p. 239]).
Come dovevano entrare tali valori nello stato
fascista? E in quale direzione si doveva andare, dato che ormai il socialismo
non poteva più giovare? La risposta, a partire appunto dal 1925, fu che gli
interessi del capitale e della produzione dovevano essere identificati con gli
interessi della nazione, doveva trattarsi dunque di interessi "disciplinati", e
i lavoratori - come disse Mussolini in un discorso agli operai di Milano nel
1934 - "dovevano entrare sempre più intimamente a conoscere il processo
produttivo e a partecipare alla sua necessaria disciplina", giacché la giustizia
sociale era "l'uguaglianza verace e profonda di tutti gli individui di fronte al
lavoro e di fronte alla nazione" (cfr. Salvatorelli / Mira [op. cit. 1972, vol. 1:
p. 589]).
Le Corporazioni erano appunto gli organi, dello stato, che dovevano
rappresentare, garantire, disciplinare l'unità di intenti nazionali tanto dei
datori di lavoro quanto dei lavoratori, intenti che esse collegavano. Secondo il
regime, le Corporazioni dovevano rappresentare il superamento del liberalismo e
del socialismo, in quanto mediavano fra capitale e lavoro, e 'costringevano'
l'iniziativa privata a fare i conti con le esigenze della nazione, eliminando
così la componente individualistica dell'economia classica e contemporaneamente
le ragioni stesse della lotta di classe di stampo marxista.
Dicevo che il collaudo del sistema corporativo si ebbe a partire dal 1930 (di
collaudo parlò il ministro delle Corporazioni, Bottai, nel 1931). Infatti, tale
sistema giocò il suo ruolo nella risposta del regime alla crisi economica
mondiale del 1929 (per uno sguardo sulla crisi del '29, cfr. Storaci (a cura di)
[42], per quanto riguarda la crisi in Italia, cfr. Castronovo [op.
cit. 1975:
pp. 284-295]).
In sostanza: il regime superò la crisi intervenendo direttamente a favore
delle industrie con il denaro dello stato, giacché erano gli industriali stessi
che, abbandonati gli indirizzi liberali, chiedevano aiuto, cioè finanziamento,
allo Stato.
D'altra parte, grazie all'azione delle Corporazioni, i grandi gruppi
industriali - come la Fiat e la Montecatini - ebbero la possibilità di premere
sullo Stato, al fine di rafforzarsi sempre di più, e di mantenere bassi i salari
degli operai. "Le superstiti resistenze che essi potevano incontrare da parte
della burocrazia e dell'amministrazione statale erano facilmente aggirate nel
clima di dilagante corruzione che siffatta compenetrazione tra Stato, partito e
Corporazioni aumentava e favoriva." (Procacci [op. cit. 1975: p. 517])
Sul piano culturale il fascismo cercò di esercitare il suo controllo con
l'Accademia d'Italia (fondata il 25 marzo 1926), che comprendeva rappresentanti
non solo delle scienze fisiche e morali, ma anche delle arti e delle lettere, e
con le ingerenze nella scuola e nell'università, le quali ultime giunsero (1931)
all'obbligo per i professori universitari di giuramento secondo la formula
"Giuro di essere fedele al re, ai suoi reali successori, al regime fascista
[...]". Solo tredici professori rifiutarono di giurare, i nomi di questi
benemeriti sono in Salvatorelli / Mira [op. cit. 1972, vol. 1: p. 532].
Ma la cultura non era soltanto costituita da accademie (più tardi da Istituti
di cultura fascisti) e dalle università (dove compariranno pure cattedre di
mistica fascista): la cultura era anche la letteratura rispetto alla quale, come
ha notato Alberto Moravia, il fascismo si mostrò impreparato. Fu proprio la
letteratura, più specificamente il romanzo, e proprio a partire dal 1929, con
Gli indifferenti di Moravia, a dare enorme fastidio al 'grandioso' regime.
(Sulla opinione di Moravia a proposito della impreparazione fascista rispetto
alla letteratura, su Gli indifferenti e sulla reazione fascista al romanzo si
veda Il bisogno di personaggi e la tragedia impossibile) E alla letteratura
vogliamo ora tornare.
(30) Ragionieri, Ernesto, La storia politica e sociale,
in Storia d'Italia, volume quarto, tomo terzo, Einaudi, Torino 1976, p.
