RENATO SERRA (1884-1915)


Renato Serra nasce a Cesena nel 1884 da una famiglia borghese di tradizioni risorgimentali.

La sua formazione culturale universitaria viene vissuta, a Bologna, sotto l'insegna di una certa ammirazione per il Carducci (che dalla critica viene considerato suo maestro) e per le idee socialiste di Severino Ferrari.

Consegue la laurea in Lettere con una tesi sullo Stile dei Trionfi del Petrarca, apprezzata ancora oggi per la larghezza dell'informazione erudita e la puntualità dell'esame filologico, condotto sulla falsariga del metodo carducciano.

Nel 1905 si trasferisce a Roma per frequentare la Scuola per allievi ufficiali dell'esercito.

Nel 1907 s'iscrive a Firenze, presso l'Istituto di Studi Superiori, per perfezionarsi in letteratura italiana.

Svolge, nel contempo, un lavoro di tipo storico-filologico nella compilazione di un Repertorio Bibliografico della Storia d'Italia.

Capostipite della critica stilistica contemporanea, il Serra fece apparire i suoi primi lavori sulla rivista La Romagna, quando già era in corrispondenza col Croce, che apprezzava il suo ingegno.

Ma ben presto s'inserì nell'ambiente de “La Voce” e nei Quaderni di questa rivista pubblicò, nel 1910, gli Scritti critici.

Articoli e saggi, di carattere storico, filosofico e letterario, vengono dedicati a Kipling (1907), a D'Annunzio (1910), a Machiavelli (1910), a Dante (1904), a Carducci, a Croce (1910), ecc. Il migliore è ritenuto dalla critica quello dedicato a Pascoli (1909).

Sempre forti comunque sono stati i suoi interessi per gli scrittori, anche minori, della sua Romagna: interessi dettati dal bisogno di non perdere il legame con le radici profonde della sua terra.

Di qui quella sua continua tensione di amore-odio per il “centro” (Bologna, Firenze e Roma) e la “periferia” (Cesena, dove non solo nacque ma visse gran parte della sua vita).

La “provincia” è sempre stata da lui considerata come un luogo simbolico in cui si può vivere un ironico e intelligente distacco verso gli schemi e le figure della cultura “ufficiale”. Ma se nei confronti della moderna civiltà letteraria, sviluppatasi nelle grandi città, egli avvertiva la ristrettezza dell'orizzonte ideale, di fatto egli non sapeva contrapporre altro che la sua nostalgia nei confronti della compostezza formale dei modelli classici (greci, ma anche Virgilio e Petrarca, ch'egli preferiva ai modelli del realismo ottocentesco). La sua stessa “passione morale” restava qualcosa di indeterminato.

La critica ritiene che nel Serra non sia mai stata risolta adeguatamente la contraddizione fra la consapevolezza ch'egli aveva delle nuove potenzialità presenti nelle grandi città, non supportate -a suo giudizio- da una ricchezza di ragioni umane, e la consapevolezza dei limiti strutturali presenti nella provincia, dove però il livello dei rapporti umani conservava ancora -secondo lui- uno spessore significativo.

La critica inoltre sostiene che il Serra sia stato più grande come “lettore di poesia” che non come “critico letterario”, in quanto più abile a captare le suggestioni di un verso lirico o anche di una singola parola, che non la solida articolazione di un'ispirazione poetica.

Questo suo culto del “frammento poetico” (che lo avvicina, in un certo senso, al Pascoli) non è mai stato arido, tecnicistico, ma sempre sostenuto da un background di contenuti umanistici, che lo sospingeva a riporre nella “religione delle lettere” un significato utile per la vita.

L'analisi del testo poetico era per lui occasione non solo d'individuare il suono e il respiro delle parole, ma anche di rivivere in proprio il messaggio artistico, stabilendo sintonie di gusto e “complicità psicologiche” con l'autore commentato.

Tale suo metodo di lettura si differenziava nettamente dalle distaccate e sistematiche analisi crociane. Il Serra aveva praticamente rinunciato al ruolo di critico come giudice obiettivo, anticipando, in questo, quello che sarà, qualche decennio più tardi, l'atteggiamento degli intellettuali antifascisti.

