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IL ROMANZO COME GENERE LETTERARIO

Per Romanzo s’intende una narrazione piuttosto estesa, generalmente in prosa, di vicende che possono essere reali o di fantasia, con uno o più personaggi ed un intreccio ricco di sviluppi che può giungere ad una conclusione positiva o negativa.

Nonostante forme precedenti che risalgono all’età ellenistica e successivamente alla ricca fioritura delle avventure medievali, è al XVIII secolo che i critici fanno risalire la nascita del romanzo moderno.

SETTECENTO: al centro del romanzo settecentesco è sicuramente l’indagine della società contemporanea, come una sorta di strumento di critica, di diffusione delle idee, di impegno nel raccontare il proprio mondo, i propri costumi, i conflitti e il pensiero di una nuova classe emergente: la borghesia.

L’evoluzione di questo ceto, (determinato dallo sviluppo susseguente alla rivoluzione industriale) che accanto alla ricchezza inizia ad interessarsi alla cultura come momento di svago, determina il cambiamento della produzione letteraria non più volta ad una tradizione classicista e aulica ma una narrativa più vicina alla realtà concreta, ricca di avventure divertenti, popolata da eroi borghesi e scritta in modo semplice e chiaro.

Tutto ciò determina lo sviluppo di una cultura di massa che contribuisce all’incremento di una vera e propria industria editoriale, che diventa per lo spirito borghese una vera e propria fonte di investimento e di guadagno. Uno dei rappresentanti di spicco di questo periodo è senza dubbio DANIEL DEFOE autore di Vita e avventure di Robinson Crusoe (1719).

Significativo è il fatto che questo autore scrisse il romanzo non per “vocazione letteraria” (egli era un commerciante ed un giornalista) ma per ottenere dei soldi per pagare dei debiti precedenti. Anche il suo personaggio R. Crusoe incarna lo spirito d’iniziativa della nuova classe borghese e grazie al suo ingegno e laboriosità riesce a far fronte a numerose difficoltà che seguono il suo naufragio su di un’isola deserta.

Romanzo filosofico: i filosofi illuministi conducono un’energica battaglia di idee tese al rinnovamento sociale della società (sono le prime avvisaglie delle lotte per i diritti di uguaglianza che verranno poi sanciti dalla rivoluzione francese). Questo settore può essere considerato un filone del romanzo settecentesco che mira a denunciare con l’invenzione fantastica e la satira le contraddizioni, le assurdità e i pregiudizi della nuova società. Simboli di questo sentimento sono sicuramente JONATHAN SWIFT autore de I viaggi di Gulliver (1726) e Candido ( 1759) di Voltaire.

Romanzo epistolare: questo tipo di r. rappresenta sicuramente l’innovazione più originale di questo periodo. Si tratta di romanzi in cui la vicenda è narrata attraverso la finzione di un alcune lettere che il protagonista immagina di inviare ad un suo interlocutore. Primo esempio fu sicuramente il testo scritto da WOLFGANG GOETHE, I dolori del giovane Werther, storia di un amore infelice di un giovane che costretto ad abbandonare la donna che ama, promessa sposa ad un altro, decide di uccidersi come gesto eroico e supremo di protesta contro la società.

Questo romanzo lasciò una profonda traccia nel gusto letterario contemporaneo e soprattutto in un autore come UGO FOSCOLO che ne imitò la struttura e in parte la tematica nelle Ultime lettere di Jacopo Ortis (1798 con edizioni posteriori). Anche nel capolavoro del Foscolo infatti il protagonista soffre di un amore impossibile per una donna già impegnata con un altro. A questa tematica si aggiunge il fervore politico dell’Ortis che lo spingono all’esilio, alla lontananza dalla patria. Questi motivi, ed un sentimento di estraneità ad una società borghese e materialista, lo “costringeranno” al suicidio come atto di sfida, protesta verso le convenzioni sociali ma anche di sconfitta nei confronti della vita. Sia il romanzo di Foscolo sia quello di Goethe esprimono una sensibilità che anticipa molti atteggiamenti e modi di pensare che sono tipici del romanticismo del primo ottocento.

