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3. Riviste, frammento, romanzo
Fenomeno centrale della cultura nel periodo schizzato nel paragrafo
precedente è costituito dalle riviste. Uno sguardo, anche se sommario, ad alcune
significative riviste ci permetterà di cogliere gli aspetti ideologici e
letterari (come sempre, l'interesse sarà per la narrativa, per la questione del
romanzo) del periodo che va dall'età di Giolitti alla costituzione dello stato
totalitario.
Firenze è il centro delle riviste di cui parleremo. Giuseppe Prezzolini
(1882-1982) e Giovanni Papini (1881-1956) fondarono e diressero "Il Leonardo"
(1903-1907). Il programma culturale di questa rivista si concretizzava
nell'esaltazione di un individualismo tanto generico quanto esasperato, aperto a
molti altri 'ismi': idealismo, relativismo, occultismo.
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In realtà, come disse Prezzolini, l'unificazione della rivista si basava più sugli "odî" che sui "fini
comuni" (Tateo / Valerio / Pappalardo [op. cit. 1985, vol. 3, tomo I: p. 424]). E gli odî erano
per il sistema di Giolitti, la classe operaia e le sue organizzazioni, la
civiltà industriale, il positivismo e il verismo.
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Né va trascurata
l'affermazione del diritto italiano al "primato", un primato che Papini
intendeva, almeno in un primo momento, come fatto culturale, come primato nella
cultura europea, non primato di tipo politico ed economico.
Politico ed economico era invece il primato che auspicava per l'Italia "Il
Regno" (1903-1906), fondato da Enrico Corradini (1865-1935). In questa rivista
vennero elaborati alcuni miti della ideologia nazionalistica (tra gli altri
quello della "nazione proletaria", che ebbe fortuna; su tali miti si fonda la
direzione conservatrice del populismo in Italia, si veda in proposito
"Andare
verso il popolo": populismo e alienazione, sul racconto Andare verso il popolo e
sul romanzo La romana di Alberto Moravia), e anche qui era presente l'avversione
per la "mentalità democratica", per la collaborazione fra borghesia liberale e
socialisti riformisti. Si riteneva necessaria una "riforma morale", e gli
intellettuali dovevano farsene promotori, assumendosi il compito di educatori,
rivalutando così la funzione politica della cultura.
"Hermes" (1904-1906), fondata da Giuseppe Antonio Borgese (1882-1952),
partiva da un esplicito interesse per la letteratura e da una dichiarata
ammirazione per D'Annunzio. Ma il discorso letterario era base di un discorso
politico, fondato sull'estetismo, sul nazionalismo, sulla affermazione della
superiorità della razza latina, in vista di un preteso riscatto della nazione
italiana.
Nel 1908 Prezzolini e Papini fondarono "La Voce". La storia e le
trasformazioni di questa rivista sono interessanti. A "La Voce" collaborò
Gaetano Salvemini (1873-1957), figura di spicco dell'opposizione democratica a Giolitti.
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Quando nel 1911 scoppiò la guerra di Libia, Salvemini fu decisamente
contro la guerra, mentre Prezzolini intendeva mantenere una posizione neutrale.
Salvemini lasciò la rivista e ne fondò un'altra, "L'Unità", nel 1911. Prezzolini
diresse "La Voce" fino al 1914 (ad eccezione di un breve periodo, 4 aprile - 31
ottobre 1912, in cui direttore fu Papini, il quale nel dicembre dello stesso
anno fondò insieme con Ardengo Soffici (1879-1965) ancora una rivista,
"Lacerba": vicina in un primo momento al futurismo, cessò le pubblicazioni nel
maggio 1915); dal 1914 al 1916 "La Voce" fu diretta da Giuseppe De Robertis
(1888-1963), che la trasformò in rivista letteraria, sostenitrice dell'autonomia della letteratura.
In sostanza, le fasi della storia della rivista sono due: la prima sotto la
direzione Prezzolini (in un primo tempo con l'influenza di Salvemini), la
seconda sotto la direzione di De Robertis.
La prima fase è caratterizzata, per così dire, da una doppia faccia.
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Da una
parte, la solita polemica contro la democrazia parlamentare, il socialismo, la
decadenza morale della nazione, là dove però (e qui si nota la presenza di Salvemini) largo spazio trovano concrete questioni sociali e politiche: scuola e
università, problema meridionale, problema della burocrazia, problema del
suffragio universale (su questi temi si fondava l'opposizione democratica di
Salvemini).
