Lo stile di Sergio Solmi

Dario Lodi


Sergio Solmi (1899-1981) fu un consulente bancario, della Banca Commerciale Italiana, prestato alla letteratura. Siamo di fronte ad un autore sensibile e curioso, in modo esemplare, concettualmente già formato sin dal suo apparire sulla scena letteraria. Determinante fu per Solmi l’incontro con la prosa di Alain (Emile-Auguste Chartier, 1868-1951, famoso per gli scritti brevi impregnati di fiero moralismo). Il filosofo e saggista francese fu per lui una vera scoperta. Solmi non ricalcò certamente le orme di Alain, ma di sicuro si ispirò a quella mentalità illuminata, capace di esprimere in poche parole un intero teorema filosofico e psicologico.

Il nostro scrittore nato ad Arezzo, approdato presto a Torino per motivi familiari, s‘interessò subito di questioni civili e di problematiche legate allo sviluppo della personalità umana. La traumatica esperienza nella Prima guerra mondiale, alla quale partecipò come ufficiale di fanteria, era stata decisiva per la formazione del suo pensiero. Solmi conobbe Piero Gobetti ed aderì alla sua crociata contro il fascismo. Nella Seconda guerra mondiale partecipò alla Resistenza.

Più tardi, al riparto da problemi economici, data la sua occupazione in banca, egli poté dare sfogo all’ estro poetico. Per il Nostro, la poesia doveva liberarsi da ogni forma di costrizione storicizzata. Solmi non era amico della retorica e neppure della reazione ad essa: così furono il Simbolismo francese e l’Ermetismo italiano, il secondo – alcune spontaneità a parte, più votate alla sinteticità che al preziosismo ermetico – condizionato in entrambi i modi, simbolici ed elitari con evidente e compiaciuto cerebralismo (utile da un punto di vista dialettico perché in qualche modo dal linguaggio innovativo).

La reazione di Solmi al clima culturale del momento e quindi il suo impegno nei confronti di una poesia semplice, legata ad emozioni pure, lontana da obblighi estetici, spontanea e sincera, fu una reazione per così dire disperata. Il poeta, nel proporla, sembra rassegnato alla sconfitta, anche perché scopre che le sovrastrutture storiche e psicologiche sono penetrate nella logica poetica attuale, così che una raccomandazione al ripristino della purezza poetica originaria pare più un teorema romantico che un programma percorribile. Il fenomeno problematico dimostra la sua vitalità nelle composizioni, in generale, del poeta aretino, dove spicca la ricerca di un discorso semplice che non giunge a compimento per la presenza di un’ambiguità espressiva data dall’urgenza del recupero concettuale classico in un mondo ormai in balia di più numerose componenti speculative. Solmi porta avanti una battaglia con armi multiple che cerca di mescolare fra loro per la formazione finale di un sistema espressivo più ricco sostanzialmente, più ricco secondo il concetto canonico, quello di ricchezza di stampo classico. La sua crociata nasce da una consapevolezza di impegno profondo verso il pensare e il dire dell’uomo. La poesia deve poter essere guidata da energie particolari, per nulla compromesse con qualsivoglia identificazione fisica del concetto proposto.

Solmi poeta segue una linea di condotta purificatrice compressa da una grande idea di morale nelle cose umane. Tutto questo è, per lui, dettato dalla necessità di assunzione da parte dell’uomo di una responsabilità assoluta verso la realtà, verso il mondo, in sostituzione del modesto operato della Chiesa in questo senso (anzi, un vergognoso fallimento quello ecclesiastico).

La prosa di Sergio Solmi è meno votata ad una purificazione metafisica. Se leggiamo “Meditazioni sullo Scorpione”, forse il suo libro più sincero (vale a dire il meno letterario), ci accorgeremo del suo stile di scrittura al servizio di riflessioni radicali, onoranti la figura umana. Lo scrittore si rivela – sulla falsariga di Alain, questo occorre dirlo – un elzerivista impeccabile, capace di provocare rare suggestioni intellettuali, ancora più raramente scontate.

La chiave di volta della sua scrittura risiede in una partecipazione intensa alla parola, come se la stessa fosse proprio pensiero, sensazione, sentimento, e in una articolazione della frase che ha significato di ricerca della comprensione del tutto, cercando, l’autore, di svincolarsi, spesso con successo, dalla soluzione sentenziale.

Solmi mette in competizione il senso dell’essere con le domande della coscienza. Non è ottimista, ma non è neanche pessimista, se si tralascia la parte decadente delle sue valutazioni materialistiche, confinanti con l’eterna considerazione, rassegnata, della caducità del corpo. Molto più importante, perché in qualche buona misura seriamente costruttiva, è la dinamica dell’espressione scritta che attrae e convince per lucidità di pensiero, per rigore letterario, per sincerità di fini, fini rappresentati da un continuo e fitto dialogare, con trasporto e umiltà, con il tema dell’esistere. Ne viene una lettura esaltante, prodiga di spunti riflessivi eccezionali ed eccellenti: una medaglia sul cuore della mente.

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Letteratura
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Aggiornamento: 25-04-2015