OTTOCENTO: in questo secolo il romanzo diventa il genere letterario per eccellenza. Sicuramente il motivo di tanto successo risiede principalmente nella duttilità del genere nell’affrontare molteplicità di ambienti, di caratteri e idee della società ottocentesca. Nella prima metà dell’ottocento il romanzo assume i caratteri del movimento romantico. Ne sono precursori nel periodo pre-romantico i già citati Goethe e Foscolo che lontano dal realismo borghese del settecento mettono in scena personaggi con grandi drammi interiori, con storie d’amore disperate ed impossibili, in preda ad angosce esistenziali.

Due concetti tipicamente romantici (il senso della storia e quello della nazionalità) sono alla base di un’altra forma di narrativa che s’impone nei primi decenni dell’ottocento a livello europeo accanto al romanzo epistolare/autobiografico: il romanzo storico.

Romanzo storico: la nuova forma di romanzo rivestiva una duplice funzione. Da un lato quella di fuga da una realtà presente verso epoche (soprattutto il medioevo) rappresentate dal romanticismo come momenti ideali per l’uomo per vari motivi (politici, ideologici e religiosi); e dall’altro un’intenzione nazionalistica e patriottica che ricercava nel passato momenti fondamentali e significativi della storia patria che fossero da esempio agli uomini per la soluzione dei problemi del presente.

L’autore che diede il massimo impulso alla diffusione del genere del romanzo storico fu senza dubbio lo scozzese WALTER SCOTT autore de Ivanhoe (1820) romanzo ambientato nell’Inghilterra medievale ai tempi di Riccardo Cuor di Leone e dell’usurpatore Giovanni Senza Terra.

Dall’esigenza di evasione fantastica verso una nuova realtà prende le distanze ALESSANDRO MANZONI, che ne I Promessi Sposi, pur riconoscendo i suoi debiti nei confronti di Scott, insiste soprattutto sul rispetto della verità storica distinguendo il lavoro del romanziere da quello dello storico. Il romanziere non punta solo su i fatti esterni, ma indaga anche i sentimenti, le passioni, le motivazioni che li hanno generati ed accompagnati. La storia ufficiale, inoltre, tende a concentrare la propria attenzione sui potenti e sui nobili, escludendo la gente comune che è destinata a subire le scelte dei grandi: agli umili Manzoni si rivolge e li rende protagonisti del romanzo.

Altri romanzieri italiani, quali Grossi e Guerrazzi, non seguirono il modello, troppo severo, del Manzoni ma quello scottiano più facile e di più sicuro successo commerciale, favorito anche dal bisogno del pubblico di una narrativa elementare, popolare ma allo stesso tempo efficace e coinvolgente.

Romanzo d’appendice (feuilleton): si designa un romanzo pubblicato a puntate in appendice a quotidiani o riviste in pieno sviluppo con l’allargamento del pubblico e dell’industria dell’editoria. Lo scrittore deve seguire determinate regole imposte dall’editore. Deve produrre dei segmenti narrativi, di una misura prestabilita che vengono pubblicati a puntate, e che devono, in qualche modo avere un livello sufficiente di autonomia e nello stesso tempo essere in grado di tener vive le attese del pubblico. Quest’ultimo è molto ampio e variegato: infatti il romanzo d’appendice si configura come prodotto di massa, rivolto ad una società, quella borghese, che vuole vedere rispecchiate in quelle storie la rappresentazione delle proprie vicende e dei propri sogni.

Ed è per questo che i temi principali di questo genere sono essenzialmente: passioni amorose travolgenti, “romantiche” vissute conflittualmente, una tipologia di donna nella quale si uniscono bellezza, bizzarria, eleganza e lussuria; una società ricca e gaudente; la figura del giovane artista in cerca di affermazione il tutto presentato con intrecci a volte improbabili, in narrazioni a volte artificiose che mirano al coinvolgimento del lettore.