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Dall'altra parte, la rivista sostiene la necessità di un
rinnovamento culturale, si occupa delle maggiori correnti del pensiero
contemporaneo, e rinuncia programmaticamente a qualsiasi 'ortodossia unitaria',
cioè non vuole avere un orientamento unitario, vuole piuttosto essere luogo di
incontro e di confronto dialettico fra diverse esperienze intellettuali,
evitando le posizioni intolleranti. Questo perché ciò che veramente conta è
l'azione culturale, e non la militanza politica: gli intellettuali devono
studiare, confrontarsi, illuminare le vie per la formazione di una nuova classe
politica dirigente. Chiara è dunque anche qui la convinzione del primato della
cultura, ma in forme non provinciali e non dogmatiche.
Fermiamoci per il momento qui. Ciò che le riviste mettono in luce è un fronte
intellettuale avverso allo stato liberale, e al tempo stesso 'organico' in buona
parte a settori delle classi dominanti (basti pensare che i nazionalisti, come
già notato, vengono sostenuti dalle industrie siderurgiche). Luperini [op. cit. 1981:
pp. 49-50] ha inquadrato ottimamente il fenomeno:
Nel sistema borghese si apre - ed è anche questo un fenomeno storico nuovo -
la possibilità di una contraddizione fra classe dominante e ceto intellettuale,
come conseguenza dello stesso sviluppo delle forze produttive: la classe
dominante e il suo ceto politico lasciano ancora qualche margine d'autonoma
iniziativa agli intellettuali per esercitare attraverso di essi il proprio
dominio sociale e conquistare il consenso, ma nello stesso tempo producono una
loro crescita e massificazione che suscita in essi malcontento e aperta
insofferenza, anche perché il blocco corporativo fra settori capitalistici
dell'industria e classe operaia del Nord (voluto da Giolitti) tende a
sacrificare i ceti sociali non protetti e quindi a emarginare consistenti strati
della piccola borghesia (soprattutto contadina, ma anche del ceto medio
intellettuale).
Si spiega così l'ambivalenza del comportamento degli intellettuali del primo
Novecento, del loro sovversivismo oscillante fra l'espressione delle istanze più
radicali della classe dominante e la polemica contro di questa, sorretta
prevalentemente da spinte anarcoidi, nelle quali si manifesta però un reale
disagio sociale.
L'esigenza di impegno che tutte le riviste giovanili mostrano nei primi anni
del secolo sino allo scoppio della prima guerra mondiale nasce dalla coscienza
che gli intellettuali possono, in quanto tali, avere ancora una funzione
sociale, anche se (s'intuisce) diversa dal passato: di qui il successo di una
formula pubblicistica (la rivista di politica e di cultura) destinata ad avere
un notevole sviluppo in epoca più recente.
Tale volontà di protagonismo da parte degli intellettuali trova il punto
d'arrivo nella mobilitazione a favore dell'intervento italiano nella guerra
mondiale: in nome di ragioni economiche (l'espansionismo determinerà la
prosperità) e di prestigio (l'Italia deve raggiungere una posizione di forza fra
gli stati europei, sono argomenti, questo e il precedente, già elaborati da "Il
Regno"); in nome di ragioni morali (la guerra determinerà uno sviluppo delle
virtù umane, è un argomento de "La Voce"); in nome della "igiene del mondo",
cioè la guerra è la necessaria medicina per una età di decadenza e di corruzione
(così pensano i futuristi); in nome della necessità di portare a compimento
l'unità nazionale e gli ideali del Risorgimento (è la tesi di Salvemini).
In
ogni caso: l'opposizione a Giolitti, o ancora di più: l'avversione, l'odio e il
livore nei confronti dei parlamento, del socialismo, della politica giolittiana
a favore di una collaborazione fra liberali e socialisti riformisti,
costituiscono il cemento della propaganda interventista che riesce a conquistare
strati dell'opinione pubblica, anche se non la maggioranza.
E tuttavia, proprio la seconda fase de "La Voce", quella della direzione di
De Robertis, segna una inversione di tendenza. Ma prima è necessario dire che
neutralista (avversario dell'intervento italiano nella guerra mondiale) fu
Benedetto Croce (1866-1952). Ed è giunto il momento di spendere qualche parola
su di lui. Giustamente ha osservato Guglielmino [op. cit. 1971: I/78]:
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Sin dai primi anni del secolo ha inizio l'attività di Benedetto Croce: con
una vastità di interessi - dalla filosofia alla storiografia, dall'estetica alla
critica - e di produzione veramente rara, ed un'importanza fondamentale nella
cultura del Novecento. Si tratta di un impegno culturale e politico perseguito,
senza riposo, per quasi mezzo secolo, di una disciplina intellettuale che è
anzitutto - al di là di ogni polemica - un alto esempio etico.
