La profondità di Vittorio Sereni

Vittorio Sereni

Dario Lodi


PAURA SECONDA

Niente ha di spavento
la voce che chiama me
proprio me
dalla strada sotto casa
in un'ora di notte:
è un breve risveglio di vento,
una pioggia fuggiasca.
Nel dire il mio nome non enumera
i miei torti,
non mi rinfaccia il passato.
Con dolcezza (Vittorio
Vittorio) mi disarma, arma
contro me stesso me.

(Da “Stella variabile”).

“Paura seconda” è fra le migliori poesie di sempre. Vittorio Sereni (1913-1983) va nella profondità dell’essere, nell’abisso delle questioni essenziali che rendono la vita e l’esistenza un enigma inestricabile, ma vivibile nelle sue allusioni e, nel nostro caso, totalmente vissuto.

Lo scrittore luinese – principalmente poeta – scopre in sé, come fosse parte del suo corpo, la questione della consapevolezza di ciò che accade e di ciò che gli accade. La vita lo spinge all’ottimismo comunque, ma la razionalità, particolarmente eccitata dal trasporto poetico, lo porta allo stupore e al pessimismo per la sorte che tocca tutti e che tocca lui in modo particolare (è incredulo perché ne sente il “tocco” con molta chiarezza: non è da tutti). Sereni ha la coscienza piena della propria fragilità, della propria impotenza e partecipa, seppur involontariamente, alle conseguenze intellettuali e sentimentali relative, più alle seconde che alle prime.

Non è una scelta e non è neppure una resa. E’ una specie di approdo disperato a qualcosa che, pur uccidendolo, lo tiene vivo. E’ un’illusione accettata senza una vera rassegnazione, ma con un filo di speranza naturale. La naturalezza va ad incidere sulla capacità di decidere una posizione da prendere. Sereni riconosce a questa naturalezza un potere superiore al suo e la sposa in quanto gli consente una malinconia vivissima, palpitante. Il poeta non svende se stesso, ma fa valere la propria passione per il vivere. Tale atteggiamento va a condizionare il problema esistenziale, nel senso che quest’ultimo viene come sfidato da un certo protagonismo e in qualche modo sottomesso. La finalità autentica è la convivenza con la realtà dell’esistenza generale, seppure la volontà (più che il desiderio) di averne ragione è soggettiva ed oggettiva insieme.

Ma è anche un’istanza utopistica, di cui Sereni si rende perfettamente conto, suo malgrado.

Ne viene per il poeta una situazione estremamente difficile che il poeta stesso prova a gestire non in un modo qualunque, ma con una strategia precisa, sicuramente perdente, ma altrettanto sicuramente capace di garantire una lucidità interpretativa, senz’altro coraggiosa, ed espressiva, ancora più coraggiosa, che fa bene al cuore, fa bene alla dignità personale e a quella umana in generale.

Si mette spesso Sereni fra gli ermetici, ma non pare un’operazione corretta. Sereni è più un cane sciolto. La sua poesia non è caratterizzata da forme convenzionali organizzate in modo volutamente significativo, sulla scorta della poesia simbolica francese (ma poi, l’ermetismo, costruito in maniera originale, per via della preferenza data alla classicità, alla sacralità della parola “sacra” a priori, oppure alla costruzione perfetta, elegante, del verso) ma dallo sviluppo esaustivo di un concetto.

Il poeta non procede per accenni, ma per dichiarazioni vere e proprie, da sentenze si direbbe, che tuttavia non hanno nulla di cattedratico. Semmai queste sentenze sono sorprendenti a partire da chi le pronuncia. Non è che Sereni si faccia cogliere impreparato dalla propria dinamica espressiva (non è la sua una “voce dal sen fuggita”) è che come, nel caso del work in progress, egli questa dinamica la partecipa un attimo prima di metterla sulla carta. Non è neanche un fatto di improvvisazione o di scaltro lavoro a tavolino: sono una lunga riflessione, è un’acuta meditazione, fatte senza alcuna retorica e senza ricorsi a moduli collaudati e tradizionali – impiegabili anche involontariamente – a determinare la stupefacente semplicità di un’esternazione speciale.

La profondità di Sereni ha un fondo drammatico, e a volte persino tragico, ma il poeta ha sempre gli occhi asciutti e possiede una fermezza esemplare che fa ben sperare, per quanto la sua sofferenza a causa di tutto ciò che avviene e di ciò che non avviene, né potrà mai avvenire sia forte. Fa sperare, almeno, di essere un protagonista anche delle cose fuori dal proprio controllo.

Sereni è stupito ed amareggiato dalla consapevolezza che c’è qualcosa fuori controllo, nonostante l’intelligenza e l’impegno e non accetta lo smacco. Non vuole essere escluso dalle cose che decidono per lui. E’ inquieto, insoddisfatto. Lo è in maniera cosmica. Ma non cede. Grandiosa è la sua sofferenza. Insuperabile per intensità e varietà di proposte per attenuarla. Costruttivo il suo dolore. Suggestivo il suo disincanto incantato.

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Letteratura
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Aggiornamento: 25-04-2015