Appartengono a questo genere (per temi, struttura e tipologia) i primi romanzi di GIOVANNI VERGA, che nel periodo della cosiddetta produzione mondana, che coincide con il suo soggiorno a Firenze e Milano, elaborerà Una peccatrice 1866, Storia di una capinera 1871, Eva 1873, Tigre reale 1875, Eros 1875.

Romanzo realista: questo genere, che rappresenta una sorta di specchio della società contemporanea, si diffonde in tutta Europa a partire dagli anni trenta. L’iniziatore può essere considerato il francese STENDHAL: nella sua opera infatti sono presenti un forte impegno conoscitivo della realtà e una serietà di indagine del tutto nuovi rispetto al passato. Le sue opere più celebri sono senza dubbio Il rosso e il nero 1830, la Certosa di Parma 1839. Stendhal non rimane un caso isolato ma sulla sua scia si sviluppano e prolificano numerosi altri romanzi.

Importante l’opera di HONORÉ DE BALZAC che concepisce e realizza tra il 1830 e il 1850 un grandioso affresco della società francese a lui contemporanea che prende il titolo di Comédie humaine. L’analisi della società umana si sviluppa attraverso le vicende di una serie di personaggi, fra cui Eugeniè Grandet 1833 e Pére Goriot 1834.

Questa tendenza è presente anche nel resto d’Europa, e ne sono testimoni autori come l’inglese CHARLES DICKENS con le opere Oliver Twist 1837, e David Copperfield 1894; o come gli esponenti della scuola russa da GOGOL Il naso, Il cappotto, TOLSTOJ Guerra e pace 1869, Anna Karenina 1877, DOSTOEVSKIJ Delitto e castigo 1866.

Al di là di ogni differenza nei tratti peculiari di ogni scrittore, queste opere sono accomunate innanzitutto da una curiosità verso l’intera realtà contemporanea, senza predilezione per un ambiente piuttosto che un altro.

Un altro elemento fondamentale è la convinzione che esista uno stretto rapporto tra il modo di essere, di pensare, di agire dei personaggi, da una parte e l’ambiente sociale e storico in cui vivono e si sono formati.

Altra caratteristica comune è senza dubbio il fatto che in queste opere si impone una modalità narrativa fondata sul narratore esterno onnisciente, che racconta una storia in cui non è direttamente coinvolto e segue le vicende di svariati personaggi adottandone il punto di vista, che interviene liberamente a commentare in base al proprio sistema di riferimento culturale e di valori le vicende, le azioni e i comportamenti dei protagonisti.

Uno sviluppo notevole nella storia del realismo si ha con l’autore francese GUSTAVE FLAUBERT (Madame Bovary 1857) che può essere considerato come il precursore del Naturalismo. Secondo Flaubert, il narratore deve essere come un Dio nascosto, che costruisce il racconto ma che non deve mai manifestarsi apertamente. Scompaiono così gli interventi e i commenti del narratore onnisciente e ci si limita ad osservare e a riportare il punto di vista dei personaggi. Flaubert pone così le basi per quella ideale oggettività e impersonalità narrativa che saranno proprie del naturalismo francese e del verismo italiano. Sul piano dei contenuti però, Flaubert, rispetto ai successivi Naturalisti, si muove ancora nell’ambito di un’analisi realista della società: la sua eroina Mme Bovary è sostanzialmente ancora un’eroina di stampo romantico.

Romanzo naturalista (Francia): Caposcuola e teorico fu Emile Zola con il testo Roman expérimental. Si sviluppa una nuova possibilità per lo scrittore: quella di poter rappresentare scientificamente la società e le sue leggi, così come lo scienziato studia e analizza le leggi naturali.

Questa convinzione si può spiegare con il diffondersi del POSITIVISMO, corrente filosofica che sostiene l’assoluto valore della scienza, sia come strumento di conoscenza del mondo, sia come strumento di progresso. Secondo gli scrittori naturalisti l’autore del romanzo deve porsi di fronte alla realtà sociale con la stessa disposizione dello scienziato, nella convinzione che anche i comportamenti umani, come tutti gli altri fenomeni, rispondono a leggi naturali da indagare.