Dato che stiamo parlando di riviste, diciamo subito che dal 1903 al 1944
l'impegno di Croce fu in buona parte rappresentato da "La Critica", la sua
rivista di storia, letteratura e filosofia. Ancora una volta mi sembra adeguato
citare l'ottima sintesi di Guglielmino (ivi: I/79):
Le pagine della rivista [...] registrarono le tappe fondamentali dell'azione
politica crociana: il dibattito con la cultura irrazionalistica italiana
(riviste fiorentine) ed europea; la polemica contro il "tradimento dei chierici", contro cioè quella cultura che dall'irrazionalismo era approdata
all'attivismo interventista; lo scontro con Gentile che dalle iniziali posizioni
era diventato il teorico del fascismo. In seguito (e sia pure con le cautele
imposte dalla situazione del ventennio) La Critica fu la pubblicazione più seria
della cultura di opposizione: quelle pagine, lette col complesso stato d'animo
col quale ci si accosta al proibito, furono scuola di libertà per una
generazione di intellettuali.
Per capire Croce bisogna andare un po' indietro nel tempo e ricordare una
scuola di tendenza hegeliana che si costituì a Napoli verso il 1840-50, scuola a
cui appartenne, tra gli altri, Francesco De Sanctis. Tale tendenza filosofica
non si estinse del tutto neppure nel periodo di egemonia positivista, e ad essa
si collega appunto Croce.
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Inoltre, bisogna tenere ben presenti gli interessi
storiografici del filosofo (Teoria e storia della storiografia, 1917, Storia
d'Italia dal 1871 al 1915, 1928, Storia d'Europa nel secolo XIX, 1932, La storia
come pensiero e come azione, 1938), là dove l'interesse filosofico è in rapporto
con il tentativo di capire il valore della storia; e ancora non bisogna
dimenticare che in un primo momento Croce fu vicino al marxismo e al socialismo
(fu allievo del filosofo marxista Antonio Labriola), e poi ebbe interesse per le
teorie di Sorel.
L'amicizia con Giovanni Gentile (43) indusse Croce a
riesaminare il pensiero di Hegel e ad allontanarsi dal socialismo. Il distacco
dal socialismo lo portò a posizioni conservatrici e, dopo la guerra, nel periodo
di agonia dello stato liberale, a considerare il fascismo come un movimento in
grado di restaurare l'autorità dello stato contro la disgregazione sovversiva.
Quando, a partire come abbiamo visto dal 1925, il fascismo mostrò la sua
natura totalitaria, Croce divenne oppositore, ruppe l'amicizia con Gentile,
rivalutò la visione del mondo liberale, come fondamentale forma
ideologico-politica, come "religione della libertà", e nel Partito liberale
militerà dopo la seconda guerra mondiale.
La "filosofia dello spirito" di Croce si articola su due aspetti "teoretici"
("estetica" e "logica"), che rappresentano l'attività conoscitiva, e due aspetti
"pratici" ("economia" e "morale"), che rappresentano l'attività di concreta
trasformazione della realtà.
La dialettica che caratterizza i rapporti fra le
categorie non è solo di opposizione (opposizione vi è all'interno delle
categorie, nel senso che, per es., "bello" e "brutto", che appartengono
all'attività estetica, si oppongono fra di loro, e così fanno "vero" e "falso",
all'interno della logica, "utile" e "inutile", all'interno della economia,
"buono" e "cattivo", all'interno della "morale"), ma anche di
distinzione, nel
senso che "bello", "vero", "utile", "buono" non si negano, non si superano, ma
rimangono dei "distinti".
Il legame consequenziale fra tali "distinti" è dato
dal fatto che essi si implicano secondo una direzione ben precisa: la logica, il
momento di riflessione filosofica, implica l'estetica, il momento di intuizione
tipico dell'arte, sicché può esistere intuizione estetica senza logica, non può
esistere logica senza intuizione; e così può esistere l'utile senza la morale,
ma non può esistere la morale senza la consapevolezza dell'utile.
Questi
rapporti di implicazione (anche al macrolivello: attività teoretica e attività
pratica si implicano in una sorta di moto circolare) assicurano la unitarietà
dialettica della vita dello spirito. E l'estetica si pone chiaramente alla base,
come attività anteriore, prioritaria.
Estetica, cioè arte, significa intuizione,
significa espressione di immagini, significa cogliere l'individuale; dopo viene
il momento logico, critico, la distinzione fra vero e falso. Il critico d'arte
deve innanzi tutto 'sentire', rivivere, la fase intuitiva dell'artista, e quindi
giudicare fino a che punto l'artista sia riuscito a concretizzare l'intuizione
liberandola da ogni 'sovrastruttura' ideologica e morale.
