Le stravaganze di Gertrude Stein

Gertrude Stein

Dario Lodi

Uno scrittore deve avere uno stile. Oggi è la cosa principale. Bisogna distruggere tutti i vecchi modi di sentire le cose, di vederle, di dirle (Gertrude Stein).


Di famiglia ricca, Gertrude Stein (1874-1946) poté dedicarsi interamente alla cultura e alla scrittura. Dotata di grande personalità e di intelligenza acuta e pronta, la Stein emigrò a Parigi dall’America nel 1907. Nei giorni successivi incontrò Alice Toklas (1877-1967) che divenne la sua segretaria, la sua amante, la sua compagna, la sua tuttofare per tutta la vita.

La Stein si adeguò subito al clima d’avanguardia parigino. Era un clima da Belle Epoque, fiducioso ed ottimista nelle capacità umane, che si opponeva alle “mollezze” del Decadentismo. La proposta di cambiamento era decisa e determinata da una valorizzazione assoluta della personalità umana: del resto, che quest’ultima fosse davvero valida era dimostrato dal mondo che l’uomo aveva creato grazie alla propria intraprendenza materiale.

La Stein contava su questa personalità, e la arricchiva con incitamenti alla formulazione di concetti nuovi, grazie ai quali si sarebbe rivoluzionato interamente il sistema sia di vita che di esistenza. Per questo, la sua scrittura è estremamente nervosa, fatta di lampi e tuoni; e di voluto disordine. La Stein anticipava i principi del decostruzionismo, per cui ogni pensiero ha valore e la scelta di favorirne uno piuttosto che un altro deve essere ponderata, non subita secondo schemi naturali o artificiali conseguenti alle costrizioni della natura.

Manca, nelle opere della Stein – ma la mancanza è un monito -, una narrazione strutturata convenzionalmente: c’è, piuttosto, un tentativo robusto di svincolamento da certi obblighi e di assunzione di nuove visioni della vita: tutte dipendenti dalla propria volontà. La scrittrice (meglio sarebbe dire la grande intellettuale) esorta alla conquista della libertà e dunque impone l’abbandono delle consuetudini, consuetudini che per lei sono assoggettamenti paralizzanti e punitivi.

Da qui, la passione della Stein per l’arte moderna, per il Cubismo in particolare (Picasso le dedicò un quadro, poi divenuto famosissimo): il Cubismo, a suo avviso, era la quintessenza della risoluzione concettuale di un’immagine.

In tutto questo si avverte soprattutto un grande entusiasmo ed una notevole voglia di vivere la propria vita in presa diretta e con massimo senso di responsabilità. Con piena coscienza.

La Stein scrisse molto e sempre con molto brio, con molta acutezza e con esemplare capacità d’osservazione, ma due sono i libri che caratterizzano la sua scrittura: “Tre esistenze” e “L’autobiografia di Alice B. Toklas”.

Il primo contiene, con chiarezza esemplare, la filosofia della scrittrice. Tutte le tre esistenze finiscono male. Finiscono male perché i personaggi seguono regole sociali fossilizzate, non trovano il coraggio di reagire alle offese della vita.

La Stein sottolinea qui, impietosamente, con durezza, quasi con ferocia, l’inefficacia del sistema corrente rispetto alle possibili espressioni personali, ed efficaci, della nuova umanità. E’ un’umanità ancora di là da venire: la scrittrice ne immagina una già in cammino e prossima a prendere il sopravvento, dimenticando volutamente, e con disprezzo, la lunga stagione precedente (ma ancora funzionante ai suoi tempi) dell’umanità: insomma, la Stein non si cura dei motivi della formazione del sistema e della mentalità che sta combattendo e che infatti combatte con il cannone ad alzo zero.

La vittoria dell’individuo cui lei allude, non può certo avvenire dopo una breve esperienza materialistica. Il materialismo è un rullo compressore, è qualcosa di ottuso che si fa valere solo perché è grande e grosso. Perché avvenga che i concetti umani prendano il potere sul mondo intero, occorre che questi concetti siano completi, non parziali. Occorre che comprendano l’intera fenomenologia umana, non ha senso che si basino solo sua una sua parte, quella legata alla sopravvivenza fisica. Meno senso ancora ha prendere questa parte e promuoverla a tutto. O, meglio, lo si può fare come energia primaria, non certo come fase già conclusiva.

La Stein, dall’alto della sua agiatezza, poteva permettersi questo lusso (poteva, cioè, trasformare il successo materiale in  affermazione globale) e quindi trascurare i “dettagli”.

Ma questa sua permissività non aveva certo il diritto di travolgere la storia. Si ammiri, quindi, il suo impeto, ma non se ne esagerino le conseguenze.

Il secondo libro è quello di maggior successo della Stein. Perché fu lei e solo lei a scriverlo, immedesimandosi nell’amica. Ovviamente è la morbosità la sua vera attrazione: la Stein non usa mezze mise nel descrivere il suo rapporto con la Toklas, elevando, anzi, un inno a questa insolita esperienza (allora lo era davvero: parlare di omosessualità, in quegli anni, era impossibile).

E’ un libro molto interessante perché sincero, stravagante, estroverso, eppure sempre ben controllato, per quanto (e per fortuna) non in maniera tradizionale. Salta fuori puntualmente il carattere di una donna che sarebbe meglio definire essere umano a tutto tondo, con i suoi pregi (capitale, la ricerca ostinata di una originalità) e i suoi difetti (altrettanto capitale, la presunzione di averla raggiunta in maniera esemplare e piena di contenuti).

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Letteratura
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Aggiornamento: 25-04-2015