1866. (torna su)
(31) Giolitti assume la carica di presidente del Consiglio
nel novembre 1903, la lascia momentaneamente dal marzo 1905 al maggio 1906 (si
ha un breve ministero presieduto da Fortis e poi un brevissimo ministero di
Sonnino, capo dell'opposizione parlamentare), la riprende fino al 1909. (torna
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(32) Gianni, Angelo, Perché la storia, D'Anna,
Messina-Firenze 1975, p. 169. (torna su)
(33) Procacci, Giuliano, Storia degli italiani,
Laterza, Roma-Bari 1975, p. 463 (prima edizione: 1968). (torna
su)
(34) Sullo sviluppo economico in età giolittiana si veda
Castronovo, Valerio, La storia economica, in Storia d'Italia,
volume quarto, tomo primo, Einaudi, Torino 1975, pp. 5-506, in particolare i
capitoli La fase espansiva in età giolittiana (pp. 130-168) e Il primo
profilo di una società industriale (pp. 168-206). (torna su)
(35) La divisione va al di là della situazione italiana: è
nell'ambito della Seconda Internazionale (fondata a Parigi nel 1889) che emerge
la linea riformista, è Bernstein che sostiene la revisione del marxismo,
infatti, così affermava, "Le istituzioni liberali si distinguono dalle altre
proprio per la loro capacità di trasformarsi e svilupparsi. Non occorre quindi
distruggerle, occorre svilupparle maggiormente." (cit. in Gianni [op. cit. 1975:
p. 132]) (torna su)
(36) Complesso e di grande interesse è il tema del
movimento cattolico nella storia italiana, tanto più se si pensa che dopo la
seconda guerra mondiale sarà proprio il partito dei cattolici a reggere le sorti
della politica. Rinvio all'ottimo Ragionieri [op. cit. 1976: pp. 1705-1713,
1786-1795, 1899-1928], mi limito ad osservare che già le condizioni poste dai
cattolici per il loro voto a favore dei candidati liberali (il problema del
divorzio e dell'insegnamento religioso) mostrano chiaramente quella direzione
clericale ed antisocialista che sfocia nei Patti del Laterano, nel
riconoscimento del duce del fascismo come "uomo della Provvidenza", e nel ruolo
conservatore che la Democrazia cristiana svolgerà nel secondo dopoguerra. Sicché
ha ragione Ragionieri quando afferma (ivi: p. 1787) che, certo, sia il movimento
operaio e contadino sia il movimento cattolico (e contadino) praticano una
moderna attività sociale, affondano le loro radici nella stessa crisi della
società e dello Stato in Italia, esprimono un'analoga e convergente tendenza
delle classi subalterne a sottrarsi all'egemonia delle classi dominanti, e
tuttavia: "l'esito dei due processi - cronologicamente paralleli e con alcuni
aspetti comuni - fu notevolmente diverso. Mentre, infatti, l'affermazione del
movimento operaio e contadino promosse la formazione della prima reale forza di
opposizione organizzata nella società italiana, l'acquisizione di una base di
massa da parte del movimento cattolico pose le premesse per un'operazione ricca
di elementi contraddittori, ma destinata nel lungo periodo a rafforzare il
blocco di potere delle classi dominanti." (torna su)
(37) Il patto prevedeva l'intervento italiano se la
Germania o l'Austria fossero state aggredite. Chiaramente non era questo il
caso, e dunque l'Italia poteva mantenersi neutrale. (torna
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(38) Si legga a tale proposito Canfora, Luciano,
Togliatti e i dilemmi della politica, Laterza, Roma-Bari 1989, pp. 37-58, il
quale anzi ricorda come proprio Lenin si differenziasse dalla convinzione -
altrimenti piuttosto diffusa - della 'morte della democrazia': "[...] ancora al
principio degli anni Venti, Lenin polemizzava duramente nell'opuscolo contro
l'estremismo - pubblicato, per la precisione, nel giugno del '20 - contro quei
comunisti che davano per spacciata e dunque non difendibile la democrazia
parlamentare, e ricordava in proposito l'iniziativa suicida degli 'spartachisti'
berlinesi, messa in opera nonostante l'opinione contraria di Liebknecht e della
Luxemburg [...]". (ivi: p. 52) (torna su)
(39) Salvatorelli, Luigi / Mira, Giovanni, Storia
d'Italia nel periodo fascista, Mondadori, Milano 1972, vol. 1: p. 249 (prima
edizione: Einaudi, Torino 1964). (torna su)
(40) Un'ottima sintesi è Salvatorelli / Mira [op. cit. 1972,
vol. 1: pp. 449-511]. (torna su)
(41) "[...] nel 1925 l'importazione fu 22 419 000 quintali,
con uno sborso di quasi quattro miliardi di lire, che costituivano quasi la metà
del deficit della bilancia commerciale." (Salvatorelli/Mira [op. cit. 1972, vol.
1: p. 562]) (torna su)
(42) Storaci, Marina (a cura di), La crisi del '29,
Zanichelli, Bologna 1983. (torna su)
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