Il sistema razionale e idealistico di Croce reagiva tanto al positivismo
quanto ad altri antipositivismi, irrazionali come quelli rappresentati dalle
riviste alle quali sopra si è accennato, oppure antistorici o spiritualisti,
come quelli rappresentati da De Roberto e dall'ultimo Capuana.
E reagiva anche
contro Pirandello. Quando questi pubblicò il saggio L'umorismo (1908), in cui
sosteneva che la poetica dell'umorismo si fonda sulla riflessione (e non certo
sull'intuizione), in quanto è la riflessione che trasforma il comico, come
"avvertimento del contrario", nell'umorismo, come "sentimento del
contrario"
(44) Croce espresse un giudizio del tutto negativo (45).
In conclusione, il ruolo di Croce è innovatore e conservatore al tempo
stesso, o, se si vuole, esso è caratterizzato da una "equilibrata
conservazione", come dice Guglielmino [op. cit. 1971: I/82], al quale lascio ancora la
parola:
Come il rinnovamento in sede di concezione estetica dissolveva le remore
positivistiche ma si arrestava di fronte al nuovo con una generica condanna che
coinvolgeva ciò che era apparenza e ciò che era sostanza, Papini e Pirandello,
così la sua azione filosofica eliminava sì le rozzezze positivistiche ma negava
valore alla scienza e pesava sulla cultura italiana perché la isolava dai
fertili contatti con la cultura scientifica europea, così il suo fermo
antifascismo (a partire dal 1925) non aveva altra motivazione che la
restaurazione dello stato prefascista, e pertanto egli accomunava in un giudizio
di condanna sia il fascismo sia il socialismo.
Ritorniamo a "La Voce", diretta nella seconda fase della sua storia da
Giuseppe De Robertis. Questi era un critico letterario antiaccademico, che
riteneva che la critica dovesse "partecipare della natura della poesia",
rivivere l'opera degli autori presi in esame (cfr. Luperini [op. cit. 1981: p. 195]), e in
questo egli faceva sue le idee di Croce.
A Croce però De Robertis contestava la
chiusura nei confronti della poesia moderna; inoltre egli, a differenza di
Croce, metteva in primo piano l'analisi formale del componimento letterario
(cfr. Avalle (a cura di) [46]).

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La sua direzione de "La Voce" è importante per
tre ragioni: perché la rivista mostra ora un interesse particolare per autori
nuovi, come Giuseppe Ungaretti e Aldo Palazzeschi; perché la rivista cambia la
prospettiva di Prezzolini (e del resto, in modi diversi, di tutte le altre
riviste), cioè non propone più la necessità del rapporto fra artista e politica,
ma anzi proclama la autonomia dell'arte, e si trasforma in rivista che vuole
essere puramente letteraria; perché la rivista (De Robertis stesso in prima
linea) elabora la poetica del frammento, cioè l'idea secondo cui l'arte si
realizza nella forma breve, non solo ovviamente per quanto riguarda la lirica,
ma anche per quanto riguarda la prosa: pure la prosa deve tendere all'intensità
lirica, e dunque essere prosa d'arte, frammento.
Questa linea di 'ritorno all'ordine' della letteratura viene ripresa e
portata avanti dalla rivista "La Ronda" (1919-1923), che contesta
complessivamente il velleitarismo degli intellettuali e delle riviste del primo
quindicennio del secolo, la loro pretesa di protagonismo politico, propugna un
ritorno all'ordine, alle cure letterarie, e, per quanto riguarda la narrativa,
alla prosa breve, raffinata, pulita, calligrafica. Questo punto ci permette ora
di affrontare la questione della narrativa e, specificamente, del romanzo nella
vicenda culturale fin qui schizzata.
La narrativa italiana è caratterizzata, diciamo per il momento fino allo
scoppio del primo conflitto mondiale, dalle seguenti tendenze.
Rimane per alcuni scrittori il modello verista, si pensi a Il marchese di Roccaverdina di Capuana che è del 1901, anche se tale modello mostra quella
crisi di cui abbiamo parlato.
In questa tendenza va notata la novità della
narrativa femminile: spicca il bellissimo Una donna (1906) di Sibilla Aleramo
(vero nome Rina Faccio, 1876-1960). Bastino su tale opera le parole di Tateo / Valerio / Pappalardo [op.
cit. 1985, vol. 3, tomo II: p. 370]: "la novità di questo
romanzo consiste [...] nella sincerità e spregiudicatezza della confessione
autobiografica, e più ancora nell'acuta e lucidissima anatomia della condizione
femminile che in esso è condotta. Per la prima volta, infatti, la letteratura
ospitava una analisi così spietata, e una altrettanto appassionata denuncia, dei
meccanismi di sopraffazione e di coercizione di cui le donne sono
quotidianamente vittime, della violenza cui soggiacciono per effetto di
inveterati pregiudizi, di convenzioni sociali antiche e nuove, degli odiosi
principi di una morale filistea."
