Quando il potere politico si sente minacciato dall'amore

La tragedia di Romeo e Giulietta

di Fabia Zanasi


La critica ha ricercato le fonti testuali della tragedia di William Shakespeare, Romeo e Giulietta, nella tradizione italiana divulgata dall'omonimo testo di Arthur Brooke, The Tragical Historie of Romeus and Juliet, facendo riferimento alla storia di Mariotto e Gianozza di Siena, narrata da Masuccio Salernitano, oppure alla Historia novellamente ritrovata di due nobili amanti descritta nel 1530 da Luigi Da Porto e infine alla novella di Matteo Bandello. Ma si potrebbe risalire a ritroso nel tempo e confrontare lo schema costitutivo di queste narrazioni anche con una elaborazione di Ovidio dedicata al mito di Piramo e Tisbe, gli infelici amanti assiri, vicini di casa e ostacolati dai rispettivi genitori: d'altronde ai personaggi Piramo e Tisbe lo stesso Shakespeare dedica la scena prima dell'atto quinto del Sogno di una notte di mezza estate.

La moltiplicazione delle fonti comprova dunque che per gli scrittori antichi non esisteva la moderna preoccupazione, anzi l'assillo relativo ad una presunta mancanza di originalità, poiché l'autore si impegnava intenzionalmente a raccontare di nuovo una storia che, nella sua fabula iniziale, era ben nota al pubblico. L'abilità dell'artista risultava infatti consacrata all'articolazione dell'intreccio che ricomponeva, secondo una dicitura personale, alcune "popolari" unità narrative, ovvero i nuclei d'azione costitutivi della storia stessa.

Peraltro la vicenda dell'amore contrastato tra due giovani costituisce un vero e proprio topos narrativo della letteratura occidentale, di rilevante interesse sotto il profilo antropologico, in quanto il contrasto si ingenera per una opposizione di classe, di ceto economico, oppure di faziosità politica tra le rispettive famiglie dei due innamorati.

L'esordio conflittuale e l'epilogo tragico segnano, in certo modo, i confini obbligati di tale intreccio paradigmatico che giustamente fornisce al pubblico dei suoi fruitori un importante tema sul quale riflettere: il diniego opposto alla opportunità di risolvere "affettivamente" un antagonismo sociale genera irreparabile perdita per entrambe le parti.

L'indagine pertinente ai livelli di incomunicabilità è particolarmente approfondita nel testo di Shakespeare, che sa smascherarla non solo sul piano pubblico, ma anche su quello privato: all'interno della famiglia stessa l'autore sottolinea la drammatica opposizione generazionale sotto forma di mancato ascolto; infatti, quando Giulietta ricusa di sposare Paris, il pretendente prescelto dal padre, ella prega invano il genitore di udire le sue ragioni, ma egli la zittisce: "Non parlare, non replicare, non rispondermi. Sento prurito alle mani!" (Atto III, scena 5^).

Le costrizioni sono dunque rilevabili attraverso l'esame del linguaggio, poiché è proprio mediante il linguaggio che si realizza una delle importanti modalità atte a descrivere se stessi e il mondo circostante, in termini di credenze o speranze.

Per quanto concerne il contesto sociale, si rileva un intenzionale scarso interesse in merito alle "ragioni del cuore" e a tutti i discorsi riferibili ai sentimenti, poiché le famiglie dominanti la Verona immaginata da Shakespeare considerano il matrimonio come una istituzione importante per perpetuare la stirpe e consolidare l'egemonia politica, a prescindere dagli affetti tra i coniugi.

La realtà antropologica che caratterizza la sfera dell'amore "ufficiale" sancito dall'istituto coniugale è dunque posta sotto il controllo della famiglia, che agisce in base a precise regole a tutela del rischio di contaminazione sociale.

L'amore passione assume pertanto i connotati della trasgressione e determina un rilevante cambiamento nei codici comportamentali sia maschili sia femminili: dopo l'incontro con Giulietta, Romeo cessa di identificare in modo univoco le proprie aspettative, nei confronti di una donna, sotto forma di possesso, mentre la fanciulla disattende la regola d'obbedienza che la pretende subordinata ai dettami parentali.

"O dolce Giulietta, la tua bellezza mi ha reso effeminato e ha indebolito la tempra d'acciaio del mio coraggio" (Atto III, scena 1^): la battuta pronunciata da Romeo rivela un'altra importante componente della trasformazione ideologica maschile operata dall'amore, che minaccia non solo il primato dell'uomo sulla donna, ma ancora una volta l'intero gioco delle dominanze sociali. L'uomo innamorato aspira alla pacificazione e rifiuta di considerare antagonisti i rappresentanti maschili che fanno parte del gruppo familiare dell'amata, perciò la presunta effeminatezza, ovvero dipendenza rispetto alla donna, riduce la sua volontà di primeggiare e di imporre il proprio controllo in ambito territoriale.

Un amore che sfida le regole dettate dalla logica del potere si carica tuttavia di valenze tragiche: Romeo e Giulietta, come Piramo e Tisbe, sono destinati a morire, perché vittime di fatali fraintendimenti che, sul piano simbolico, rappresentano i condizionamenti delle rispettive culture.

"Parleremo ancora di questi fatti dolorosi" afferma il principe della Scala, quando l'azione si conclude con la rivelazione della morte degli infelici amanti, e la battuta si carica di molteplici significati, in quanto allude alla contestuale necessità di fare giustizia e al contempo si proietta nell'extratesto, secondo la prioritaria finalità pedagogica della tragedia, valevole a testimoniare un contenuto in sé valido pure a distanza di secoli: l'opera di Shakespeare denuncia anche la disperazione della incomunicabilità, in un mondo in cui tutti parlano senza avere voglia di ascoltare.

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Letteratura
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Aggiornamento: 25-04-2015