Sono quindi necessari un atteggiamento analitico, una metodologia rigorosa e un’assoluta “impersonalità”, cioè una totale assenza di qualsiasi coinvolgimento soggettivo nella rappresentazione dei fatti. Zola aveva affidato dei compiti al suo romanzo sperimentale e cioè: evidenziare i fenomeni umani, i meccanismi dettati dall’ereditarietà e dall’ambiente e mostrare l’uomo mentre vive nell’ambiente sociale da lui prodotto; fornire strumenti per sanare le ingiustizie e le disfunzioni sociali. Si parla di un impegno sociale e politico per la nuova letteratura. A questo proposito si deve ricordare il J’accuse di Zola, uno scritto in difesa di Dreyfus.

Romanzo verista (Italia): i veristi si ispirano essenzialmente agli stessi principi dettati dai naturalisti francesi. Anche per loro oggetto della letteratura sono i “documenti umani”, fatti veri, storici, e la loro analisi deve essere condotta con “scrupolo scientifico” e con l’adozione del canone dell’impersonalità; sono convinti, che il lettore debba trarre dal racconto l’impressione che sia la realtà stessa a parlare: “la creazione deve essere un mistero, la mano dell’artista deve restare invisibile, l’opera sembrerà essersi fatta da sé”.

Ma se per i Naturalisti, lo scrittore esprimeva un atteggiamento positivo ed ottimista nei confronti della realtà, sostenendo la possibilità di poter intervenire e correggere le ingiustizie sociali per i veristi, rappresentati da LUIGI CAPUANA, DE ROBERTO e soprattutto dal caposcuola GIOVANNI VERGA (I Malavoglia, Mastro don Gesualdo), manca questa nota di ottimismo.

Non c’è la fiducia che un’analisi dettagliata della realtà possa portare ad una concreta azione di rinnovamento (questo soprattutto perché questa corrente è legata alle condizioni di arretratezza socio-economica italiana, permanenze feudali, delusioni risorgimentali, alla mentalità e cultura Sud – fatalismo).

E' assente la fiducia nella scienza come strumento per emancipazione dell’uomo e soluzione dei problemi. Il progresso può essere dannoso per i più deboli, li può schiacciare come succede per i VINTI di Verga. Anche a livello di contenuti ci sono molte differenze: i protagonisti non fanno parte del proletariato urbano ma sono essenzialmente contadini in quanto l’industrializzazione non è ancora pienamente sviluppata e l’economia è prettamente agricola.

Il Verismo fu inoltre una corrente marcatamente regionalistica, quasi esclusivamente siciliana, dove maggiori erano le contraddizioni sociali. Questo comporterà, per molto tempo, una mancata identificazione del lettore medio- borghese lontano da questa realtà.

NOVECENTO: il romanzo del ‘900 ha sviluppato alcune tematiche di quello dell’ottocento e ne ha individuate di nuove, ma soprattutto è stato investito da una ridefinizione di quelli che erano considerati i suoi stessi fondamenti.

Con la nascita dei movimenti d’avanguardia e della psicanalisi sono stati elaborati nuovi mezzi espressivi e linguistici. Sul piano formale sono venuti meno alcuni capisaldi: è venuto a mancare il personaggio come elemento centrale ed è stato abbandonato il senso ordinato e cronologico della narrazione per seguirne uno che prediligesse i moti della psiche e dell’anima (flusso di coscienza, FLASH-BACK, stile indiretto libero, monologo interiore).

Tra i temi prediletti del romanzo novecentesco figurano: l’epopea della memoria (PROUST), la dolorosa imperfezione dell’uomo e il suo stato di prigioniero del mondo (KAFKA), la decadenza della civiltà borghese (MANN, MUSIL) l’impossibilità di dare un volto univoco alla realtà (PIRANDELLO).