Vi sono, poi, una tendenza sperimentale, legata al futurismo, e una tendenza
sperimentale legata a "La Voce".
Il movimento futurista fu fondato da Filippo Tommaso Marinetti (1876-1944),
che scrisse il 'manifesto' di fondazione del movimento, pubblicato il 20
febbraio 1909 su "Le Figaro"; egli scrisse inoltre il Manifesto tecnico della
Letteratura Futurista (1912), Lo splendore geometrico e meccanico e la
sensibilità numerica (1914), e a questi testi va aggiunto Primi principi di una
estetica futurista (1920) di Ardengo Soffici.
I cardini dell'estetica futurista
sono noti: l'autonomia dell'arte è un fatto superato, l'arte deve trovare il suo
posto nello sviluppo capitalista e nella civiltà industriale, deve amplificare
il trauma costituito dalla civiltà moderna, deve provocare e distruggere la
vecchia cultura fatta di biblioteche, accademie e musei.
Sul piano strettamente
tecnico-linguistico, viene propugnata la fine della sintassi, l'uso del verbo
all'infinito, l'esaltazione delle 'parole in libertà', l'analogia come
collegamento libero di cose distanti e apparentemente diverse.
Il romanzo
futurista, di conseguenza, mira a distruggere il codice stesso, l'autonomia, del
genere letterario del romanzo, a eliminare esigenze realistiche e di
verosimiglianza.
L'opera più significativa è Il codice di Perelà (1911) di Aldo
Palazzeschi (vero nome Aldo Giurlani, 1885-1974). Il protagonista, Perelà, è un
essere fatto di fumo, privo di corpo, che giunge in un paese di umani, viene in
un primo momento accolto bene, proprio a causa della sua alterità, e incaricato
di compilare un nuovo codice legislativo. Egli visita il paese, sia i luoghi dei
potenti, sia i luoghi degli emarginati (carceri e manicomi), e la sua alterità
si rivela non solo di tipo fisico, ma anche di tipo morale, e mette in luce e in
crisi le ipocrisie, le falsità, il conformismo della società. La sua presenza
comincia a dare fastidio, e così con un pretesto viene processato e
imprigionato. Ma non si può imprigionare un essere di fumo: egli evaderà su per
il camino. Questa storia viene esposta senza alcun rispetto per il codice del
romanzo realista, senza punto di vista dell'autore o del personaggio, senza
nessi causali, con assoluta prevalenza del dialogo.
Lo sperimentalismo legato a "La Voce" si caratterizza per il linguaggio,
fatto di prosa lirica, per il rifiuto di complesse e articolate strutture
narrative (anche quando si tenta il "Bildungsroman"), per il frammentismo, per
l'autobiografismo. Opere significative: Il mio Carso (1912) di Scipio Slataper
(1888-1915) e Il peccato (comparso a puntate fra il 1913 e il 1914) di Giovanni
Boine (1887-1917) (47).
Il frammentismo vociano da una parte segna, per il
momento, la fine del romanzo (nessuna risonanza, nessun effetto hanno i romanzi
di Pirandello, Il fu Mattia Pascal, del 1904, Si gira, del 1915, la versione
definitiva esce nel 1925 con il titolo Quaderni di Serafino Gubbio operatore,
così come assoluto silenzio circonda La coscienza di Zeno, del 1923, e prima
Senilità, 1898, di Svevo), dall'altra parte però esso svolge un ruolo importante
nel rinnovamento - rispetto ai modelli ottocenteschi - della narrativa, nella
ricerca di nuovi strumenti espressivi, nella descrizione della vita psichica,
nel passaggio insomma dalla fine del romanzo alla nascita di un nuovo
romanzo
(48).
Nel dopoguerra infatti si pone, prima in modo isolato e limitato, poi sempre
più ampio il problema del romanzo. Abbastanza isolati, come La coscienza di
Zeno, sono i romanzi di Federigo Tozzi (1883-1920), Con gli occhi chiusi
(scritto nel 1913, pubblicato nel 1919), Tre croci (1920), Il podere (scritto
nel 1914-18, pubblicato postumo nel 1921), Gli egoisti (scritto nel 1917-20,
pubblicato postumo nel 1923).