Non dobbiamo peraltro dimenticare che il “lirismo nuovo” da lui segnalato alla vigilia del primo conflitto mondiale, maturerà nella piena acquisizione delle poetiche del Decadentismo europeo.

E' nel 1908 che decide di tornare nella sua città, dove insegna lingua italiana nella Scuola normale femminile, mentre l'anno successivo assume l'incarico di direttore della Biblioteca Malatestiana.

Mantiene i rapporti con “La Voce” sino alla rottura dell'agosto del 1911 (il gruppo redazionale era favorevole alla guerra italo-turca). Li riprenderà nell'aprile del 1912, quando la direzione della rivista fiorentina passerà nelle mani di Papini, il quale sposterà gli interessi della rivista dal settore politico a quello puramente letterario, incoraggiando, in poesia, il cosiddetto “frammentismo lirico”, di cui il Serra -come già detto- sarà un grande estimatore.

Tuttavia, negli ultimi anni della sua vita diventa molto forte il desiderio di dare alla letteratura un risvolto politico. Di qui la sua esplicita adesione alle posizioni interventiste del I° conflitto mondiale. Egli considerava la guerra come un'esperienza di dolorosa unione con gli altri, cui l'intellettuale non poteva sottrarsi se non voleva essere accusato di astrattezza o di aristocraticismo.

Il rapporto tra guerra e letteratura sarà al centro delle discussioni con Alfredo Panzini e di una serie di scritti come Partenza di un gruppo di soldati per la Libia, Perché non si deve andare a Tripoli, Ringraziamento a una ballata al Paul Fort, Diario di trincea, Esame di coscienza di un letterato (l'opera più significativa, pubblicata postuma nel 1916).

Netto diventa l'ampliamento d'interessi verso l'area storico-politica.

Nel saggio Le lettere è presente una profonda sensibilità verso fenomeni quali lo sviluppo dell'industria editoriale, l'allargamento del pubblico fruitore di servizi culturali, l'aumento delle tirature, ovvero i condizionamenti che la trasformazione della società industriale esercitava sulle modalità di produzione e circolazione della cultura.

In tal senso, pur sottolineando l'indubbio miglioramento della tecnica del materiale linguistico e stilistico della letteratura italiana a lui contemporanea, egli ne condannava il carattere stereotipato e omologante, nonché la mancanza di “passione”. “Se si toglie il gruppo fiorentino -diceva Serra- i movimenti degli ultimi anni niente hanno dato alla nostra letteratura”.

Neanche la “letteratura di guerra” sfuggiva -secondo lui- alla critica di uniformità e opacità.

Serra avvertiva forte il disagio di una letteratura avulsa dalla realtà, né sopportava la retorica e le mistificazioni ideologiche di chi sosteneva che i letterati sarebbero tornati “cambiati, migliorati, ispirati dalla guerra”. D'Annunzio infatti era uno dei suoi bersagli polemici preferiti.

Nell'Esame egli rifiuta qualsiasi interpretazione razionale della storia che parta dalla necessità della guerra. Spogliata di qualsiasi giustificazione etica, politica, ideologica o religiosa, la guerra viene ridotta a una manifestazione istintiva, legata alla cieca passione dell'individuo, in sé contraddittorio, e anche all'oscura spinta autoconservatrice della “razza” del popolo italiano, che ha un “proprio destino” da portare a compimento.

Serra partecipò al conflitto perché avvertiva che di fronte ad esso la letteratura evidenziava tutti i suoi limiti. Egli non fu capace di dominare con consapevolezza critica gli avvenimenti che stavano accadendo; e tuttavia aveva chiara la percezione che la guerra non sarebbe servita a costruire alcunché di positivo.

L'Esame, scritto nell'aprile 1915, viene unanimemente considerato dai critici come il testo che meglio ha espresso agli inizi del secolo la cultura inquieta dei giovani intellettuali, che avvertivano la moderna letteratura come incapace di svolgere un ruolo di “fonte di civiltà”.

Serra fu richiamato alle armi come tenente di complemento nell'aprile 1915. Il 21 luglio cadde colpito a morte davanti al monte Podgora, nei pressi di Gorizia.

Bibliografia


Web Homolaicus

Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Letteratura
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Aggiornamento: 25-04-2015