Romanzo decadente: il primo romanzo che in ordine cronologico (in Italia) manifesta un allontanamento dal Naturalismo è Il Piacere di GABRIELE D’ANNUNZIO. Il protagonista della vicenda che si svolge in una Roma raffinata è Andrea Sperelli raffinato e colto esteta, diviso dall’attrazione per due donne tra loro opposte.

Alla stessa corrente appartiene anche A Rebour di HUYSMANS definito la Bibbia del decadentismo (al quale anche D’annunzio si rifà). In questo romanzo viene modellato il capostipite di una serie di eroi decadenti. In opposizione con la vita di ogni giorno con i valori e gli ideali della società borghese (che finisce per assumere un significato spregiativo di mediocrità e pregiudizi), il protagonista Des Esseintes è un ribelle delle regole e della vita sociale e arriva alla sistematica, calcolata violazione della regola stessa, perseguendo l’artificioso, l’innaturale, l’irregolare.

L’ideale supremo da raggiungere è senza dubbio la bellezza come schermo dalla volgarità della vita normale. Altro esempio della cultura decadente è costituito da Il ritratto di Dorian Gray di OSCAR WILDE, con il quale l’autore inglese oppone al puritanesimo vittoriano i suoi atteggiamenti eccentrici, la vocazione allo scandalo, il disordine alla vita che conosce un processo per omosessualità, la prigione e la miseria.

Romanzo psicologico: mentre lo stile dei decadenti in genere e di D’annunzio in particolare è ricco, elaborato costellato di termini rari e preziosi, totalmente diverso, all’insegna della semplicità ed essenzialità appare quello di due autori come ITALO SVEVO e LUIGI PIRANDELLO.

Svevo con La coscienza di Zeno 1923, fa entrare nella letteratura le teorie da lui studiate della psicanalisi di Freud. L’opera si presenta come una sorta di diario terapeutico affidato da Zeno al suo medico e da lui mandato alla stampa. Entra in gioco un nuovo personaggio, in opposizione all’eroe dannunziano, l’inetto, colui che non ha qualità (si veda MUSIL), l’anti-eroe per eccellenza.

Interessato ad un attento scavo dell’io è anche Pirandello (Il fu Mattia Pascal, Uno nessuno e centomila). Nei suoi romanzi si afferma l’impossibilità di una conoscenza oggettiva, sia della realtà sia di noi stessi. L’identità dell’individuo è ormai frantumata: egli non si riconosce in nessuno dei ruoli che la società borghese gli impone.

Romanzo neorealista: la fine della seconda guerra mondiale e la liberazione aprono per l’Italia un’epoca nuova piena sia di speranze sia di problemi. Non si deve infatti solo ricostruire un paese economicamente e materialmente ma anche ridefinire le nuove istituzioni politiche, le nuove condizioni di democrazia, i princìpi stessi della convivenza civile. In questo clima gli intellettuali scelgono in gran parte la via dell’impegno che consiste nel partecipare al movimento di rinnovamento e nel contribuire ad indicare la strada del progresso e della ricostruzione.

Queste esigenze in campo artistico culturale sono espresse da Neorealismo che operò non solo a livello letterario (VITTORINI, PAVESE, FENOGLIO, MORAVIA), ma anche nelle arti figurative (GUTTUSO) e nel cinema (Roma città aperta e Paisà di ROSSELLINI, La terra trema di VISCONTI, Ladri di biciclette di DE SICA).

Il Neorealismo è uno sguardo critico nei confronti della realtà: solo raccontando il presente così com’è (la vita della povera gente, dei disoccupati, dei contadini meridionali in miseria a causa del latifondo) e raccontando il recente passato della guerra, l’artista può, recuperando i valori della democrazia, essere utile alla storia che si sta costruendo.

Isabella Scalamandrè

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L'autore di questo ipertesto è Giovanni Lanza il cui sito è qui: www.giovanni-lanza.de/il_romanzo_dalla_crisi_del_posit.htm
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Ultimo aggiornamento: 28-dic-2006.