Il contenuto dei romanzi lascia pensare al
verismo: per es., la lotta di un giovane per sottrarsi alla dispotica volontà
del padre, una lotta non sostenuta dal rapporto d'amore del ragazzo con una
contadina che lo inganna (Con gli occhi chiusi); la lotta di un giovane per
ottenere l'eredità del padre, in un mondo contadino che gli è ostile, perché
egli precedentemente se ne è allontanato (Il podere); la rovina economica e
morale di tre fratelli (Tre croci). Dunque: mondo contadino, mondo
piccolo-borghese, casi patologici.
Ma il metodo narrativo, il modo in cui tale
materia viene formata, è ben poco naturalista: la narrazione si frammenta (è
proprio la lezione del frammentismo utilizzata per un nuovo tipo di romanzo) in
una serie di episodi, di per sé privi di importanza, e di punti di vista
narrativi.
I protagonisti sono inetti, in senso sveviano, 'uomini senza
qualità', che si muovono in una sorta di delirio, incapaci di realizzare un
rapporto con la realtà. Nel 1918 Tozzi pubblica un articolo intitolato Giovanni
Verga e noi, e due anni dopo Pirandello tiene a Catania un discorso alle
celebrazioni dell'ottantesimo compleanno di Verga (49). Scriveva Tozzi (cit. in Dedola [op.
cit. 1981: pp. 60-61]):
Il Verga, discosto da noi e dalle nostre abitudini, si è mantenuto meglio che
se l'avessimo vissuto e macerato. Noi sapevamo che c'era questo grande
scrittore, e quasi lo evitavamo appunto perché ci avrebbe come imbarazzati.
Mentre il D'Annunzio è stato sempre presente a proporre e a indovinare quel che
più era adatto per la nostra rapidità spirituale. E' stato sempre lì a indicarci
che più là delle nostre sensazioni se ne potevano inventare altre; che avrebbero
dato alla nostra esperienza l'illusione d'una intensità meglio concepita. Ma,
dopo aver percorso tutta l'estensione quantitativa e qualitativa dell'arte
dannunziana abbiamo dovuto soffermarci; perché era necessario un compenso che
fosse come un riposo. E allora il Verga è tornato dinanzi ai nostri occhi come
una di quelle montagne intorno alle quali girava la nostra strada priva di
indicazioni.
Anche per Pirandello, Verga si oppone a D'Annunzio, e a Verga "ora si
ritorna, sazii e stanchi di forme concluse e troppo sonore" (ivi: p. 49). Ma per Pirandello e Tozzi, il ritorno a Verga non significa il ritorno al verismo,
significa il rifiuto delle forme sonore e troppo concluse: il romanzo verghiano
privilegiato da Pirandello e Tozzi, I Malavoglia (1881), è appunto quella
"montagna" che può indicare una nuova direzione alla ricerca degli scrittori.
Questo perché ne I Malavoglia il metodo dell'impersonalità si concretizza in una
struttura corale costituita dall'intreccio dei punti di vista dei personaggi,
attraverso il continuo ricorso alla erlebte Rede, senza che la voce narrante si
imponga sul modo in cui i personaggi 'vedono' la realtà.
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Il bisogno del
personaggio di entrare in contatto con la realtà: questo, e non la
'scientificità', la pretesa 'oggettività', costituisce secondo Pirandello il
realismo. Gli scrittori naturalisti riuscivano a controllare la scissione fra
individuo e realtà grazie alla superiorità della istanza narrativa onnisciente.
I Malavoglia rappresentano in modo esemplare proprio l'assenza del narratore
privilegiato, e, sul piano della histoire, l'assenza di distinzione fra
personaggi principali e personaggi secondari, fra fatti importanti e fatti
marginali.
Nel 1921, anno in cui si pubblica postumo Il podere, esce Rubè di Giuseppe
Antonio Borgese. Anche questo romanzo costituisce "un tentativo isolato di
superamento del frammentismo" (Luperini [op. cit. 1981: p. XVIII]).
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Sul piano formale,
l'opera cerca di recuperare la struttura tradizionale del romanzo ottocentesco;
sul piano contenutistico, la storia del piccolo borghese Filippo Rubè, che muore
per caso durante una manifestazione del dopoguerra, senza che nessuno riesca a
capire se era dalla parte dei reazionari o dei rivoluzionari, "è intuizione
niente affatto spregevole della ambiguità sovversiva della piccola borghesia
dell'età giolittiana" (Luperini, ivi: p. 187; si veda anche
Pappalardo [50]).
Nel
1923, in Tempo di edificare, Borgese teorizza chiaramente il ruolo che il genere
letterario del romanzo deve assumere: quello di essere una "opera organica e
programmatica" che - attraverso il racconto di una vicenda individuale - sia
rappresentazione "epica e tragica" di un periodo storico e delle sue
contraddizioni sociali e morali (cfr. Tateo / Valerio / Pappalardo, op. cit. vol. 3, tomo II:
p. 584]).
