La morale di Jerome David Salinger

Dario Lodi


Jerome David Salinger (1919-2010) è noto soprattutto per “Il giovane Holden”, che è sicuramente uno dei migliori romanzi di formazione che siano stati scritti. Salinger, con questo romanzo, si discosta dai moduli narrativi in voga ai suoi tempi, moduli sostanzialmente ispirati da sperimentalismo e provocazione (si pensi alla Beat Generation e al Minimalismo in nuce). Lo scrittore non si discosta dal’uso della composizione convenzionale, compreso l’ultimo linguaggio, quello relativo al flusso di coscienza.

In effetti il protagonista, Holden Caulfield, poco più di un ragazzo, si ritrova in una famiglia tipica americana, una famiglia borghese tradizionale, chiusa nei propri riti comportamentali, priva di idee coraggiose, ottusa, quanto, purtroppo, in buona fede. Holden sente di essere da solo di fronte alla vita: soltanto la sorellina, sorprendentemente, lo aiuta, ne sorregge lo spirito, lo incita all’assunzione di una certa eticità. Il protagonista scapperà di casa e vivrà avventure banali. Questa banalità verrà spesso rinfacciata a Salinger, le sue qualità narrative subiranno pesanti critiche, anche alla luce del finale che vede in Holden un perdente. Più tardi il romanzo diventerà prezioso, specie presso i giovani, grazie alla tesaurizzazione della rivolta “dolce”, ma determinata, della nuova generazione al tran tran borghese, responsabile di drammi personali e tragedie collettive ancora calde. “Il giovane Holden” è del 1951, la Seconda guerra mondiale è appena finita.

Salinger ricorda benissimo quell’immane conflitto: era stato fra i primi nello sbarco in Normandia. Era stato fra i primi ad entrare in un campo di concentramento nazista (probabilmente un sottocampo di Dachau). L’odore della carne bruciata gli rimase nelle narici per tutta la vita. La vista di migliaia di cadaveri sparsi per il campo finì al centro delle sue orribili notti insonni. Anche Salinger fece parte di quegli osservatori a forza di un orrore indicibile per il quale, prima o poi, si ammalarono di una morte per consunzione da vergogna cosmica. Lo scrittore americano sostituì la resa fisica con l’allontanamento dai suoi simili.

Ad un certo punto, dopo aver scritto altri romanzi e diversi racconti, egli si isolò, divenne schivo e  riservato, un vero e proprio misantropo, disdegnando inviti di nuove pubblicazioni (salvo rarissime eccezioni) da parte di vari editori ed esortazioni ad apparire in pubblico. Salinger troncò di notte ogni relazione con l’esterno, ma si può aggiungere e magari porre al centro dell’auto-isolamento, la vecchia esperienza bellica, vedendola come una ferita non mai rimarginato ed anzi all’improvviso più sanguinate che mai. Come uno sbocco di sangue da quel giorno del campo di concentramento mulinante nella bocca e proveniente dal cuore.

Una sorta di reviviscenza e di rivelazione profonda, alla quale è impossibile sottrarsi. Dunque da incubi notturni ad incubi ad occhi aperti. Tutto questo sta nell’urgenza della compilazione di un libro che in qualche modo riesca a rimuovere l’angoscia e la sfiducia nel genere umano, reputato dallo scrittore assai ricco di virtù. Questa ricchezza da estrarre è affidata alle nuove generazioni, rappresentate da Holden e dalla sorellina Phoebe. Quest’ultima è un personaggio straordinario, è il perno del libro, con la sua freschezza giovanile, con la sua ingenuità nei confronti del mondo e con il suo ottimismo sentimentale ed intellettuale: salverà il fratello dalla depressione. Era in realtà la depressione dell’autore, ancora in nuce, che trova un’ancora di salvezza nell’invenzione di questa figura angelica, Phoebe appunto, alla quale affida il compito di un riscatto epocale che suona diniego totale alle pretese della vita impastata di crudeltà e di insensibilità della società americana. Salinger, tuttavia, teme assai presto che la sua opera principale sia un castello di carta perché l’arrivismo americano – anche per il ruolo di portata mondiale dell’economia americana postbellica -  è spietatamente concentrato sul freddo materialismo. Sussiste una pietas puritana, ma è decisamente relegata in una posizione di secondo piano, ridotta quasi totalmente ad ipocrisia.

La maturità, rapida nello scrittore americano, gli provoca un’angoscia esistenziale estrema. Salinger teme il riavvitarsi implacabile di una civiltà spietata, priva d valori morali, e teme ancora di più che, grazie al sistema, di arrivare a farne parte. Allora si dedica alle speculazioni mistiche, al pensiero indiano e a quello buddhista, insiste nella ricerca di un approdo spirituale che lo conduca in una specie di nirvana. Ovvero, egli non ha intenti razionali, considerando la ragione un pericolo per l’umanità perché portata all’istinto a soluzioni bassamente utilitaristiche. Chiaramente è la storia ad aver determinato lo sviluppo di tale tipo di razionalità, ma la ragione, in assoluto, non è limitata a questo. Facile, tuttavia sostenere un’ipotesi del genere senza avere negli occhi l’orrore nazista. Non dimentichiamo che la cultura nazista era nata in quella che era valutata come un civiltà avanzata: la Germania, ingrandimento della Prussia, già ai tempi di Hegel godeva di considerazione assoluta per quanto riguarda l’emancipazione umana. Era invece una emancipazione relativa, coerente con l’incoerenza comportamentale basata sull’interesse privato da ottenere a tutti i costi e nel più breve tempo possibile: un primitivismo reso potente dai moderni mezzi di pressione. L’emancipazione era dunque l’evoluzione degli strumenti d’offesa.

La Germania allora rappresentava, secondo una logica ideale e formale, la sintesi dell’uomo per eccellenza. Era una sintesi che personaggi come Salinger (fortunatamente ce ne furono molti) non potevano accettare. Si trattava, con il nazismo, del culmine della personalità umana “affinata” nel corso dell’industrialismo moderno. La società americana del dopoguerra, ormai un punto di riferimento generale, invece di operare una catarsi, secondo principi umanistici e umanitari seri, altro non faceva che recuperare quel mito materialistico responsabile del disastro civile provocato dalla Seconda guerra mondiale: un disastro senza pari, con strascico di una sensazione di ripetitività all’infinito del fenomeno distruttivo del concorrente, con licenza di eliminare il “diverso”, che umiliò, fra le molte altre, la coscienza di Salinger.

La sua volontaria emarginazione voleva dare all’umanità uno sprone significativo all’affermazione del proprio valore intellettuale e soprattutto promuovere l’instaurazione del riferimento per eccellenza, ovvero la dignità di sé. Senza tutto ciò, si rimane in balia dell’istinto e dei danni che ne derivano. Il Nostro era talmente deluso da immaginare l’impossibilità per l’uomo di liberarsi dalla tirannia psicologica dell’istinto. La sua bella e agile prosa non è votata all’ottimismo, nonostante Phoebe. Salinger non voleva deluderla e ci rimase davvero male quando accadde. Ma accadde. Rimane un’esile (ma in fondo robusta) speranza di cambiamento, seppur remoto, grazie al sacrificio, quanto mai volontario e doveroso, più che generoso, di un intellettuale ferito a morte dalla pochezza intellettuale nelle cose.

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Letteratura
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Aggiornamento: 25-04-2015