Nel 1925, Omaggio a I. Svevo, di Eugenio Montale, costituisce un altro
tassello della rinascita di interessi per il romanzo.
Fin qui si tratta appunto di tentativi isolati, di interesse limitato. Prima
di proseguire il discorso sul romanzo, ricordiamo che il 21 aprile 1925 appare
il Manifesto degli intellettuali del fascismo, scritto da Gentile, firmato, tra
gli altri, da Corradini, Marinetti e Pirandello (51).
Il 1° maggio 1925 appare
Una risposta di scrittori, professori e pubblicisti italiani, al manifesto degli
intellettuali fascisti, scritta da Croce, firmata tra gli altri da Salvemini e
Montale. Nel primo gli intellettuali si schierano a sostegno del fascismo per i
suoi meriti: aver posto un freno al caos del dopoguerra, aver dato all'Italia un
nuovo volto come nazione. Nella seconda, a parte l'esaltazione del liberalismo,
visto come continuazione del Risorgimento, gli intellettuali difendono
l'autonomia della cultura.
Le culture del fascismo e dell'antifascismo non erano
così compatte come sembra emergere dai due manifesti (52). Qui basti notare che questi due generali
atteggiamenti degli intellettuali si riflettono sulla vita delle riviste: con le
riviste è cominciato il presente paragrafo e alle riviste è necessario tornare
per concludere il nostro discorso sul romanzo.
Il primo campo, quello dell' 'intervento' della cultura, è rappresentato
dalla rivista "Il Selvaggio" (1914-1943) e dalla rivista "900. Cahiers d'Italie
et d'Europe" (1926-1929) (53).
Il secondo campo, quello dell'autonomia della cultura (e specificamente della
letteratura), è rappresentato da "Solaria" (1926-1943).
"Il Selvaggio" considera come quintessenza della civiltà italiana il mondo
contadino, con i suoi valori tradizionali. Pertanto, il movimento che fa
riferimento a "Il Selvaggio" (il movimento "Strapaese") rifiuta categoricamente
ogni rapporto con la cultura europea, con il moderno, "intruglio manipolato da
banchieri ebrei, da pederastri, da pescicani di guerra, da tenutari di bordelli"
(cfr. Tateo / Valerio / Pappalardo, op. cit., vol 3, tomo II: p. 688]).
E invece "900" (il
movimento che vi fece riferimento fu chiamato "Stracittà"), fondata da Massimo Bontempelli (1878-1960), esce nel biennio 1926-1927 in francese proprio per
sottolineare l'orizzonte europeo che la caratterizza (tra gli altri fanno parte
del comitato di redazione James Joyce e Ilja Ehrenberg), per sottolineare il
progetto di una conciliazione fra tradizione e rinnovamento, all'insegna del
dialogo con le altre nazioni europee (54).
Anche Bontempelli e la sua rivista svolgono un certo ruolo nel rilancio della
narrativa, ma è "Solaria" che, nel suo interesse per l'autonomia della
letteratura, valorizza decisamente Svevo, Tozzi e la narrativa europea, Kafka,
Proust, Joyce, Gide, è "Solaria" che cerca un equilibrio fra tradizione e
sperimentalismo, è con "Solaria" che la questione del romanzo diventa attuale.
Nel primo numero della rivista si legge (cit. da Guglielmino [op. cit. 1971: I/204]):
Non siamo idolatri di stilismi e purismi esagerati e se tra noi qualcuno
sacrifica il bel ritmo di una frase e magari la proprietà del linguaggio nel
tentativo di dar fiato a un'arte singolarmente drammatica e umana gli perdoniamo
in anticipo con passione. Per noi insomma Dostoevskij è un grande scrittore. Ma
non perdoneremo nemmeno ai fraterni ospiti le licenze che non siano pienamente
giustificate, e in questo ci sentiamo rondeschi.
Si noti il riferimento a "La Ronda": si allude all'atteggiamento di 'ritorno
all'ordine' della letteratura, all'atteggiamento antisperimentale che
caratterizzava appunto "La Ronda". E tuttavia tale riferimento si stempera
grazie alla negazione di stilismi e purismi esagerati, grazie al fatto che il
bel ritmo e il linguaggio forbito possono essere sacrificati, se tale sacrificio
è finalizzato ad una creazione artistica di ampio respiro: in questo caso il
sacrificio è accettato "con passione".
Il riferimento a Dostoevskij è
inequivocabile: l'arte di ampio respiro, singolarmente drammatica e umana, trova
la sua più chiara esemplificazione nel romanzo. "Strutturare un romanzo nuovo e
tuttavia classico", "senza indulgere a soluzioni d'avanguardia", ma anche "senza
ricadere nelle secche del romanzo verista" (Luperini [op. cit. 1981: p. 467]): a questo
miravano i solariani.
(43) Giovanni Gentile (1875-1944) fu professore nelle
università di Palermo, Pisa e Roma. Dopo la rottura con Croce fondò il "Giornale
critico della filosofia italiana". Nazionalista, decisamente a favore
dell'intervento italiano nel conflitto mondiale, aderì al fascismo nel 1923, fu
ministro della cultura, teorico dello "stato etico fascista", presidente della
Accademia d'Italia. Il 15 aprile 1944 fu ucciso dai partigiani a Firenze. (torna
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(44) L'esempio più famoso di Pirandello è quello di una
vecchia signora "coi capelli ritinti, tutti unti non si sa da quale orribile
manteca, e poi tutta goffamente imbellettata e parata d'abiti giovanili": ebbene
tale figura fa ridere il lettore, che avverte in essa il contrario di ciò che
avrebbe dovuto essere una vecchia rispettabile signora: questo è il comico, come
avvertimento del contrario. "Ma se ora interviene in me la riflessione, e mi
suggerisce che quella vecchia signora non prova forse nessun piacere a pararsi
così come un pappagallo, ma che forse ne soffre e lo fa soltanto perché
pietosamente s'inganna che, parata così, nascondendo così le rughe e la canizie,
riesca a trattenere a sé l'amore del marito molto più giovane di lei, ecco che
io non posso più riderne come prima, perché appunto la riflessione, lavorando in
me, mi ha fatto andare oltre a quel primo avvertimento, o piuttosto, più
addentro: da quel primo avvertimento del contrario mi ha fatto passare a questo
sentimento del contrario. Ed è qui tutta la differenza tra il comico e
l'umoristico." (cit. in Virdia, Ferdinando, Invito alla lettura di Pirandello,
Mursia, Milano 1976, p. 54]) Sull'umorismo di Pirandello si legga il bel saggio
di Umberto Eco, Pirandello ridens, in Eco, Umberto, Sugli specchi,
Bompiani, Milano 1985, pp. 261-279 (I edizione "Tascabili Bompiani": 1987). (torna
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(45) Cfr., per es., "La Critica", 7 (1909), 33 (1935), 34
(1936). E' evidente che Croce non poteva accettare - forse neppure comprendere -
la poetica dell'umorismo, non solo perché essa sottolinea l'intervento della
riflessione nel processo creativo dell'artista umorista, ma anche, e direi
soprattutto, perché il pensiero di Pirandello, fondato sulla consapevolezza
della scissione dell'individuo e del suo rapporto sfasato con la realtà, mette
irreparabilmente in crisi proprio la razionalità classica a cui si ispira il
sistema idealistico di Croce. (torna su)
(46) Avalle, D'Arco Silvio (a cura di), L'analisi
letteraria in Italia, Ricciardi, Milano-Napoli 1970. (torna
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(47) Si legga su questi esperimenti narrativi l'ottimo
Dedola, Rossana, Il romanzo e la coscienza. Esperimenti narrativi del primo
Novecento italiano, Liviana, Padova 1981. (torna su)
(48) "Il frammentismo [...] non aveva rappresentato una
pausa indolore o uno sbandamento momentaneo, ma al contrario aveva segnato il
momento più acuto di critica e di distacco dalla tradizione. Con esso un'intera
generazione di scrittori aveva vissuto l'esperienza più significativa di quegli
anni, traducendo sul piano letterario il tentativo di rinnovamento e la ricerca
di una nuova cultura da parte della 'Voce'." (Dedola [op. cit. 1981: p. 50]) (torna
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(49) Ottimo su questo argomento il saggio Il ritorno a
Verga nel primo Novecento: Pirandello e Tozzi di Dedola [1981: 49-64]. (torna
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(50) Pappalardo, Ferdinando, "Rubè" fra tradizione e
crisi, in "Lavoro critico" 1980, 20, pp. 47-79. (torna
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(51) Sul 'fascismo' di Pirandello, cfr. Virdia [op. cit.
1976: pp. 43-49]. (torna su)
(52) cfr. Contarino, Rosario / Tedeschi, Marcella, Dal
fascismo alla Resistenza, in: Letteratura Italiana Laterza, LIL 64,
Laterza, Roma-Bari 1980. (torna su)
(54) In effetti i movimenti di "Strapaese" e "Stracittà"
"esprimono aspetti complementari della problematica fascista - quello
provinciale e rurale e quello industriale e cittadino -, in polemica per la
conquista dell'egemonia culturale, ma accomunati dal medesimo referente
politico." (Luperini [op. cit. 1981: p. 449]). (torna su)
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